La vera antagonista di Berlino è Neukölln

19 November 2015

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Pare che in questa città sia molto difficile non solo trovare una persona con cui instaurare un rapporto stabile ma anche delle teglie in alluminio usa e getta nei supermercati.
Tutto vero; anche se, a parer mio, la cosa più complicata in assoluto a Berlino è conoscere persone che non abitano a Neukölln.

– Tu dove vivi?
– Vicinissimo alla fermata Rathaus Neukölln.
– Dov’è che hai trovato casa?
– In Fuldastrasse.
– Mi mandi il tuo indirizzo via mail prima della festa?
– Flughafenstrasse 4.
– Com’è dunque la casa di Jonas?
– Un po’ antica, però ha questo bel terrazzo che dà sulla Karl-Marx-Strasse.
– Ho saputo che stai aprendo un localino. Ma in che zona?
– In una traversa di Leinestrasse, vicino casa mia.

Prima di arrendermi definitivamente all’evidenza, decido che forse è il caso di ricorrere ad un sondaggio più approfondito. Lo effettuo prendendo a campione la mia ristretta cerchia sociale. Intervisto tutti, nessuno escluso; e a risultati ottenuti, mi arrendo definitivamente all’evidenza.
Non c’è più alcun modo di fraintendere, il dato è definitivo: il 97% dei miei affetti vive a Neukölln. Il che, tradotto in termini logici, può significare solo due cose: o che il 97% dei miei affetti vive a Neukölln o che io sto sul cazzo a quelli che vivono altrove.

– Stasera andiamo a bere in quel locale sulla Weser.
– Quale?
– Quello dove siamo stati già trentaquattro volte.
– Ah, pensavo l’altro, quello dove siamo andati solo ventuno volte.

Perché è vero che il 97% dei miei affetti vive a Neukölln, ma è ancor più vero che il 100% di questo 97% varca i suoi confini solo quando è obbligato ad andare a Schönefeld per prendere un volo in vista dell’imminente funerale di un consanguineo molto stretto.
Insomma, per riuscire a bere in compagnia in una zona con un altro codice di avviamento postale, mi tocca sperare che schiattino parenti qua e là in giro per l’Europa e partecipare pure io alle esequie.
Ma se da un lato convincere un autoctono ad oltrepassare la frontiera di Neukölln è possibile solo grazie ad una cerimonia funebre di una data rilevanza, dall’altro, fargli capire che nella stessa città del suo quartiere c’è anche Berlino, invece, è grammaticalmente impossibile. Specie poi se il concetto lo si esprime in questo modo.
E infatti poi succede che:

Stasera volevo andare al Kulturbrauerei a Prenzlauer Berg. Ti va?
– Sì sì perfetto. Anche io stasera avevo voglia di andare a bere a Schonleinstrasse.

E pensare che fino a qualche tempo fa mi chiedevo ancora come mai mi capitasse così spesso di ordinare un China Box al chioschetto di Hermannplatz.
E invece non mi pare ci sia nulla di più semplice da capire: in una precedente reincarnazione ero Caligola e adesso il karma mi condanna a sorbirmi questo rione per l’eternità.
Lui, i suoi chioschetti cinesi ad Hermannplatz e tutte le febbrili attività a sproposito che offre: i cosiddetti eventi culturali.
Tantissimi, innumerevoli.
Perché Neukölln non dorme mai. E se mai un giorno dovesse appisolarsi di sicuro sognerebbe se stesso in stato di veglia tutto intento ad organizzare una collettiva di installazioni concettuali, quasi tutte apostrofabili dal compianto Marcel Duchamp con un:

– Ma che è ‘sta cazzata?

Il tasso di vernissage inopportuni è molto alto, già. Si parla di 3 inaugurazioni pro capite al giorno.
Ciò significa, per essere precisi, che ogni singolo abitante della zona ha la possibilità, quotidianamente, di assistere nell’ordine: ad una mostra fotografica in bianco e nero sulle difficili condizioni sanitarie del Congo; ad una performance di sensibilizzazione per la profilassi del cancro al seno e, infine, all’apertura di un nuovo kebabbaro.
Inutile chiedersi che tipo di legame può esserci tra il lanciare delle foglie in aria danzando e la prevenzione delle metastasi alle mammelle. E non credo sia necessario spiegarvi perché.
Insomma, ho visto cose a tal punto brutte, pretenziose e sconclusionate, da riabilitare addirittura la carriera artistica di Gigi Sabani.

 

Probabilmente sarò io a non essere una cima, per carità, ma almeno evito di sfregarmi dei Bastoncini Findus sull’inguine per comunicare al prossimo un concetto così vago e opinabile come “L’erotismo degli alimenti industriali”.
Ma sarà che ho obiettivi diversi nella vita, specie dal punto di vista nutrizionale.
Comunque, sappiate che non do sempre pareri così negativi su questo sputtanatissimo quartiere e la sua fauna locale. Dipende un po’ dai momenti, anche perché io sono un tipo dalle idee non proprio stabili e tendo a cambiare spesso Weltanshauung nell’arco delle 24 ore.
Per esempio, in alcune circostanze penso che Neukölln sia solo un posto con una quantità eccessiva di pantaloni femminili a vita alta e di divani vecchi abbandonati per strada; in altre invece tesso le sue lodi perché quantomeno è zozzo come una periferia a rischio.
In ogni caso, a prescindere dalla mia luna, tocca ammetterlo che un po’ anch’io gli voglio bene.
E’ qui infatti che ho esordito come berlinese, trascorrendoci consecutivamente le prime quattro notti della mia nuova vita internazionale. Ed è qui, soprattutto, che ho esordito come individuo sgamato da una coinquilina serba a leggere un libro di Cesare Pavese sulla tazza del cesso.
Non mi era mai successo prima. Prima volta in assoluto.
E visto che non avrò nipoti a cui raccontarlo, se non vi sto troppo sul cazzo, fate finta che io sia vostro nonno.
E nel frattempo poi, se ci riuscite, perdonatemi per le offese fatte ad un quartiere che, scherzi a parte, è sicuramente uno dei più interessanti di questa metropoli. Perciò scusatemi se l’ho descritto sciorinando banalità, superficialità e una certa dose di antipatia. Il punto è che sto stipendiando la BVG da anni e che mi pare restrittivo utilizzare solo la U7 in direzione Rudow.

Concludo con un consiglio: se qualcuno dovesse mai invitarvi a cena in un ristorante croato a Lankwitz, non guardatelo come se vi avesse appena proposto un appuntamento nel luogo traumatico in cui vedeste per la prima volta una polo Lacoste rosa.
Quella era la provincia italiana nel 1987. Ed ormai potete stare tranquilli: è tutto passato.

*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato“Kebab e altri punti di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

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