Un concerto oppure un’illuminazione? La magia di “Wale Beats”

2 June 2016

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fumo photo

di Alessia Del Vigo

Leggo una terza volta la mail e ho un’illuminazione: avevo confuso gli orari, devo uscire entro dieci minuti o rischio di non arrivare in tempo. Il bancomat, Hermannplatz, la U8 e poi un lungo viaggio con il tram ad est della Landsberger Allee, quasi Marzahn.
L’evento è molto contenuto, si terrà in una piccola sala di registrazione e quando ho comprato il mio biglietto sono stata fotografata, una specie di foto segnaletica per identificare con certezza i pochi partecipanti. Ho deciso di accettare l’invito mossa dalla curiosità e non me ne sono affatto pentita, ho anche vissuto un po’ sul filo del rasoio, rischiando di arrivare in ritardo. Sulla mail c’erano due numeri da chiamare per farsi aprire il portone e venire catapultati nell’oblò musicale di Clockbeats Studio, a patto di non arrivare dopo le 22.30. Alle 22.26 scendo a Beilsteinstraße e telefono subito, chiedendo in inglese se sia ancora in tempo, senza accorgermi che al telefono c’è Francesca, una delle organizzatrici dell’evento.
Saliamo al quinto piano, ci attende un corridoio fitto di stanzette che si distinguono tra loro solo per il numero affisso: 606, 608 e così via. Scopro che sono altri studi di registrazione, non appena uno dei membri del collettivo Art Traktiv spiega le regole della sala e il programma della serata. L’atmosfera è surreale, ci troviamo nel mezzo del nulla, in un deserto di rotaie, cantieri e cliniche, uno scenario quasi apocalittico, con un vento di sottofondo e nessun essere umano nel raggio di un chilometro.

L’atmosfera è ancora più surreale all’interno della stanza, un piccolo regno musicale con deliziosi e colorati insonorizzatori, una pianola bassa, una batteria e due banchi per il mixaggio. A terra moquette blu, ma potrebbe benissimo essere verde, è tutto quasi buio, appena rischiarato da una fioca luce rossastra che rende il tutto ancora più magico. Un piccolo banco bar improvvisato promette di intrattenere gli ospiti di una performance raccolta, ci si sente a casa con l’affabilità dei fondatori del Wale Cafè, un paio di divani arredano il retro della stanza e si fondono con le illustrazioni dell’artista Carlo Bortolini. La finestra viene lasciata aperta per fare uscire le nubi di fumo, i fumatori hanno accesso allo spazio soltanto a coppie di due e a patto di impegnarsi a non gettare i mozziconi fuori. Nella stanza entra aria, una corrente che investe con una brezza fresca a ogni oscillazione o movimento che si fa, in perfetta sintonia con la musica.
La prima performance è quella del duo italiano “Silent People”, che produce un coacervo di suoni onirici, potenti e fiabeschi. Quaranta minuti che volano, il tempo perde i suoi connotati e trasporta il pubblico in un’altra dimensione, tutti si concentrano sui dettagli, su un suono, su un movimento, come i topi della fiaba “Il pifferaio magico”. Tutto è molto intenso e anche gli spettatori hanno bisogno di una pausa: mezz’ora per resettare il cervello e le emozioni, per andare alla toilette, a prendere un’altra birra e per parlare con conoscenti e amici.

È quindi la volta del pianista inglese Tom Adams, che si siede quieto sulla seggiolina dietro la pianola e in pochi attimi dà inizio a un’altra magia, più delicata ma altrettanto magnetica, in un incontro tra musica classica ed elettronica e con la sua voce leggera, a raccontarci una quotidianità che può essere vera poesia. Gli applausi scrosciano potenti e caldi alla fine di ogni brano ed è un attimo, come fantasmi scompariamo un’altra volta nel deserto urbano che avvolge questa landa di Berlino. Aspetteremo pazienti i nostri pifferai magici per il secondo episodio di “Wale Beats”.

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