“La letteratura mi ha aiutato ad essere libera”: intervista ad Alessandra Perna, a Berlino tra una settimana

10 May 2017

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Alessandra Perna è una scrittrice e la cantante dei Luminal. Il 17 maggio presenterà a Berlino il suo secondo libro, “Non farti fregare di nuovo”. Questo è l’evento ufficiale. L’appuntamento è per le ore 19.00 all’Oblomov, in Lenaustraße 7, 12047. Sulle pagine del nostro magazine abbiamo recentemente pubblicato un suo racconto, “Credo davvero in Dio”. Il prete di Berlino. Trovate invece altri suo scritti sul suo blog, mentre qui trovate la sua musica.
Potete supportare Alessandra su Patreon. E ovviamente andando a vederla e a sentirla all’Oblomov.

Alessandra Perna

di Lucia Conti

Sei molto conosciuta come musicista, ma stai cominciando a farti apprezzare anche come scrittrice. Ci parli del tuo rapporto con la letteratura?

Scrivo da quando ero piccola. Mi ricordo di questo racconto stupidissimo che avevo scritto sul mio diario segreto, aveva un data di uscita, un titolo, un editore: Alessandra Mondadori. Gli scrittori sono notoriamente egocentrici, oltre che solitari. Mi sono pubblicata da sola, e nella mia mente forse mi ero già assegnata il Premio Strega.
Amo le parole e i mondi che riescono a creare. Amo quel luogo dove tutto può succedere, dove un maniaco ha la stessa dignità di esistere di un bambino appena nato. Amo l’inchiostro sulla carta, il silenzio, il cuore che batte forte, l’immaginazione che fa quello che vuole. Amo Dio, che mi ha dato la possibilità di vivere tutto questo.

I tuoi libri sono incubi surreali popolati da piccole e grandi ossessioni. Come nascono?

Le persone principalmente si dividono in due categorie: i paranoici e gli ossessivi. Io sono dalla parte degli ossessivi. Mi piace suonare il basso per questo, mi piacciono le azioni ripetute, i pensieri ripetuti, sono ossessiva nei confronti delle persone che amo, mi piacciono i numeri, ascoltare sempre la stessa canzone. Persone che ripetevano sempre gli stessi errori hanno abitato la mia vita: non sono mai riusciti a liberarsene. Se guardi sempre nella stessa direzione non puoi muoverti, non sai che esiste altro. Io li osservavo, il meccanismo chiaro, solido. La letteratura mi ha aiutato a trovare risposte, a spezzare il movimento, ad essere libera.

James Joyce scrisse “Finnegans Wake” sdraiato a pancia in giù sul letto. John Steinbeck scriveva le sue bozze a matita. Truman Capote non iniziava nè terminava mai un lavoro di venerdì. Quali sono i tuoi riti, quando scrivi?

Scrivo ogni mattina, molto presto. Mi sveglio presto, bevo il caffè, fumo un paio di sigarette e inizio subito a scrivere. Sono le sei e mezza circa, intorno a me c’è silenzio, e questo mi piace da morire. La pagina bianca mi fa paura ogni mattina. Ho paura che non riuscirò a scrivere, che non ci sia niente da dire. È un istante interminabile, ma nella mia mente risuona sempre una delle frasi più più belle di Hemingway: “Se hai già scritto non ti preoccupare: lo farai di nuovo.”

Nei tuoi libri ci sono pochissimi bambini e adolescenti e molti anziani. Cosa ti affascina della terza età?

Ho una vera e propria passione per la vecchiaia. Sono affascinata dagli uomini e dalle donne alla fine della loro vita: in qualche modo sono riusciti ad arrivarci. Vorrei sapere tutto di loro. Vorrei che mi dicessero cosa fare. Amo quello sguardo che riconosce tutte le sfaccettature di una persona. Quei movimenti calmi, intensi, di chi ha già scelto. Quella dolcezza che ti porta a chiedere, invece che ad imporre. E poi io mi sono sempre sentita vecchia. Ho giocato pochissimo con i bambini della mia età: indossavo i vestiti di mia madre e uscivo, volevo diventare Papa, volevo avere i capelli bianchi e la saggezza di chi non ha più nulla da perdere.

Scrittura e musica restano, nella tua vita, ambiti diversi o in qualche modo comunicano?

Per me sono la stessa cosa. Entrambi nascono da due aspetti molto importanti: l’urgenza e il desiderio. L’urgenza mi coglie come una morsa allo stomaco, un tremore che passa per tutto il corpo: c’è qualcosa che deve uscire, un bagliore, una parola, una nota. Il desiderio è desiderio di vita, che è desiderio di creare, che è desiderio di esistere.
E poi c’è il ritmo. Entrambi ne sono zuppi. Quando scrivo rileggo ad alta voce, le parole devono avere una certa cadenza, un suono preciso. Quando suono è la stessa cosa, il ritmo è la mia casa, fa da tappeto alla melodia della voce e della chitarra, diventa il binario, la strada da seguire.

Il libro che presenti a Berlino è “Non farti fregare di nuovo”. Come facciamo non farci fregare di nuovo?

Ci vuole una grande forza, e una grande determinazione. Tutto quello che ci hanno insegnato è sbagliato. La pigrizia ci rende ciechi, è un culla dove possiamo smettere di muoverci. Le persone non vogliono più provare dolore, ma non sanno che il dolore non si cura, dobbiamo abbandonare la nostra vecchia identità, rinascere, essere coscienti che se quel dolore ci identifica, noi dobbiamo essere altro: per questo dobbiamo ammazzare noi stessi.

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