Kneipe berlinesi, un inno alla poetica surrealista

10 October 2015

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– Per fortuna che sono arrivata oggi, qui a Berlino. Fino a ieri avevo quel fastidioso disagio tipico che viene alle femminucce, sai, una volta al mese.
– Stai parlando del processo in base al quale il corpo della donna sessualmente matura fa aumentare le dimensioni dell’endometrio comportando una perdita di circa 40 millilitri di sangue  misto a residui necrotici cellulari?
– Sì, per sommi capi questa cosa qui. Comunque sei un cretino.
– Perché?
– Perché tu scherzi, ma guarda che si vive veramente male col ciclo mestruale.
– Anche senza, non ti preoccupare.

Quello simpatico, come sempre, sono io.
Quella che fino al giorno prima aveva il ciclo, invece, è la mia amica S. venuta a trovarmi da Bologna per vedere come me la cavo ad avere trentasei anni.
Una curiosità legittima, se è vero che l’ultima volta che ci siamo visti c’era ancora gente che ascoltava volontariamente i Simply Red.
Fermi in attesa alla stazione di Mehringdamm realizziamo infatti che gli ultimi momenti trascorsi insieme risalgono al 2004 e ci rendiamo conto che in questi undici anni abbiamo lavorato sodo per raggiungere le 19.44 di oggi senza concludere un cazzo nella vita.

– Ti porto in una kneipe.
– Cos’è una kneipe?
– Le origini della parola “kneipe” sono situate in tempi a noi molto lontani, per cui non mi sembra il caso di farmi il culo per andarle a cercare.
Faccio prima a farti vedere di cosa si tratta.
– No dai, dimmelo. Cos’è?
– No, è una sorpresa.
– No, non scherzare. Queste cose, lo sai, non le sopporto. Dimmi cos’è ‘sta kneipe.
– No. Ci stiamo andando.
– Mi vuoi dire cos’è ‘sta kneipe? Dai, voglio saperlo! Ti giuro che se me lo dici, io ti dico con chi se la fa Marilena.
– Chissenefrega di Marilena. Manco mi ricordo chi è.
Chi è ‘sta Marilena?
– Tu dimmi cos’è una kneipe.
– Solo se mi dici chi è Marilena.
– Se tu mi dici cos’è una kneipe, te lo dico.

Come è facile notare, non sempre la pubertà è seguita da una fase adulta. Io e S. per esempio abbiamo già collezionato tre adolescenze a testa, senza riuscire a passare al livello successivo.
Praticamente siamo dei ripetenti recidivi del ciclo vitale.
A metà tragitto, stremato, demordo:

– Senti mi devi dire cos’è ‘sta kneipe, altrimenti io stasera me ne vado per i cazzi miei.
– Sei proprio infantile, lo sai?
E va bene: una kneipe è una specie di riserva naturale protetta dal wwf dove si sbronzano gli ultimi esemplari viventi di operai dell’ex-DDR.
In pratica, uno dei pochi posti sul pianeta dove ancora è possibile trovare un idraulico.
Contenta ora?
– Ah, quindi una birreria.
Beh, più o meno.
– In che senso?
– Non vorrai mica ricominciare?!

Davanti all’entrata della locanda, che raggiungiamo circa venti minuti dopo, un’insegna vanitosa Berliner Kindl ci informa che la birra omonima fa schifo dal 1872 e che entrando avremo l’opportunità di verificare fino a che punto.

S. però non si prende particolarmente cura del suddetto messaggio e preferisce giustamente concentrarsi sulla più interessante vetrina sinistra, dove nota una bizzarra svendita al dettaglio (ad un prezzo che varia dai 5 ai 25 euro) di oggetti dalla più disparata fattura e provenienza geologica.
Mi indica nell’ordine: una calcolatrice Casio non più recente del 1994; un fungo di ceramica ad energia solare, delle scarpe antiscivolo da lavoro e soprattutto un grappolo di quattro orsacchiotti in porcellana che si ingroppano a catena.
Tutta roba indispensabile, da quando esiste la raccolta differenziata.
In ogni caso, questo immaginario mitico da rigattiere, trapiantato all’interno di una birreria di borgata, la disorienta. Ecco perché poi si volta a guardarmi come per chiedermi in quale tipo di avventura psichica siamo appena finiti.
Di rimando, le rispondo telepaticamente che ci troviamo in quella forma di allucinazione notturna che puoi sperimentare se sei Marisa Laurito e poco prima di andare a dormire hai mangiato mezzo chilo di peperonata: in due parole, una kneipe.
Poi aggiungo riutilizzando il linguaggio orale:

– Beh comunque, se nella vita dovesse servirti un grappolo di orsacchiotti di porcellana che si ingroppano a catena, adesso almeno sai dove trovarli.
Dai, entriamo.

Non mi invento mica niente. E' tutto vero.

Non mi invento mica niente. E’ tutto vero.

Aperta la porta, un grande stereotipo tratto dal più mediocre dei western: la barista smette di lucidare i bicchieri, i clienti interrompono le chiacchiere e i sorsi di birra, il pianista sospende il suo assolo di videopoker, tutti si voltano a guardare.
Ma non come se fossero appena arrivati due semplici forestieri, quanto piuttosto come se avessero giustappunto sfondato la porta Mike Bongiorno ed Italo Calvino, inspiegabilmente insieme, a bordo di un autoscontro fucsia glitterato.
Insomma, la sensazione non è quella di aver semplicemente sbagliato locale, ma reincarnazione.
Ciononostante, decidiamo di non lasciarci intimorire da questo ostile proletariato socialista.
Spavaldi e cazzuti, andiamo diretti al bancone ad implorare umilmente perdono per aver avuto la presunzione di entrare in un posto così politicamente dissimile da un punto vendita Rossmann.
Poi, solo dopo, ordiniamo due birre grandi.

– Io ne volevo una piccola, veramente.
– Zitta!! Ma che sei pazza? Vuoi farci ammazzare?
– Ma perché scusa?
– Non puoi ordinare una birra piccola in posti come questo!
   La 0,3 serve solo ad identificare il nemico!

S. di professione non fa di sicuro il consulente di marketing, o forse sì, ma per aziende che hanno recentemente subito un crollo delle loro azioni in borsa. Chissà. Devo chiederglielo. Mi prendo un appunto.

– DUE BIRRE GRANDI, PER FAVORE.
   E tu taci, per cortesia.

Smentendo ogni mio preconcetto, quest’ultimo sketch invece, ha intenerito l’atmosfera. I clienti ricominciano a parlare tra loro, il pianista esegue un nuovo assolo di sconfitte al videopoker, la barista ci sorride a otto denti e ventiquattro otturazioni.
Ciò comunque non le vieta di andare in ferie prima di consegnarci al tavolo i due boccali ghiacciati e stracolmi, circa trentadue anni dopo.
Seduti finalmente a bere, riprendiamo a socializzare in modo piuttosto convenzionale.
Giunti in prossimità della terza birra a stomaco vuoto, partono le domande scomode.

–  Perciò dimmi, ti sei innamorato? Stai con qualcuno?
    Hai smesso di comportarti come un coglione con le donne?
– In un certo senso sì.
-Come in un certo senso?
-Nel senso che comunque lo sai, i miei stadi dell’amore sono sempre tre: innamoramento,  terrore del giorno in cui avverrà il battesimo di un ipotetico figlio, separazione.
Per cui, insomma, non lo so quanto dura.
Ah senti, ma ho dimenticato di chiederti: tu adesso che lavoro fai?

S. schiva il mio quesito inaugurando un monologo di cui vi risparmio le parti più criptiche, ma che tradotto dallo sbronzese all’italiano significherà pur qualcosa. Ne sono sicuro.

– Questo posto è veramente incredibile.
Le persone che ci sono dentro sono veramente incredibili.
Questa è gente davvero spericolata.
Ma non nel senso comune del termine, capiscimi, si tratta di un’audacia molto più sofisticata.
Un modo di vivere che va oltre i nostri banali turbamenti di rispettabilità.

Qui dentro non si concede nulla alla moda e alla contemporaneità. Siamo noi ad essere fuori sincrono. Non loro ad essere retrò.
Cioè, voglio dire, forse noi siamo sincronizzati con la società, ma non lo siamo con noi stessi. E invece  loro sì, guardali. Ecco perché noi siamo a disagio e loro no, nel mondo.
Ci preoccupiamo sempre troppo noi del giudizio altrui. Questi invece se ne sbattono.
Il loro modo di vestire parla chiaro e anche l’arredo di questo posto è un lampante esempio di quello che dico.
Qui non c’è spazio per puttanate orientali tipo il feng-shui o puttanate occidentali tipo l’interior design.

© Pietro Romeo - Kneipe

© Pietro Romeo – Kneipe

Nonostante l’attendibilità delle sue opinioni sia minata alla base da una laurea a pieni voti all’Accademia di Belle Arti, mi rendo conto di non poter contraddire la sua ultima affermazione quando noto una maschera di Paperino affissa al muro, appena accanto al poster soft-porno di una modella in perizoma inclinata a novanta gradi per pescare dal frigo una bottiglia di Coca-cola.
In ogni caso è evidente: S. è ancora disoccupata.

–  Sapevo che questo posto ti sarebbe piaciuto.

Mentre riparte il suo flusso di coscienza però, giunge al nostro tavolo un imponente individuo sulla cinquantina, che dopo un approccio discutibile, prende posto e comincia ad illustrare il suo punto di vista su un argomento imprecisato.
Nonostante capisca il venti per cento del suo eloquio, o forse proprio per questo motivo, posso affermare con sicurezza che avrei trovato più spunti per intraprendere una conversazione se mi fossi trovato a dialogare con un trapano.
Qualche minuto dopo, direttamente dal favoloso mondo della cirrosi epatica, giungono rinforzi; ed è così che ci ritroviamo circondati da gente che ci offre cicchetti a cazzo, manco avessimo salvato l’Hertha Berlino da una sicura retrocessione in serie B.
Passiamo le cinque ore successive a farci di schnapps fino al midollo e a giocare ad una sottomarca di poker del quale ci sfugge completamente il regolamento.
Intorno alle quattro del mattino, l’atmosfera diviene così smaccatamente incomprensibile che la mia amica S. finisce per ammazzarsi di selfie con tutti i convitati, mentre io mi alzo ogni cinque minuti di orologio per andare a pisciare.
La diffidenza di un tempo è ormai vodka passata.
Poco a poco però la folla si dirada e rimaniamo in quattro: io, la mia amica S., la barista ed un tizio che ci informa di vivere a Hohenschönhausen e di possedere un Opel Corsa 1.2.
Il suo fine ultimo è offrirci un passaggio a casa. Il nostro quello di rifiutarlo garbatamente.
Scriveva il poeta Lautréamont, precursore della poetica surrealista:

“bello come l’incontro di una macchina da cucire ed un ombrello su un tavolo operatorio”.

Mi sembra un verso perfetto per descrivere la bellezza compulsiva delle kneipe berlinesi.

*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri punti di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

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