Gazzetti: «Cultura, ecco cosa l’Italia può imparare dalla Germania»

21 October 2013

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literaturhaus

Maria Gazzetti [© Barbara Klemm] e la Literaturhaus di Francoforte [© Literaturhaus Facebook]

di Alessandro Grassi

Francoforte – Quando lasciò la direzione della Literaturhaus di Francoforte i giornali locali, dal Frankfurter Rundschau alla F.A.Z. scrissero che la città perdeva la sua italiana più amata. Parliamo di Maria Gazzetti, italiana, trapiantata in Germania per molti anni e per ben quindici alla testa della casa della letteratura di Francoforte.

Quando prese le redini dell’istituzione, nel 1996, la Literaturhaus era nata da sei anni e aveva ancora la sua sede nella Villa Hoffmann sulla Bockenheimer Landstrasse. Durante la sua gestione, Maria Gazzetti, ha contribuito a farne una delle grandi istituzioni culturali della città, fino ad arrivare, nell’ottobre del 2005, al trasferimento nella ricostruita Alte Stadtbibliothek lungo il meno.

Con l’arrivo nella nuova sede il lavoro di Frau Gazzetti è continuato per altri cinque anni, fino al 2010, quando ha lasciato il posto all’attuale direttore Hauke Hückstädt e ora, da appena un paio di mesi, dirige la Goethe Haus a Roma: il museo tedesco della Capitale italiana che si occupa di promuovere la cultura tedesca.

Le abbiamo fatto qualche domanda sulla sua esperienza francofortese e sulla vita cultura tedesca.

Ci racconta l’inizio della sua avventura a Francoforte, quando tutto ebbe inizio, nel 1996?
Volevo lasciare l’Italia, pensavo che il mondo fosse più grande di Roma. Conoscevo ad Amburgo la famiglia di uno storico dell’arte, amante dell’Italia, con loro ho incontrato il vero e proprio Bildungsbürgertum. Forse c’era un’affinità elettiva con la lingua tedesca. La imparai in fretta, scrissi una tesi all’Università di Amburgo sulla letteratura comparata, cominciai a collaborare con alcuni quotidiani (FAZ, TAZ, DIE ZEIT) e alcune case editrici, scrissi la prima biografia di D’Annunzio in tedesco, iniziai ad organizzare letture e incontri con scrittori.

Da lì, mi chiamarono a dirigere la casa della Letteratura di Francoforte. Ci sono tanti direttori stranieri di musei in Germania, ma quando si parla di un’istituzione dedicata alla lingua tedesca come in questo caso, a molti sembra improbabile che possa essere diretta da qualcuno che tedesco non è. Quindi spesso mi chiedevano: «Ma come fa un Italiana a dirigere una casa della letteratura tedesca?»

E lei, cosa rispondeva?
Avevo due risposte. La prima, era una rassicurazione: ho  studiato in Germania. L’altra, invece, era: non bisogna avere il passaporto tedesco per lavorare con la vostra lingua.

Ripercorrendo gli anni trascorsi a Francoforte, cosa pensa di aver imparato da quella esperienza?
Ho imparato molto e presto che significa far incontrare il mondo della politica e dei soldi con quello della cultura. Francoforte è una città aperta, con una società estremamente nomade. I direttori di istituzioni culturali incontrano subito i capi delle banche. Si facevano collaborazioni culturali con la BCE, capitava di essere invitati a un pranzo importante e stare accanto a Hilmer Kopper, a Trichet e alla moglie, che si sapeva leggesse molto, al  direttore della F.A.Z. o al leggendario editore Siegfried Unseld.

Stava a me far entusiasmare queste persone per la tua istituzione culturale. E a Francoforte ce ne sono tante – e tanti direttori bravi, quindi tanta concorrenza. Come manager culturale la politica si aspetta che tu sappia far incontrare gli intellettuali con gli uomini del potere, facendo di questi ultimi dei buoni sponsor. Insomma, tirar fuori i soldi dalle tasche di chi li ha. A Francoforte anche questo è un aspetto importante del lavoro culturale.

Quali differenze ha trovato con il resto della Germania?
Penso che questo in Germania lo si impari solo a Francoforte, a Berlino si impara di più, mi permetta l’ironia, a riempire i formulari per le sovvenzioni – previste in numero più consistente per la Capitale. Francoforte è una società i cui abitanti e politici cambiano in  fretta, una città che vuole vedere i successi subito, che valuta il tuo valore sul mercato e cerca senza pausa il nuovo per investirci con forse più rendimento.

Ma è davvero aperta a esperimenti e al nuovo, ti lascia rischiare coi contenuti che presenti. Questa velocità è un segno della cultura moderna, ma non lascia il tempo alla cultura e alle istituzioni di crescere e maturare, non lascia cadere un po’ di polvere sulla bottiglia di vino in cantina. Quindi Francoforte ha soprattutto oggi in questo senso un problema di identità culturale.

Si dice giustamente che la città abbia il coraggio di scegliere alla guida di teatri, musei, persone poco conosciute a cui dà la possibilità di crescere e diventare famosi per poi lasciarle andare senza troppi riguardi e rimpianti  – è vero, ma per queste persone è anche un trampolino per la carriera.

Ed è diverso rispetto all’Italia? Che cosa l’Italia dovrebbe imparare dal modo di fare e promuovere la cultura in Germania?
In Germania il cittadino ha sete di cultura, partecipa, diventa socio delle case della Letteratura, organizza comitati per far fondare un museo, per salvare la casa di uno scrittore, legge, si informa, segue i dibattiti culturali, partecipa alla costruzione di un foro culturale. In Italia questa sete di cultura non la vedo più, non c’è la partecipazione.

Vedo tanta aggressività e soprattutto un’enorme volgarità di linguaggio. In Italia si dà sempre la colpa agli altri e ci si lamenta troppo. A volte mi sembra che l’Italia sia troppo piena di cultura, bellezza, creatività, genialità, inventiva, e così ci si permette di sprecare o lasciar distruggere. Siamo un po’ incoscienti.

Ora che è tornata in Italia, anche se continua ad occuparsi di cultura tedesca, c’è qualcosa del modo di fare cultura italiano che avrebbe voluto riscontrare anche a Francoforte?
Sì, la leggerezza di fare un saluto prima della lettura, l’intuizione, la fantasia, l’empatia per il processo creativo, l’eleganza, il gusto innato nel contadino come nel nobile. Nonostante la diffusa volgarità queste qualità ci sono in noi, non le curiamo più perché non è più un ideale per muoversi in società ed  avere successo.

E poi la facilità di instaurare un dialogo, l’amore per la poesia. In Germania l’incontro con la cultura è sempre troppo pedagogico, distrugge la fantasia e il gioco. Si sovvenziona quasi tutto e ne esce fuori poco che sia davvero per esempio un romanzo che ti rubi l’anima.

E ora in Italia? Com’è stato rientrare?
Dopo 30 anni in Germania sono tornata per lavorare alla Casa di Goethe, in una istituzione tedesca, per contribuire agli scambi culturali italo-tedeschi. A chi interesserà? La cultura tedesca, anche qua gli Italiani sono ambigui: odiano la Germania, ma vanno tutti a Berlino e comprano case.

Penso che questo paese deve prendersi le responsabilità di quello che sta facendo, dai politici ai cittadini, tutti, ogni giorno. La società italiana è diventata troppo cinica. E gli intellettuali non mi sembrano molto presenti. Ma sono solo due mesi che sono a Roma. Vedremo che pubblico viene alla Casa di Goethe!

Infine, 15 anni: le manca Francoforte?
Ho cambiato tante città, non mi manca, ma resta una parte importante di quello che sono diventata. Non so più chi ero quando sono andata via, ma quando leggo il vostro giornale, Il Mitte, permettetemi la vanità, mi sento un p0′ una pioniera. Ma bisogna andar via per aprire gli occhi al mondo, non per egoismo.

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