Francoforte, la letteratura, e un libro pubblicato da poco: intervista a Francesco Giusti, ricercatore alla Goethe Universität

2 July 2015

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Francesco nel suo ufficio alla Goehte Universitätm Foto Alessandro Grassi.

Francesco nel suo ufficio alla Goehte Universitätm Foto © Alessandro Grassi / Il Mitte.

Bannerino_FrancoforteLetteratura italiana e Francoforte un binomio che quest’anno ha regalato non poche occasioni di essere riscoperto. L’amore tedesco per la cultura italiana è cosa nota e per dimostrarlo basta nominare almeno due iniziative che hanno avuto luogo durante l’anno in città. La prima riguarda Dante (di cui quest’anno ricorre il settecentocinquantesimo anniversario) e le diverse iniziative organizzate dalla Deutsch-Italienische Vereinigung. La seconda invece è dedicata a Pier Paolo Pasolini a quaranta anni dalla sua morte. Ci riferiamo alla grande rassegna dedicata ai film del poeta e regista italiano svoltasi al Deutsche Filmmuseum. L’ultima serata sarà proprio il prossimo giovedì, il 9 di luglio, con la proiezione di Mamma Roma.

Ad organizzare la rassegna, insieme al museo del cinema, ci hanno pensato l’Institut für Theater-, Film und Medienwissenschaft, l’Institu für Kunstgeschichte e l’Institut für Romanische Sprachen und Literaturen della Goethe-Universität. Abbiamo così colto l’occasione per fare quattro chiacchiere con Francesco Giusti, ricercatore in visita qui a Francoforte che lavora proprio su Dante e sulla poesia italiana.

Allora Francesco, cominciamo parlando della tua storia. Come e quando sei arrivato a Francoforte? Quanto pensi di restarci?

Sono arrivato nell’aprile del 2014, l’anno scorso. Sono arrivato con una prima borsa breve di ricerca postdottorato di quattro mesi, poi me l’hanno prolungata di altri dieci mesi e sono ancora qua. Fino a fine luglio e poi non si sa. Per ora continuo a fare domande per altre borse, in Germania ma anche in Inghilterra. Mi piacerebbe restare ma, ovviamente, non dipende da me, almeno non solo.

Cosa ti ha portato in Germania?

Indubbiamente i soldi sono stati un fattore importante, ma non esclusivo. Avevo già contatti con la bravissima professoressa di letteratura italiana qui a Francoforte, Christine Ott, per alcuni lavori che ho fatto su Montale. E in realtà c’è anche un interesse accademico più generale. In Germania ci si occupa molto di più di teoria della poesia lirica che altrove e questo è il mio specifico ambito di ricerca. La professoressa con cui lavoro è esperta di poesia italiana e di questioni relative all’io lirico. Quindi sì, ci sono ragioni scientifiche.

E questa scelta ha pagato dal punto di vista accademico?

Sì, direi di sì. Anche perché per come è strutturato il sistema tedesco i romanisti sono quasi di necessità comparatisti. Chi invece insegna letterature comparate, mi sembra, si occupa più specificamente di teoria della letteratura. In Italia, invece, spesso è tutto più orientato alle letterature nazionali. Qui in Germania, dovendo insegnare due letterature romanze, anche i romanisti si trovano spesso a portare avanti lavori di più ampio respiro. Lavorando sulla lirica in una dimensione europea mi trovo bene in questo contesto. Poi è vero che dipende molto da quanto è bravo il singolo studioso, perché ovviamente può essere difficile avere competenze “specialistiche” su due letterature diverse.

Quindi se dovessi giudicare l’accademia tedesca, diresti che il tuo voto è positivo…

Sì, o almeno io mi son trovato molto bene. Di sicuro mi sono sentito abbastanza riconosciuto come “giovane” studioso che potrebbe avere qualcosa da dire. In Italia mi sembra sia ancora forte l’idea dell’“ancora non sei pronto”. Di simile all’Italia, invece, ho notato che la gerarchia qui è abbastanza forte rispetto ad altri paesi. Però in Germania ci sono più possibilità di fare e, credo, non solo per questioni di soldi.

In questo senso ti riconosci nell’ormai abusata espressione di “cervello in fuga”?

No. Non mi è mai piaciuta quest’espressione. Certo, mi piacerebbe molto lavorare in Italia se ci fosse la possibilità, però non mi dispiace vivere in altri paesi. Nel senso che mi sembra un tipo di lavoro, il mio, che richiede la disponibilità a muoversi in diversi contesti. A parte la mia specifica disciplina e i miei interessi, credo che il mio lavoro rientri in quella categoria di mestieri per cui uno va dove è possibile farlo nel migliore dei modi. Comunque, ovviamente conosco bene il grave problema che questa espressione vuole indicare, ma credo andrebbe ridefinito come un problema di effettive possibilità di circolazione…

Per soldi…

No, no, non intendo questo. Al di là dei problemi economici che l’università può avere, mi riferisco al fatto che bisogna andare – e si dovrebbe poter andare – in quei centri di ricerca o in quei luoghi dove ci si occupa di quello che ci interessa.

Quindi, come dicevi, qui in Germania hai avuto l’impressione di poter fare più cose. So che hai organizzato un interessante convegno internazionale di letteratura e filosofia, qualche mese fa, dedicato al tema dell’errore e poi hai anche appena pubblicato un libro intitolato Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto. Di cosa parla?

canyonieri in morte

La copertina del libro.

Innanzitutto bisogna dire che questo libro non ha a che fare strettamente con la Germania ed è stato pubblicato in Italia da Textus Edizioni. Il nucleo originario proviene dalla mia tesi di laurea specialistica, poi nel corso degli ultimi sette anni è stato riscritto molte volte. Un processo lunghissimo. L’ultima revisione però l’ho fatta qui a Francoforte!

Il libro fondamentalmente fa due operazioni. Da un lato c’è, diciamo, un lavoro più storiografico che punta a definire il “canzoniere in morte” come sottogenere della lirica che percorre la letteratura euro-americana da Dante e Petrarca fino a oggi. Dall’altro lato c’è un aspetto più teorico che tenta di collocarsi in tre dibattiti che hanno animato soprattutto il mondo anglosassone: quello dell’etica del lutto in senso filosofico e psicoanalitico, quello del problema etico sollevato dall’elegia classica – “accusata” di appropriarsi del defunto e di farne un’immagine ad uso e consumo dell’autore – e il terzo ambito invece riguarda l’idea della letteratura come compensazione e riparazione.

Pensi di presentarlo?

Mi piacerebbe molto. Sto provando ad organizzare una presentazione, magari dopo l’estate. La mia idea sarebbe di costruire un piccolo evento culturale piuttosto che una normale presentazione. C’è tanta buona poesia nel libro e penso che potrebbe interessare anche i non addetti ai lavori o i non italiani. E poi, a dispetto di quanto possa lasciar pensare il titolo, non è affatto un libro sulla morte! In questo sono d’accordo con Jankélévitch: il lutto è un’esperienza della vita. Per questo preferisco definirli canzonieri in morte rispetto a di morte. E da qui tento di dimostrare che dopo la morte di Euridice, Orfeo cerca di parlare con lei (ma lo stesso si può dire per Dante). Con lei nel doppio senso di “interlocutrice” ma anche di “materia” e “ragione” della voce. Si vede in questi canzonieri come l’altro scomparso si riveli progressivamente essere una persona diversa, talvolta sconosciuta, perciò non direi affatto che c’è una rassicurante appropriazione dell’immagine. L’immagine non basta, l’altro torna continuamente a turbare l’io fino a diventare un elemento costituente della propria soggettività. L’altro modifica le pratiche dell’io, diventa parte di esso. E intendo le pratiche reali. Nel “lutto” cambia proprio il modo di agire nel mondo, di rapportarsi al mondo. E una delle pratiche dello scrittore è ovviamente scrivere, perciò cambia il suo stesso modo di farlo.

Ma non è normale il fatto che dopo un lutto uno debba ridefinire il proprio io?

Probabilmente sì, ma io non voglio definire l’evento in un senso puramente privativo per cui il “nuovo” io riempie lo spazio lasciato libero dalla scomparsa della persona amata. La persona che manca continua ad avere un’influenza notevole. Come dire: non è soltanto nei canzonieri in morte, anche nella mia esperienza personale, nelle persone che mi circondano vedo accadere questa dinamica. Chi subisce un lutto così radicale come la perdita della persona amata non può essere la stessa persona di prima.

Dopo un lutto c’è il desiderio di entrare in contatto con le tracce materiali della persona che non c’è più. Quegli oggetti personali che appartenevano all’altro e che non si riesce a simbolizzare portano un altro tipo di memoria, proprio perché non potendo venire simbolizzati – cioè non potendo entrare a far parte della struttura di senso del sopravvissuto – rimandano costantemente al fatto che quella persona era un’altra persona. E spesso si finisce per sentire la persona scomparsa come molto più autonoma dall’io e dai suoi desideri rispetto a quando era in vita. Così spesso i canzonieri ci raccontano la scoperta di nuove “informazioni” sulla persona scomparsa che infrangono la narrazione che l’io tenta di costruire.

E Francoforte ti è piaciuta? Se dovessi lasciarla sarà un “lutto”?

La città… come dire, superato il primo impatto con “la città delle banche”… diciamo che adesso che credo di vivere a contatto con una sorta di Francoforte più “vera”, son molto contento della mia vita qui.

Per te, che non parlavi molto il tedesco, hai trovato una comunità italiana ad accoglierti?

I contatti con la comunità italiana, beh… non riesco bene a parlare della comunità italiana. Non è stato un riferimento necessario per la mia socialità. Non in quanto comunità, almeno. Conosco una serie di italiani ma non in quanto “comunità”. Alcuni li ho conosciuti ad un aperitivo organizzato da voi del Mitte che in qualche modo potrei definire un’attività “comunitaria” ma poi non è stata una frequentazione che definirei “della comunità italiana”.

Ho conosciuto anche altri ambienti, come è normale che succeda in una città internazionale come Francoforte. Attraverso la mia coinquilina ho conosciuto molti artisti e aspiranti artisti. È un ambiente molto vivace. In maniera diversa da Berlino. Anche in questo caso, però, non nel senso di una “comunità artistica”, ma di piacevoli incontri con artisti per così dire “singoli”.

In generale potrei dire che rispetto agli altri miei soggiorni all’estero sono entrato in contatto con molti ambienti diversi. Persone che lavorano alla BCE, gente dell’università, artisti appunto e persone che lavorano in azienda. Per quanto riguarda il “lutto” non so. Non vorrei paragonare le due cose e comunque spero di restare!

[ale.gra]

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