Julie’s Haircut: “Perdersi nel suono”

16 May 2016

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di Lucia Conti

I Julie’s Haircut sono una band storica dell’alternative rock italiano. “Fever in the funk house” (Gamma Pop, 1999), fu considerato dai critici uno dei migliori album di debutto e un capitolo fondamentale nella storia della musica indipendente degli anni ’90. da quel momento in poi la band ha continuato a produrre, mescolando garage-rock, psichedelia, noise e incursioni sperimentali. A partire del 2006 cominciano a collaborare stabilmente con Damo Suzuki, ex cantante della storica band tedesca “Can”.
Nel 2012 la band ha dato inizio a una collaborazione con il compositore contemporaneo americano Philip Corner.
In ottobre 2013 è uscito “Ashram Equinox”. Il gruppo sta avendo una felice attività live in tutta Europa e molti trdeschi in particolare si stanno avvicinando alla sua musica. Nell’imminenza della data berlinese, abbiamo parlato con Luca, il cantante.

A un anno e mezzo dal vostro ultimo concerto in Germania, tornate a Berlino. L’ultima volta avete avuto un pubblico decisamente internazionale. Cosa ha attirato tanti tedeschi?

Non saprei, bisognerebbe chiederlo a quei tedeschi… spero la curiosità. Magari si sono andati ad ascoltare qualcosa di nostro e hanno capito che era una proposta che poteva interessare anche a loro. Qualcuno forse ci seguiva e ci conosceva già da anni. In fondo la nostra musica non è tipicamente “italiana”. È ovvio che se un importante cantautore italiano arriva a Berlino, lo fa principalmente per suonare di fronte ad un pubblico di emigrati, ma non è il nostro caso, non siamo sufficientemente celebri a casa nostra per far leva su un pubblico di soli italiani all’estero. Nello stesso tempo ci siamo sempre aperti a collaborazioni con artisti ed etichette internazionali per cui, per una certa nicchia di pubblico, ad ogni latitudine, non siamo emeriti sconosciuti.

La città di Berlino ha sempre esercitato sugli artisti e sui musicisti uno strano fascino. Che ne pensate ed è successo anche a voi?

Berlino è certamente affascinante e negli anni in Europa è stata il centro nevralgico di tante espressioni artistiche, ma noi non subiamo molto questo fascino da “centro del mondo”. Siamo una band di provincia, lo siamo anche per le limitate dimensioni italiane, e ci siamo sempre trovati a nostro agio ad osservare il mondo e ad operare da questa posizione marginale.

Subito dopo la data berlinese suonerete a Copenaghen con Damo Suzuki, leader di una storica band tedesca, i Can. Il vostro ormai è un sodalizio di lunga data. Com’è la vostra interazione?

Ci conosciamo da tanti anni, abbiamo suonato con lui in tante occasioni. Per me Damo è ormai come un familiare, questo zio nippo-tedesco che se ne sta a Colonia, o più spesso in giro per il mondo, e con cui ogni tanto mi incontro per suonare o anche solo per mangiare (lui è un grande appassionato di cucina). Per quanto riguarda l’aspetto strettamente musicale, l’interazione tra Damo e i musicisti che suonano con lui è di assoluta libertà: non si prova mai nulla prima, tutto quello che accade sul palco deve essere assolutamente spontaneo ed immediato. Si tratta davvero di perdersi nel suono, di annullare la propria individualità in questo rito collettivo che si consuma tra musicisti e pubblico. “Creating time and space of the moment”, dice Damo.

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“Ashram Equinox” è il vostro ultimo album, ma è da poco stato l’anniversario dell’uscita del vostro secondo lavoro, “Stars never looked so bright”. Il primo, “Fever in the Funk House”, fu definito dagli addetti ai lavori come una delle migliori opere prime del panorama indierock italiano e da allora ad oggi ci sono stati altri tre album. Che scaletta presenterete ai vostri supporter?

Noi abbiamo sempre preferito suonare le nostre cose contemporanee, concentrandoci più sul presente che sul passato. Non suoniamo nulla dei primi tre album, non perché non ci piacciano, ma per una questione stilistica, quello che facciamo ora è diverso. Per cui il concerto vedrà principalmente brani da “Ashram Equinox” e qualche contributo dagli album ed EP degli anni immediatamente precedenti. Tieni presente che abbiamo appena finito di registrare un nuovo album, per cui avremmo anche tanto materiale ancora più nuovo, ma non credo che lo presenteremo già in questo tour.

Avete vissuto diversi cambiamenti di line-up. Cosa permette a un progetto attivo a lungo di “resistere” negli anni, nonostante gli inevitabili e fisiologici cambiamenti strutturali?

Visti dall’esterno i nostri cambiamenti di line-up possono sembrare forse più radicali di quello che non sono stati. A mio modo di vedere il cambiamento più sostanziale per la natura del gruppo è stato quando la nostra bassista/cantante Laura ha deciso di lasciarci per motivi familiari. Ma quando ciò accadde, già da tempo Scarfo era entrato nella formazione come bassista-chitarrista e i ruoli all’interno della band avevano già assunto una forma decisamente più “liquida” rispetto alla formazione “rock” dei nostri esordi, per cui il passaggio fu abbastanza naturale. Andreino poi è entrato ufficialmente nella band come tastierista intorno al 2006, ma in realtà già dai nostri esordi lui collaborava esternamente con noi, aveva co-prodotto e registrato tutti i nostri primi dischi, fin dal nostro 7” d’esordio nel 1998, per cui, dal nostro punto di vista, non è stato per nulla complicato. Abbiamo poi cambiato batterista nel 2011, ma anche Ulisse, il nostro attuale batterista, lo conoscevamo da anni e si è inserito nel tessuto del gruppo in maniera molto indolore. In mezzo a questi avvicendamenti ci sono stati amici ed amiche che ci hanno aiutato a riempire i buchi quando si è reso necessario, ma è sempre stato tutto gestito all’interno di un cerchio di amicizie piuttosto ristretto. In qualche modo siamo io e Nicola a garantire la continuità della storia dei Julies, dal primo giorno ad oggi. Segreti non ce ne sono, se si sta in una band è solo importante cercare di limitare gli individualismi e tenere la mente sempre ben concentrata sul quadro generale, sulla musica.

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