Mascha Kaleko, la poetessa ebrea che ha raccontato Berlino con gioia e malinconia

10 August 2017

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di Alessandro Campaiola

Gli anni ’20 del secolo scorso, a cavallo tra i due conflitti mondiali, si scoprirono culla di artisti, letterati, poeti e pittori, come forse poche altre epoche storiche.

Parigi abbracciò il meglio della scrittura americana, con personalità del calibro di Gertrude Stein, Hemingway e Fitzgerald, che presero dimora presso il quartiere latino della romantica città francese.
Berlino, invece, accolse un’importante comunità russa tra cui spiccava il talento di Vladimir Nabokov, e, al contempo, molti ebrei, per la maggior parte provenienti dall’Europa dell’Est, trovarono ospitalità tra i palazzi dell’area nord della capitale tedesca.

Tra questi ultimi, la poetessa Mascha Kaleko, originaria della Galizia, trascorse a Berlino, nell’ormai celebre, battuto da ogni guida turistica, quartiere ebraico, lo Scheunenviertel, gli anni che videro sbocciare la sua giovinezza tra il 1918 e il 1928.

La rinomata area che si estende a nord-ovest di Alexanderplatz, prende il suo nome da quello che un tempo era conosciuto come “il quartiere dei fienili”, a causa dell’imponente presenza di pagliai tra Torstrasse e Oranienburgerstrasse. L’alta probabilità che tra questi potessero divampare pericolosi incendi, però, portò le organizzazioni della città a spostarne la locazione fuori le mura nel 1672, quindi, a edificare e industrializzare la zona che divenne, poi, casa della popolazione jewish.
Tuttavia, le condizioni di vita, in quella zona erano pessime, e la densità di abitanti tanto alta che, in molte famiglie, anche una decina di persone si trovava a condividere una stanza, così da rendere necessari dei turni per il sonno e la veglia.

Fu proprio Berlino, e in particolare questo borgo, brutalmente depredato durante l’occupazione nazista, e oggi sede di negozi, locali alla moda, e ottimi ristoranti tipici, la protagonista principale delle malinconiche poesie di Mascha Kaleko. La poesia della giovane artista ebraica fu un connubio di mestizia e di gioia, carattere che le conferì un immediato successo.

La vita della donna, fatta di continue emigrazioni, non si presentò affatto semplice. Tra quelle strade, Mascha approcciò agli studi anche contro il parere del padre, trovò lavoro presso gli uffici delle organizzazioni ebraiche in Germania nel 1925 e frequentò, in quella che oggi è a tutti conosciuta come la Humboldt Universität, corsi di filosofia e psicologia. Fu però costretta a lasciare quella che ormai era la sua Berlino durante gli anni del Terzo Reich, nel 1938, attraversando l’oceano verso gli Stati Uniti. Solo nel 1960 si stabilì nello Stato di Israele, prima di salutare la vita in Svizzera al termine degli anni ’70.

La parola di Mascha Kaleko illuminò e ancora illumina come una rivelazione, è profonda, minimale, ermetica, come la sua poesia. Si insinua sotto pelle, interroga sensi sopiti, suona corde nascoste, è eterna. Come “La mia poesia più bella”, emerge dal profondo delle profondità:

La mia poesia più bella?
Io non la scrissi.
Emerse dal profondo delle profondità.
La tacqui.

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