Il video di Berlino nel 1945, il ciclo che non si può interrompere

17 May 2015

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di Mattia Grigolo

C’è un’unica fotografia di mio padre in età adolescente che io abbia mai visto, è stata per anni appesa nella sala della casa di sua madre, mia nonna e poi, improvvisamente, l’ho ritrovata che pendeva, delimitata dalla stessa vecchia cornice, sul muro della sala di famiglia, quella in cui abbiamo vissuto per tanti anni.

Quest’unica fotografia è in bianco e nero, ritrae mio padre in un’età compresa tra i dodici e i quindici anni (non mi ha mai confermato l’età esatta). E’ un busto intero, che lo ritrae vestito con calzoncini neri sopra le ginocchia, calze bianche svoltate alla caviglia e scarpe di cuoio. Sorride, mio padre, ed io non posso notare i suoi occhi azzurri, ma la cosa che ho pensato dal primo istante in cui mi sono soffermato su di essa, è che mio padre da adolescente ha lo stesso taglio di capelli di mio padre ora. E’ una cosa che mi ha fatto pensare molto.

Qualche giorno fa ho chiacchierato con due amiche riguardo il fatto che la vita è ciclica, e fin qui credo di non aver detto nulla di nuovo, ma abbiamo anche discusso sul fatto che la vita dei genitori è ciclica. Di conseguenza anche quella dei figli. E’ un ciclo inverso, però, come se iniziasse da un lato e si chiudesse dall’altro.

Mi spiego meglio: una madre e un padre, prima di esserlo, devono necessariamente nascere a loro volta da una madre e da un padre (c’è già una ciclicità). Questi genitori futuri ora vivranno la loro vita, saranno accuditi e cresciuti da una mamma e da un papà, saranno istruiti e avranno bisogno di loro. Arriverà poi il momento della distanza, in cui questi figli si allontaneranno, si vergogneranno, avranno la loro vita segreta, in cui l’odio e l’amore verso i propri genitori, si contenderanno il ruolo primario del periodo più bello e più difficile. Per entrambi. A questo punto il fiume farà il suo corso naturale nell’anello della vita e i figli torneranno verso i propri genitori, che intanto saranno invecchiati e che (il cerchio si chiude) avranno bisogno di essere accuditi dai propri geniti. E’ un cerchio inverso, una sfera che rotola su di un lato solo. Ovviamente ci sono le eccezioni, le quali comprendono una multitudine di fattori, alcuni dei quali non possono essere plasmati, come la morte.

La verità però, è una soltanto, puoi interrompere la ciclicità del genitore-figlio, ma non puoi uscirne.

Perché questo lunghissimo preambolo?

Perché mi è capitato di vedere (come poteva essere altrimenti, data la viralità che ha avuto nelle settimane scorse) il video, proveniente dagli archivi della Chronos Media girato nel luglio del 1945, restaurato, colorato e rimesso in circolazione.

Nel breve documentario si può notare una Berlino dilaniata dalla guerra che è appena terminata. Un giro turistico con telecamera alla mano tra le strade di una città morta che sta tentando di risorgere. Le immagini si soffermano sulla Porta di Brandeburgo, sul Reichstag, Unter den Linden, la Cattedrale di Berlino, Alexanderplatz, il bunker di Hitler ed altri importanti siti della città. Di tutto ciò che l’occhio della telecamera incontra e immortala indelebilmente, c’è solo lo scheletro. Palazzi sventrati come costole di animali decomposti al sole, carcasse di mezzi bruciati. Rottami e macerie.

In quel video, però, ci sono anche le persone. E sono tante. Ci sono le donne, gli uomini, i bambini, i soldati. Ecco, osservando attentamente le immagini decine di volte a loop, ho pensato a due cose: alla foto di mio padre e alla ciclicità genitoriale. Per la prima volta entrambi i pensieri si sono mossi.

Ho pensato a mio padre ed ho creduto di vedere quella sua foto a colori, poter notare i occhi azzurri e quei capelli identici. Ho creduto di vederlo muoversi stretto dai suoi calzoncini di velluto nero, dentro quelle scarpe troppo larghe e pesanti, probabilmente eredità di mio nonno. Ho pensato ad un genitore, la Germania, che si è allontanata e si è riavvicinata improvvisamente e imprescindibilmente alla civiltà, soltanto nel momento in cui è caduta, per poi risorgere, con l’aiuto di se stessa. Ancora, l’interruzione senza uscita; Berlino non ha potuto uccidersi, non ha potuto uscire dal cerchio ed ha avuto bisogno dei suoi figli, dopo che loro si sono allontanati dalla propria madre, nonostante decantassero una razza unica e superiore.

Nel viaggio che la telecamera misteriosa compie sotto il sole di un non-luogo quasi post apocalittico, ci sono donne che si passano secchi colmi di macerie, in una staffetta quasi comica. Alcune di loro sorridono, una fa le boccacce verso l’operatore. Ci sono gli uomini, e gli uomini soldato, i bambini e i bambini soldato. Gli anziani. E passeggiano tra le ossa spezzate della loro casa, alcuni sono mutilati, altri corrono tra i ciottoli e la polvere cavalcando le loro biciclette. Fotografano, documentano, si prendono cura del proprio cancro, consapevoli che per rinascere occorre prima morire.

Ci sono i volti delle decine di personalità inimmaginabili, scavati dalle ferite, con i denti spezzati e le labbra morse da una tristezza impenetrabile, un vuoto incolmabile come il baratro di ogni cosa. Ci sono e si vedono, ma noi siamo qui, che percorriamo lo stesso flusso, all’interno delle stesso anello e oggi possiamo uscire e vedere quegli stessi luoghi mangiati dalla guerra ergersi nuovamente imponenti su Berlino e sull’Europa. Noi siamo qui, adesso e ora, a documentarci sul ciclo inesauribile di ogni cosa. Come la foto di mio padre che, ancora oggi, mi ricorda il bambino che ero e l’uomo che vorrò essere.

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