REALITY BITES – Heimat in eternal sunshine of the spotless mind

Beati gli smemorati, poiché avranno la meglio anche sui loro errori
Pensavo che molti tedeschi conoscessero il sontuoso Heimat di Edgar Reitz, un ciclo di 30 episodi in tre parti sulla Germania, dagli anni trenta fino alla fine del novecento, sullo sfondo di questioni più o meno private attorno a una famiglia renana. Invece niente: roba da insonni cinefili davanti a Fuori Orario di Rai tre.
Una volta una delle mie insegnanti di tedesco ci diede delle fotocopie di un brano dal titolo HEIMAT: “finalmente!”, pensai. Ma l’argomento non si basava sul cinema tedesco, ma su Heimat, nel senso della parola.
Patria. “Che cosa è Patria per voi?”, iniziò a martellare l’insegnante. “Nostalgia? Oppressione? Una nazione? O un sentimento di appartenenza?”.
La sofferenza è non avere abbastanza scelta lessicale in questa lingua per poter articolare i pensieri in modo fluido e coerente. Per alcuni, per uno come Domenico, la risposta sarà qualche formaggio locale o il bar della domenica. Si, anche io penso spesso allo stracchino, ma ci si deve anche emancipare ogni tanto dall’incubo delle passioni.
Alzo timidamente la mano. “Frau Motz, patria può essere anche un luogo non esistente fisicamente, uno spazio immateriale in cui posso sentirmi a casa, insomma una cosa mia, condivisibile in parte”. (Non so davvero in tedesco cosa è uscito fuori, ma almeno nessuno ha chiamato l’esorcista).
Frau Motz ci riflette e poi chiosa: “Interessante..”. Forse per qualcuno cresciuto in un paese che più di altri in varie occasioni, non troppo lontane nel tempo, ha fatto coincidere in modo indissolubile e tragico politica, tradizione e questioni private, il concetto fa smarrire.
“E il tuo paese Marion?”
Ma che ne so, che volete sentirvi dire? Avete messo in copertina su “Der Spiegel” l’Italia con al centro un piatto di spaghetti, due pistole e sirene come mignotte. Ancora nun ve basta?
Ma lasciateme perde, va.
In Heimat di Reitz il giovane Hermann Simon, fa il liceo nella immaginaria cittadina renana di Schabbach, nell’Hunsrück, dove è cresciuto in una terra impoverita dall’esito della Seconda guerra mondiale, e poi scappa da quell’«incubo di famiglia», parole testuali, con buona pace del Moige. A Monaco insegue il sogno, raggiunto, di diventare un celebre compositore. Il conservatorio, gli amici e gli intrallazzi d’amore fanno da contrappunto agli anni sessanta e settanta: chi muore, chi scopre i paradisi lisergici, chi è diviso tra l’arte e la vita, chi sceglie la lotta armata e chi perde l’innocenza.
Hermann vaga confuso in cerca della sua heimat e poi torna (forse) nei lidi natii. Perché? Perché è inevitabile o per necessità drammaturgia? Come per l’Edipo/Citti, in un bivio tanto vale chiudere gli occhi e fare il girotondo a caso, visto che l’inconscio è un destino.
Quando il muro di Berlino è caduto io avevo otto anni e mi ricordo solo i collegamenti allegri degli inviati del Tg1 davanti a una folla esaltata e arrampicata. Non ho la percezione, come Hermann, di aver vissuto momenti decisivi della storia, e le guerre erano sempre altre e lontane, mai mie. Anche se protestavo assieme ai miei compagni di liceo contro Milosevic, contro tutti i Bush, non succedeva nulla, un’indifferenza annoiata riprendeva, alla fine, le redini.
Già dalla nascita, poi, la tv era sempre la stessa. Certo potevo dire che nei programmi degli anni ottanta i ballerini erano ballerini veri, gente che aveva studiato danza e faceva le audizioni. Capirai.
E poi i cartoni animati erano bellissimi, giapponesi, malinconici e sceneggiati meglio di un film italiano presentato alla mostra del cinema.
Ma sarebbe forse una delle tante falsificazioni della storia, come quelle che vedono i poveri che si riscattano dalla loro condizione. Fregnacce.
Quale stacco storico decisivo posso aver vissuto? Come Hermann e gli altri personaggi, io sono la voce fuori campo della mia stessa memoria: tra feste di compleanno e giostre patronali, est e ovest in Germania acquistavano un altro senso nel 1989.
Un nostro “senso” forse è cambiato quando abbiamo cominciato a preparare tesine con word e non chiamavano più a casa di qualcuno per cercarlo: “Sono Marion buonasera, posso parlare con ecc..?”, entrando in contatto con un intero contesto domestico e le sue dinamiche.
È questo il nostro mondo perduto senza troppi romanticismi? La Shabbach del primo novecento che vediamo nel suo impatto con la prima radio, la prima auto, il primo aereo e che alla fine dello stesso secolo è bomboniera folkloristica?
Il posto dove sono cresciuta non pare essere stato risucchiato nella cinica globalizzazione, se non fosse per i dettagli delle persone, il loro abbigliamento. Vedo cinquantenni rubare le vesti ai loro figli adolescenti con risultati grotteschi. Vedo nonne con scarpe da tennis colorate e panze sformate da tre parti cesarei coperte da maglioni solo al 30 per cento. Come altrove, mi si risponderà. Sicuro, ma il resto è davvero sempre immobile per cui un certo senso del ridicolo spicca di più. Ma anche qui l’illusione del piccolo mondo perduto prende il sopravvento sulla memoria: in fondo Schabbach restava agli occhi di Hermann, scappato a Monaco, un buco di bigotti e contadini testardi, nonostante il sapore del posto delle fragole.
Questo sapore ci attacca ai luoghi, cara Frau Motz, malgrado il resto. Il mio è il gusto del mulino bianco, delle fette biscottate, quelle che portavo al coniglio dei vicini davanti alla fermata dello scuolabus, mentre le manone di nonna, che puzzavano sempre di aglio, tenevano le mie. A questo si associa la sigla di Bis, il programma di Mike Bongiorno, che stava sempre a tavola con noi.
Frau Motz mi segue con curiosità e mi chiede se, quindi, mi manca la carbonara. Ma che c’entra?
Proust e Bergman staranno ribaltando la loro tomba mentre la Motz ha in mente solo la canzone demenziale degli Spliff, gruppo tedesco degli anni ottanta:
Io voglio viaggiare in Italia in paese dei limoni
Brigade Rosse e la Mafia cacciano sulla Strada del Sol.
Distruzione della Lira Gelati Motta con brio,
Tecco mecco con ragazza ecco la mamma de amore mio.
Sentimento grandioso per Italia baciato da sole calda
borsellino e vuoto totale percio mangio sempre solo.
Spaghetti – Carbonara – e una Coca Cola,
Carbonara – e una Coca Cola,
Carbonara – e una Coca Cola
È bello essere ammirati senza pregiudizi.

SITO WEB: Reality Bites su Taxi Drivers




