Gli Squats di Berlino e il sogno di libertà. Un frammento di storia attraverso le foto di Marko Krojac

2 June 2015

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© CZKD

 di Serena Montera

Ero in un bar nei pressi della stazione ferroviaria di Ostkreuz quando vidi per la prima volta le fotografie di Marko Krojac. Le immagini non erano molte ma seppero tenermi incollata a guardare per parecchi minuti. L’occhio urtava contro la rabbia, la passione, l’impeto e la libertà sfacciata di uomini, donne e bambini dal volto fiero e dagli occhi pieni. A volte circondati da fumogeni, da macerie o da divise, altre volte protagonisti dentro scene di una vita quotidiana indisciplinata. Per curiosità mi avvicinai al bancone per chiedere cosa fossero quelle immagini. Luigi, il proprietario del locale, mi sorrise e rispose “sono di un amico. Mi ha proposto di esporle e badare a loro mentre lui è fuori città”, mi mostrò un testo in tedesco che raccontava di loro e del fotografo squatter che le ha raccolte. Non capii tutto quello che c’era scritto, poi  Luigi unì alle mie informazioni lacunose delle storie interessanti e io rimasi zitta ad ascoltare.

Adesso quel bar ha chiuso i battenti, per colpa dell’aumento del prezzo di affitto del locale. Io avevo voglia di rivedere quelle foto e saperne un po’ di più. Marko l’ho incontrato nella sede di Czentrifuga, un collettivo artistico indipendente dove attualmente lavora, un ambiente decisamente amichevole. Per prima cosa, gli chiedo di mostrarmi quelle foto che avevo visto molto tempo prima, così guardiamo dei pieghevoli in carta, qualche serigrafia e poi si mette mano al suo archivio informatico, mi chiarisce qualche scena e inizia a raccontare.

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© Marko Krojac

Tu sei nato a sud, nella città di Heidelberg. Quand’è che inizia il tuo rapporto con Berlino?

Nell’agosto del 1990, quindi dopo la caduta del muro.

Ricordi del momento in cui hai saputo della caduta?

Si, ricordo che le persone impazzirono. Io lavoravo ad Heidelberg, a quel tempo facevo il servizio civile come alternativa a quello militare. La notte della caduta del muro, udimmo la notizia mentre eravamo fuori a bere tra amici, in una serata noiosa. Qualcuno disse “andiamo a Berlino!” e dopo due giorni partimmo, fu un viaggio veramente folle.

Cosa trovaste una volta arrivati a Berlino?

C’era il caos totale. Noi rimanemmo ad ovest, a Kreuzberg. Spostarsi dall’altro lato era difficilissimo a causa della massa di gente che veniva da est e circolava in quei giorni attraverso il passaggio, anche un breve attraversamento era claustrofobico.

Cosa hai provato in quel momento? Era facile capire cosa stava accadendo?

No, non era semplice.  Era qualcosa di molto significativo per la Germania ma per me, a quel tempo, era solo ciò che stava accadendo. Prima di allora non ero mai stato connesso alla Germania dell’est, non avevo idea di cosa fosse e non mi ero mai realmente interessato. Ho fatto un giro ad est per la prima volta, credo, nel febbraio 1991 e fu piuttosto scioccante. E’ divertente. Quel giorno cambiai dieci marchi tedeschi al mercato nero, in Ostmark, la moneta sovietica. Era giunta sera e non sapevo più come spendere i soldi, nonostante avessimo comprato una marea di roba, ce ne rimanevano ancora. A quel tempo non era permesso  portare i marchi dell’est in Germania ovest. Al confine ti fermavano e ti chiedevano di mostrargli quanti Ostmark avevi con te.

Immagino che a quel tempo la città offrisse scenari spettacolari, fu allora che nacque la tua passione per la fotografia?

Avevo già l’idea della fotografia ma non pensavo assolutamente di andare a Berlino, la odiavo, non mi piaceva. Non so, probabilmente perché io venivo da una piccola provincia mentre lì tutti erano cool e alla moda, era una piccola isola felice nel mezzo della Germania dell’est, il resto era qualcosa di totalmente diverso.  Quando venni a sapere che due amici miei avevano occupato una casa, rimasi sorpreso e realizzai che in quel momento tutto era possibile. Fu lì che decisi di muovermi a Berlino.

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© Marko Krojac

Dopo la caduta del muro qual era la situazione governativa? Non c’era un vero e proprio controllo, giusto?

Esatto, il governo della Germania est era ancora in carica ma non so se non fosse più interessato o altro. Quando la DDR perse potere, spuntarono subito fuori molti elementi di destra. Nello stesso tempo, il fenomeno delle occupazioni crebbe e, nell’agosto del ’90, credo esistessero 130 squats nella Berlino est. Per la parte ovest fu più dura, lì una legge stabiliva che un posto non poteva essere occupato per più di 24 ore. Quando guardavano aldilà del muro, ci criticavano, disapprovavano la nostra condizione e noi dall’altro lato ce la ridevamo. L’est era quasi completamente disabitato, era perfetto per noi. Prima della caduta, molti tedeschi si erano trasferiti ad ovest, anche perché lì c’era una legge per cui non era obbligatorio fare il servizio militare. Quindi l’area era estremamente affollata, vivevano in 6 o più persone in un appartamento di due stanze. Quando il muro cadde, la gente vide che dall’altro lato era tutto vuoto e abbandonato. Nel 1991, ci fu una forte ondata in cui le persone si spostarono ad est.

Quindi tutte le tipologie di persona iniziarono ad occupare case?

Si tutti, davvero tutti i tipi di persone, senza differenza. C’erano dei gruppi organizzati, delle comunità ma erano in minima parte. Penso inoltre che il governo dell’est fosse abituato alle occupazioni, in quella zona della città avvenivano anche prima della caduta del muro. Molte persone in attesa di casa non aspettavano di ottenere un’abitazione, andavano lì e la occupavano. Era possibile, in qualche modo, rimanere e tenere in vita l’occupazione.

C’erano gruppi  attivi politicamente?

Molti gruppi erano politicamente attivi, nel primo anno noi avevamo un turno di notte per controllare la sicurezza degli squats perché c’erano ancora persone di destra e molti nazisti. Nel quartiere di Friedrichshain spesso hanno organizzato attacchi alle case occupate.

Com’erano organizzati gli squats internamente?

C’erano sistemi diversi a seconda degli squats. Nel nostro, tutti avevano una stanza propria e c’era  una grande cucina in comune ma il primo inverno fu freddissimo e non avevamo i riscaldamenti, quindi ci organizzammo per dormire  tutti in due stanze. Rubavamo in giro legno o altro materiale per riscaldare almeno due locali e ci dormivamo in trenta persone. Conosco posti  dove hanno tentato un vivere comune ma la cosa non faceva per me. Nella casa dove abito attualmente, c’era un Kollektiv Etage (piano collettivo) dove avvenivano sperimentazioni di droghe e non so cos’altro, usciva fuori di tutto, non era sempre il caso di stare lì.

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© Marko Krojac

Il fenomeno degli squats era in parte presente anche nella Berlino ovest, c’era una connessione tra le due zone?

Agli inizi degli anni ’90 erano rimasti solo un paio di squats a Berlino ovest. Loro avevano un quadro chiaro di cosa volevano, alcuni erano organizzati molto bene e a volte c’era anche una sorta di scontro con quelli dell’est , non so, credo che volessimo cose diverse. Tuttavia, la maggior parte degli squats erano ad est. C’era una connessione, si. Per esempio, molti vecchi squatters dell’ovest vennero poi ad est per trovare un posto in questo nuovo mondo.

Tu di quale squat facevi parte?

Abitavo nello squat a Rigaer Straße 80, che oggi non esiste più. Sono rimasto lì per due anni e mezzo e questo è il momento in cui ho iniziato con la fotografia. Quando ci fu lo sgombero in Mainzer Straße avevo intenzione di fotografare cosa accadeva ma quella volta ho lanciato così tante cose, come mai  mi è accaduto nella vita. Fui coinvolto nelle proteste e nella lotta. Fu un evento traumatico per me.

Mainzer Straße è famosa per essere stata un’area ad alta  concentrazione di squats. Ho letto da qualche parte che la polizia preferiva non entrare nella zona, è vero?

Si, da Frankfurter Allee la strada era totalmente occupata fino a Boxaghener Straße. Erano 14 squats, si partiva dallo squat gay, quello lesbo, poi c’era quello dei transgender e gli altri a seguire. La nostra presenza era massiccia e la polizia era spaventata da questo. E’ assurdo, prima della riunificazione della Germania la polizia venne da noi per proporci di collaborare contro i nazisti, noi rimanemmo sconvolti. Era un problema reale quello dei nazi, perché furono immediatamente potenti e organizzati e la polizia era disorientata. Stavano cercando il nostro aiuto. Dall’altro lato, anche i nazisti vennero da noi e ci dissero “ok, combattiamo insieme contro la polizia!”. E noi li mandammo al diavolo. Accadevano  un sacco di cose strane in quel periodo, tutti cercavano di sfruttare questo vuoto politico, era incomprensibile, si viveva una sorta di anarchia.

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© Marko Krojac

La sgombero in Mainzer Straße fu molto violento? Cosa ricordi di quei momenti?

Ricordo molto, potrei parlarne per un giorno intero. Personalmente,  fu un punto di cambiamento  nella mia vita. Quando iniziò, ero fuori a guardare cosa accadeva e pensai che non avrei iniziato a tirare pietre ma di sera ero già coinvolto negli scontri. Divenni uno dei 400 che combattevano, ci vennero addosso in 4000 poliziotti e, quando fu chiaro che non potevamo vincere questa lotta, tra di noi ci dicemmo “chi vuole andare via lo facesse adesso”, io rimasi. Dopo la riunificazione della Germania quello fu il primo segno che il vecchio governo era ormai cessato. Resistemmo per tre giorni. Ricordo che stavo correndo su un tetto e dall’altro lato la polizia sparava verso di me gas lacrimogeni. E’ un miracolo che nessuno sia stato ucciso durante quell’azione. La settimana successiva non riuscii a dormire quasi per niente. Dopo quella volta mi dissi “ok, ora il mio lavoro è quello di fotografare, ho fatto delle cose che non voglio più fare” ma in quel momento era qualcosa di necessario per me e per tutti gli altri, credevamo di poter resistere, di voler morire per quella lotta. Era un nostro bisogno.

Cosa pensi che le persone cercavano di difendere in quel modo?

Non so, io vivevo a 150 metri da Mainzer Straße, fino a quel momento vivevamo un grande sogno, lo squatting, una connessione attiva tra le persone, la libertà, il carattere di collettivo, c’era molto interscambio tra le case e molta condivisione. La cosa positiva era che i nostri vicini berlinesi della zona est erano coinvolti, molti di loro ci supportavano, erano amichevoli. Noi organizzavamo le Volksküche (cucina popolare), per cui loro venivano da noi e potevano  mangiare spendendo solo due marchi.

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© Marko Krojac

Fino a quando sono durate le occupazioni? La tua casa, per esempio?

La mia casa fino al 1998-99, prima di ottenere un contratto. Molte case dopo la vicenda di Mainzer Straße pattuirono  un accordo e forse la metà di esse ottennero un regolare contratto, dipendeva dalla proprietà  della casa. Il resto delle occupazioni durò circa fino al ‘96. Quando nel 1995 Berlino fu di nuovo capitale, chiamarono un generale dell’esercito per ripulire la città e riorganizzare la situazione  dall’interno. In questo periodo lui sgomberò il resto degli squats rimasti con l’intervento della polizia, anche quelli con vecchi contratti. Credo che intorno al 2000 non ce ne fossero più rimasti. Nella casa in cui vivo adesso, il Supamolly, sto pagando l’affitto per acquistare il mio appartamento, la proprietà è già nostra in realtà, abbiamo chiesto un finanziamento che stiamo estinguendo. Al momento cinque o sei case sono già state acquistata, tutti ex squat.

Cosa pensi della situazione attuale, degli “squat legali” che sopravvivono a Berlino?

E’ strano. Cosa dire, non c’è molto da dire. Io sono stato più di 10 anni lontano da Berlino e al mio ritorno, nel 2009, non volevo tornare a vivere in quel posto com’era diventato. Ho trovato un appartamento in zona Treptow ed ogni giorno arrivavo in bici o a piedi nel quartiere di Friedrichshain. Dopo un anno ho capito che era stupido fare così e ho cercato di ottenere un appartamento ma sapevo che non era come occupare la casa, era qualcosa di totalmente differente. La metà delle persone vivono lì perché è economico. D’altronde, cambiavano le cose in fretta e i prezzi salivano.

Ci sono ancora attività portate avanti in questi posti o sono solo soluzioni abitative?

Non è rimasto quasi nulla, una delle poche realtà funzionanti è il Supamolly che organizza degli eventi. Ci sono degli individui attivi ma non esiste più una comunità che agisce in questo senso. Non so quante altre case siano organizzate in gruppo, quella in Rigaer Straße 68 è un caso interessante. All’interno ci sono giovani in stile punk/rock. La realtà è rinata negli ultimi 6 o 7 anni, ci fu un momento, circa dieci anni fa,  in cui all’interno vivevano moltissimi russi, polacchi o semplicemente drogati e il posto stava cadendo  a pezzi. Così le persone che abitavano lì andarono via, il posto si svuotò e rimasero in tre o quattro ma ufficialmente era ancora uno squat. Così un mio amico pensò di occuparlo di nuovo,  prima che tutti realizzassero che il posto era vuoto, e questo è quello che fecero. Trovarono uno sponsor, un’organizzazione svizzera che gli diede i soldi per comprare la casa . Ora il palazzo è abitato, circa 50 persone vivono lì ed è molto più grande di allora, comprende l’intero edificio. Sembra essere un buon sistema, organizzano eventi musicali ogni settimana anche se, alla fine,  meno del 50% degli abitanti del posto vi partecipa.

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© Marko Krojac

Dopo quel periodo hai ricercato lo stesso feeling nei successivi lavori come fotografo? Penso, per esempio, al tuo lavoro sui monumenti abbandonati dell’ex Jugoslavia.

No, il mio lavoro in Jugoslavia non è connesso a tutto questo. In realtà dopo essere stato a Berlino mi spostai a Rostock e lì ho lavorato per quattro anni sulla Stubnitz, specializzandomi come fotografo on the stage.

Trovo quello della barca Stubnitz un altro esempio molto interessante, era utilizzata dalla DDR in passato, giusto? Anche questo fu un evento conseguente l’unificazione della Germania?

La storia di Stubnitz è divertente, in realtà ci fu un errore di costruzione, fu creata per la pesca ma la barca è troppo lenta per acchiappare pesci, che quindi nuotavano fuori dalle reti. Divenne poi solo un laboratorio  che lavorava le reti di imbarcazioni più piccole e si occupava della mattanza dei pesci. Credo fosse nel 1991 che misero in vendita la barca, c’erano alcune organizzazioni che da molto tempo stavano cercando un posto “speciale” e decisero di comprarla.

Che tipo di organizzazioni erano?

Non sono sicuro ma era gente proveniente da Vienna, dalla Svizzera,  da Francoforte e credo persone di altri due o tre posti diversi, erano artisti musicali o simili che l’acquistarono. Dopo il primo tour andarono immediatamente in bancarotta. Viaggiammo passando per San Pietroburgo, in Svezia e ad Amburgo poi avevano intenzione di riportarla indietro a Rostock ma non ci riuscirono. Hai mai visto la barca?

Purtroppo no e sarei molto curiosa di farlo.

Dovresti vederla, così capiresti. Quando la vidi per la prima volta rimasi a bocc’aperta, non è enorme ma è grande abbastanza, ha al suo interno tre palcoscenici per fare musica e un quarto si trova all’esterno, c’è una straordinaria connessione di cavi che collega tutti gli spazi. Una volta nel 1999, ricordo che organizzammo quattro eventi insieme e c’erano istallati schermi  ovunque su cui potevi vedere cosa accadeva nelle altre sale e ascoltare l’audio dei vari stages. Era un prodigio multimediale. Rimaneva in attività tutto il tempo con workshop e progetti di vario tipo. Ho vissuto a bordo per tre anni e una cosa così non l’ho mai più vista.

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© Marko Krojac

Rimaniamo ancora un po’ a parlare curiosando nel suo archivio fotografico, mi mostra delle foto in bianco e nero mentre mi confessa il suo odio per  la fotocamera digitale. Ci sono le immagini della Stubnitz in cui si vede lui con altri giovani ragazzi, indica col dito uno di loro e dice “questo è lui”, riferendosi alla persona seduta accanto. Si sofferma su una foto che raffigura un ragazzo, vicino ad un tubo di ferro che sputa fuoco a suon di musica, attivato dall’area uscita fuori dai bassi. Cerca di spiegarmi il funzionamento di quel meccanismo. Mi mostra ancora qualche serigrafia  in corso di stampa e, anche se sarei rimasta lì dentro a spulciare a lungo, pochi minuti,  lo ringrazio e vado via.

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