Friedrichstrasse: un ragazzo, alle quattro del mattino

1 June 2016

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di Letizia Chetta

Come un quadro di Hopper.

X lavora in quel quadrato illuminato di rosso e bianco, odorante di burro, che divide uno dei binari della Sbahn a Friedrichstrasse. Il motto recita “Crobag-con un morso, in Francia!”. C’è l’immagine di una ragazza che sorride e azzanna un panino. X ci lavora di notte e da poco ha compiuto vent’anni. Lavora per pagarsi gli studi futuri o forse per arrotondare le entrate dei suoi. Chissà quanti volti deve vedere ogni mattina. Perché i suoi turni sono sempre a partire da mezzanotte. X si nasconde un momento nel retro del cubo, in un angolo c’è un piccolo specchio e una bottiglia di thè fresco. Ne sorseggia un poco mentre si guarda riflesso: solleva il ciuffo dei suoi capelli e controlla sulla fronte la nascita di nuove rughe. La sua pelle sembra farsi sempre ruvida durante queste ore di buio e luce artificiale, ma in realtà è morbida come le guance di un bambino. X sorride davanti alla sua giovinezza. Le rughe non gli verranno mai, pensa. Mai lo tradiranno, mentre semina sacrifici su sacrifici in questo buco di Berlino che un giorno saluterà dal finestrino, come tutti gli altri passanti. Per ora, è così. Rughe, tempo, brioches, dolore, ricordi, tutto si fonde, non esiste più singolarmente. Tutto diventa una melassa senza contorni, come queste ore eterne che solo la luna, fuori, può riscaldare.

X torna alla sua postazione di lavoro, lui addetto ai dolci, Y ai salati. Sono in due, in questo quadrato luccicante che gli occhi dei suoi coetanei confondono, ebbri dell’alcool del sabato sera. Due ombrette dai gesti automatizzati dall’atmosfera circostante: sono le quattro del mattino e nessuno ha più voglia di ballare. Poco distante c’è una coppia addormentata sulla panchina, con le teste incrociate, quasi un mostro bicefalo che si è giurato l’amore eterno in un club del quartiere di Moabit, con le pareti verdi e strette. Dove ciò che si può fare è notare qualcuno, assurgerlo a preda delle proprie fantasticherie giornaliere, invitarlo a bere qualcosa e provare a specchiarsi nei suoi occhi. L’ebrezza del narcisismo, amare quell’immagine riflessa sul viso dell’altro, lasciarsi trascinare dal piacere che la consapevolezza della nostra prestanza ci porta a raggiungere. Quanta forza, quanto potere esercitiamo sulla nostra vittima. Un cocktail dopo l’altro ed ecco che ci siamo trovati, ecco che bruceremo insieme nelle fiamme di Paolo e Francesca. Quanto amore, quanta passione, questa modernità. X distoglie lo sguardo dai due, la pupilla un po’ molle cade sulle ciambelle alla fragola. Sua madre gliele cucinava spesso, la domenica mattina. Che voglia di assaggiarne un morso. Giusto per testare la differenza con quelle casalighe, che lui conosceva come abitudine d’infanzia. Ma forse cambia idea: dopo tutto non vuole marcare quel ricordo, quel gusto, con il sapore di questi pezzi di materia zuccherina che chissà dove la fanno. Sua madre è lontana. Quanto le manca, sua madre, guerriera di casa.

Così, trasportato dal calore di quest’immagine, X si sente ancora più inadatto in quest’acquario dove soli squali sembrano nuotare. Tutti presi dalla volontà di avere tutto allo stesso tempo, avere il meglio, marcare il proprio territorio e le proprie conquiste a colpi di grida e sesso. Sarà la stanchezza, sarà la notte, X vede le cose in questo modo. Grigio. Come se i suoi compagni di vita fossero alimentati da un tempo differente, un ritmo accellerato che grida all’energia, alla schizofrenia, fantasie epiche. X vuole solo qualche parola. Parole, che bel suono. Profumo d’umanità. Un sorriso gentile, forse. Dietro il suo berretto piatto di stoffa amaranto X pensa alla vita come ad una necessità da portare avanti. Ed un dono, benchè inspiegabile e quindi assurdo. Le sue dita continuano a servire con pacato rispetto, la sua testa è altrove, il suo cuore è forse già a casa, lontano. Qualche cliente più accorto cerca di carezzare un poco il palmo di quelle mani un po’ infantili, al momento di restituire lo scontrino. X se ne accorge solo a livello inconscio, in uno dei piani profondi della sua anima. Forse al terzo piano, una voce dentro di lui ringrazia quel suo simile più sensibile di altri, altrimenti continua a lavorare.

Chiazze di vomito incrostato dipingono le piastrelle del binario. Necessità di raccoglimento. X torna nella parte posteriore del suo quadrato, stavolta per sistemarsi la camicia eburnea. Si osserva nuovamente allo specchio. Ancora quattro ore di lavoro e poi può abbandonarsi al sonno. Allora nessuno gli dirà che dovrà tornare in scena e ballare la sua vita. Ma ci sono troppi corvi che beccano il suo cervello. Cose che non può dimenticare. Forse anche stasera passerà dal bar sotto casa. Ormai la sua camomilla deve contenere almeno diciotto gradi di percentuale alcolica, se vuole prendere sonno.
Ma ancora nessuna ruga sul viso. X sorride di nuovo davanti a quel suo io, così pazzo e così bello.

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