L’Europa si divide di fronte alle politiche di Trump

25 February 2017

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di Arianna Tomaelo

Che l’Europa non abbai mai saputo agire come un’unica entità, è una realtà che oramai noi cittadini europei abbiamo assimilato: troppi nazionalismi, tante bandiere e altrettante lingue ci separano da quel sentimento comunitario che si chiama Unione Europea. Tuttavia ciò è apparso ancora più cristallino all’alba della 45° presidenza statunitense, che vede sul trono Donald Tump.
Nonostante in tanti avessero elogiato le politiche dure e reazionarie del Presidente durante la campagna elettorale, nessuno si aspettava davvero un’applicazione letterale dei principi di chiusura e denuncia verso i Paesi a maggiornanza musulmana. Previsione errata, dal momento che una delle prime misure adottate dal nuovo Governo è stato proprio il divieto di immigrazione negli USA per i viaggiatori provenienti da sette Paesi (Iran, Iraq, Yemen, Libia, Somalia per 90 giorni, Sudan e Siria a tempo indeterminato), e il blocco dei rifugiati per 120 giorni. A questo è seguita una dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Federale della West Coast e quindi una nuova e battagliera dichiarazione del neopresidente, che ha criticato la decisione dei giudici e parlato di una nuova legge.

C’è chi dice che tutto questo è “un segnale” per dimostrare che il nuovo assetto politico intende distanziarsi dai Paesi che danno alloggio ai terroristi. Tra queste voci si riconosce distintamente quella di Matteo Salvini, leader di Lega Nord, che spera in un’Europa guidata dai “fantastici quattro”: Farage per UK, Putin per la Russia, Le Pen per la Francia e lui stesso per l’Italia, una squadra che darebbe appoggio incondizionato alla linea americana e che potrebbe rappresentare un fronte europeo comune (di cui al momento l’Unione è sprovvista), complementare rispetto al governo Trump.
D’altro canto, c’è chi invece critica queste posizioni, ritenendole espressione d’odio e di intolleranza e un chiaro segno dell’intenzione di dare ai prossimi anni una piega assolutamente populista, volta a generalizzare ed estendere il falso principio secondo cui i musulmani sono “cattivi” e gli immigrati terroristi.

Una sfida, dunque, che già all’interno della stessa Italia fatica a trovare una sola voce: figuariamoci in Europa.
Infatti il resto d’Europa si divide tra Paesi che non si pronunciano e altri che manifestano apertamente il loro appoggio. Il Regno Unito di Theresa May si dichiara neutrale, restando fedele al principio del balance of powers di cui si è fatta portavoce attraverso i secoli: così come il primo ministro australiano Malcolm Turnbull, anche il governo May afferma che non si debba interferire negli affari privati di un altro Stato in una materia tanto delicata come l’immigrazione.
Il candidato francese alle presidenziali, François Fillon, non condanna e non appoggia, ma risconosce le ragioni di Trump come un atto giustificato e assolutamente coerente, condivisibile fino al punto di chiedere anche alla Francia un aumento dei controlli sui musulmani, almeno fino a quando il meccanismo di integrazione non potrà dirsi completo e le associazioni connesse con l’islamismo estremo non saranno state sciolte.
All’estremo, il capo di stato dell’Ungheria e gli esponenti di alcuni partiti di estrema destra di Paesi Bassi e Germania (tra cui l’ormai conosciutissimo AfD) si dichiarano totalmente in accordo con questo provvediemento, aggiungendo che, se potessero, farebbero lo stesso.
Le politiche di Trump rappresentano l’ennesima sfida per l’Europa, alla continua ricerca di stabilità e coesione: resta da vedere per quanto ancora si potrà proseguire senza una linea comune.

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