Anche io sono un’immigrata: “altra” tra “altri”

11 June 2016

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Stavo pensando: in fondo, anche io sono un’“immigrata”. Immigrata in Germania, italiana.
Questo termine, non so perché, non ha nulla di neutro; nel mio immaginario, e forse in generale, è imbevuto di una connotazione strettamente negativa. Si percepisce come una sensazione di “scomodità”, qualcosa davanti al quale si vorrebbe chiudere occhi e orecchie, lavarsi le mani. Una piaga.
Ma cerchiamo invece di affrontare il punto. Sì, perché io non sono tedesca, sono italiana, e ormai vivo e studio qui, a Berlino. Non potrei dire ancora per quanto, di certo non riesco a immaginarmi in Italia in un futuro prossimo, ma resta il fatto che, sì, sono immigrata. Forse mi sentirò tale, straniera, un po’ per sempre. Questo è d’altronde anche uno dei tratti tipici della modernità e, per guardarla con Todorov, anche un ideale positivo. Nella nota introduttiva al libro “La conquista dell’America: il problema dell’”altro”, si legge la seguente citazione del filosofo bulgaro, a sua volta presa in prestito da Edward Sa’id: “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un Paese straniero”.
Insomma, è quello che anche i nostri nonni ottennero anni fa, quando si spinsero anche loro in Belgio, in Svizzera o in Germania. Tutti immigrati in terra straniera.

Ma perchè, allora, io non mi sento come “quegli altri”?
Che cosa dovrebbe ontologicamente distinguermi da un immigrato slavo o afghano o siriano? Che cosa fa della mia situazione qualcosa di più “normale” e che cosa mi fa sentire più sicura, indiscutibile? Perché ci sono gruppi la cui origine implica spesso una certa componente di vergogna, talvolta conscia talvolta implicita, e altri ne sono invece risparmiati?
Io, per esempio, alla domanda “Woher kommst du?” ho la fortuna di rispondere piuttosto serenamente. Il massimo che mi posso aspettare, come ho potuto constatare negli ultimi anni all’estero, è qualche battutina su Berlusconi. No ragazzi, non fa ridere. Ma a parte ciò, niente di più pesante. Anzi, spesso questo mio Paese sembra avere un alone di esotismo, di fascino. A volte qualcuno rimane un po’ deluso: “Ah, pensavo fossi francese”. Altri prendono atto della mia nazionalità senza dire nulla, senza nessuna particolare reazione. Difficile non cadere in un atteggiamento “assimilazionista”, ovvero in quel modo di fare che neutralizza l’altro assimilandolo alla nostra “cultura”, nostro costante centro di gravità permanente. Oppure, in senso inverso, c’è anche un assimilazionismo al contrario, dato dall’esaltazione del diverso e da una vaga tendenza nichilista e razzista verso noi stessi, noi corrotti, globalizzati, modernissimi, freddi, apatici. Entrambi sono l’espressione dello stesso narcisismo, in cui si riflette ciò che l’io si aspetta di vedere. L’altro, non lo sfioriamo nemmeno, rimane impenetrabile e distante, come in una bolla. Due universi che non interagiscono.

Ieri sera mi trovavo nei pressi di Maybachufer in compagnia di un’amica italiana, a sorseggiare della buona Radler e fumare qualche sigaretta, esorcizzando ansie presenti e ridendo sull’estate che arriva, le cose belle, Berlino in bicicletta, a primavera. Siamo arrivate nei pressi di Lausitzerplatz. Erano quasi le undici di sera e la zona era animatissima, tanti giovani, birre bevute per strada, qualcuno suonava la chitarra senza preoccuparsi di essere ascoltato. Per un momento mi sono sentita un po’ a casa. Ho pensato di trovarmi a Piazza Verdi, vicino a Via Zamboni, Bologna. Quante volte ci sono passata, quando studiavo lì. Stessa atmosfera, stessi visi. Con l’unica differenza, forse, che qui a Berlino si sentono più lingue contemporaneamente. Tanti spagnoli, francesi, inglesi, israeliani, arabi. Come non rimanere affascinati da questa Babele di mondi. Tutti accovacciati sul marciapiede come bambini, senza speciale motivo, semplicemente per passare insieme queste calde ore serali. Io mi sono guardata attorno e mi è scappato un sorriso, un sorriso di leggerezza e di ironia. Era come se mi sentissi perfettamente a mio agio in quel contesto, e al tempo stesso riuscissi a vedere meglio le cose.
“Che cosa?”, mi ha chiesto Elisa.
“Siamo tutti altri”, ho risposto. Io stessa sono “altra fra gli altri”, anche se è difficile da ammettere. E rido perché trovo assurdo che questa verità non possa ancora essere chiara a tanti, mi fa quasi pena l’ottusità di tutti coloro che trovano il coraggio di manifestare a favore di PeGiDa o che urlano la fine dell’Europa.
Dov’erano, infatti, queste persone, quando l’Europa è stata creata? Accettare lo sviluppo di quest’entità, dapprima puramente economica, ora, pian piano, sulla via dell’unità politica e, idealmente, culturale, significa accettare anche la storia che essa implica e porta con sé. Una storia extraeuropea, fatta anche di colonie e sfruttamento. Europa significa in una parola, melting pot, di colori, lingue, pensieri, religioni. Non c’è solo un’Europa prevalentemente cristiana, più o meno anglofona e legata a valori occidentali. C’è anche un’Europa araba, musulmana, ad esempio. “Forse è la religione il fattore distintivo”, ha proposto Elisa. Forse è proprio questa diversità che spaventa. Ma temiamo davvero che qualche altra divinità spodesti la nostra o è una scusa per proteggere i tanto sudati posti di lavoro in un’epoca di precariato, disoccupazione, crisi economica?

Ovviamente anche questo concetto di “minaccia” è un costrutto sociale. I gruppi etnici percepiti come una minaccia sono una variabile mutevole, nella storia, e se in questo momento sono prevalentemente i migranti provenienti dalle regioni più povere dell’Africa e del Medio Oriente a farci paura, in un futuro più o meno prossimo la vittima di questi pregiudizi potrebbe essere qualcun altro. Ogni Paese è pertanto toccato da questi processi strettamente legati alla sua identità e ogni Paese adotta così una certa politica di sicurezza. Ci sono quelli che concepiscono l’immigrazione come una forza e la multiculturalità come un dato da proteggere (il Canada ne rappresenta un esempio), e quelli che la concepiscono come un problema da neutralizzare (la Germania, ma non è l’unica, ovviamente). Quest’ultimo pensiero è cioè tipico di quell’occidente legato all’ideologia dello Stato-nazione, unificato da una comunità e una lingua omogenea e che è sempre riuscito a esistere attraverso l’esclusione di quei migranti sentiti come “alieni”. Tante domande mi hanno assalita. Tanta rabbia, anche. “Si sta così bene qui”, ho pensato. Eppure mi sembrava quasi di vedere frontiere invisibili fra i gruppi umani che mi circondavano. O forse sono i tempi che viviamo ad essere un gran casino. Tutti parlano di tutto sui media e le parole “immigrati”, “profughi”, “refugees”, “morti”, “terrorista”, “esplosione” rimbombano come armi pronte all’attacco.
Il mondo è semplicemente caos ed evoluzione, un pò come Berlino. Mobilità, transizione, diversità. Impariamo ad accettare semplicemente il corso delle cose, ovvero la coesistenza di queste due idee d’Europa.

Riferimenti bibliografici:

Is Immigration a Threat to Security? (uno studio interessante sulla nozione di “sicurezza” e “immigrazione”)

Arbeitsmarktintegration und öffentliche Wahrnehmung von Migranten: Ein Vergleich zwischen Deutschland und Spanien während der Wirtschaftskrise (un’analisi comparata sulla percezione dell’immigrazione in Spagna e in Germania)

Noi e gli Altri (una piccola riflessione sul concetto di “Altro”)

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