Elettra De Salvo: “Viva l’italianizzazione di Berlino”

13 May 2012

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Lei è italiana, italianissima. Il suo cuore, però, batte in Germania da ormai tre decenni, diviso tra Francoforte e Berlino. Elettra de Salvo, attrice, performer e regista nata a Roma, ha portato in terra tedesca la sua arte, diffondendola attraverso spettacoli, performance e installazioni e facendosi “ospitare” da luoghi-monumento della cultura germanica come il Theater am Turm di Francoforte e la Volksbühne di Berlino.

Ultimamente, però, Elettra ha cominciato ad avvertire “il bisogno di tornare alle radici”, come racconta lei stessa a ilMitte.com. Il suo ultimo progetto va proprio in questo senso: si chiama “Italo-Berliner: eine kulturelle Zuflucht?” ed affronta da un punto di vista letterario e culturale il tema dell’emigrazione degli italiani a Berlino. “Italo-Berliner”, patrocinato dall’Istituto Italiano di Cultura, sarà composto da cinque incontri, in cui si alterneranno letture, musica, video e diversi ospiti.

Il primo appuntamento sarà ospitato lunedì 14 maggio dalle sale dell’Istituto, (in Hildebrandstraße 2 alle 19, clicca qui per le info), e sarà dedicato ad un capostipite illustre degli italiani a Berlino: il drammaturgo siciliano Luigi Pirandello, che nella capitale tedesca soggiornò per lunghi periodi tra il 1929 ed il 1930. Ne abbiamo approfittato per fare quattro chiacchiere con Elettra De Salvo, sia sul progetto, sia sull’italianizzazione di Berlino, un processo non solo migratorio, ma soprattutto “culturale”.

Vivi in Germania da più di trent’anni, tra Francoforte e Berlino. In questo periodo sei stata senz’altro spettatrice di vari sconvolgimenti, storici e artistici. Berlino però ancora oggi non sembra ancora aver perso il suo fermento creativo, o sbaglio?
No, non sbagli, probabilmente Berlino non lo perderá mai, e nemmeno la sua fama, risalente agli anni ’20, di città degli eccessi, della diversità e della trasgressività. Anzi, pare quasi che si adoperi e si impegni fino in fondo per mantenerselo a tutti i costi questo hype, persino quello del trash ostentato. Anche se la globalizzazione e la cosiddetta “Gentrifizierung” purtroppo stanno omologando e appiattendo persino questa città veramente particolare in Europa e forse nel mondo. La cosa che colpisce di più proprio noi italiani, certamente più attenti alla forma e allo stile nel bene e nel male, anzi a mio parere più nel male, é il grande senso di libertà che dappertutto si respira a Berlino: qui tutto é possibile, tutto viene accettato, senza appunto badare tanto alla forma, che sia il modo di vestirti (o travestirti) che le varie modalità di socializzazione. E questo mi piace quasi sempre. Sono però anche convinta che sia necessario fare un po’ attenzione, soprattutto per i giovani e i nuovi arrivati: Berlino incanta, trascina, succhia, giorno e notte, bisogna anche proteggersi da questa città, il cui ritmo, se non gli si fa fronte con proprie scansioni e propri progetti di vita, crea una certa dipendenza, e così, invece di offrirti opportunità di sviluppo, ti offre dispersione.

La città, negli ultimi anni, ha registrato una massiccia affluenza di italiani in cerca di fortuna, di ispirazione, o semplicemente di un terreno fertile per cominciare un nuovo progetto. Un trasferimento paragonabile, per certi aspetti, ad un vero e proprio esodo. Come sta reagendo la città all’arrivo di tutti questi italiani?
La città é abituata agli “arrivi internazionali”, in tutti i sensi. Anche prima della caduta del muro. Sembra sempre che ci sia posto e assistenza garantita per tutti da parte del Comune. La voce si sparge, gli italiani, soprattutto i giovani, da almeno 15 anni, esausti della frustrante situazione in Italia, partono pensando di trovare a Berlino la Mecca: giovani laureati, accademici, studenti, artisti, creativi, disoccupati. Dai vari blog nati qui capiamo che spesso gli italiani partono alla cieca, all’avventura: “Berlino ci accoglierà”, dicono, e in qualche modo é così: la maggior parte di loro non sa nemmeno un po’ di tedesco, ma pur di rimanere e poter far parte di questo grande fermento umano e artistico-culturale, finiscono magari a fare i lavapiatti in una qualche pizzeria italiana. Dopo qualche anno poi accusano un altro tipo di frustrazione, ma decidono comunque di rimanere. Ci sono mille motivi per farlo, non gli si può dare torto. Trovano altri sbocchi, altre dimensioni lavorative e una quotidianità più facile ed economica rispetto all’Italia. C’é tuttavia da prendere atto che la fuga di cervelli che qui rischiano eventualmente di sprecarsi é notevole e preoccupante. E non credo che la situazioni cambi nei prossimi anni: il governo Monti, pur restituendoci una dignità istituzionale e politica, non ha affatto voluto creare un’inversione di tendenza, non c’é stata una vera soluzione di continuità dal governo precedente.

Come vivi tu, personalmente, questa italianizzazione?
Mi fa felice: non passa giorno che non senta parlare italiano per strada, più volte. E non sono turisti. É gente che ormai vive qui, ha messo radici. La città si é italianizzata piacevolmente. Che privilegio! Tanta italianità senza gli svantaggi dell’essere geograficamente in Italia. Dopo trent’anni, infatti, ho cominciato ad avvertire il bisogno di ritornare alle radici, preferisco tutt’ora parlare e leggere nella mia lingua madre, un’esigenza che per decenni non sussisteva affatto. La Faz molti anni fa parlava di “spaghettizzazione” dell’Europa, e ora noto un’estrema “spaghettizzazione” di Berlino. Però attenzione, non in senso nazional-folkloristico, ma semplicemente perché la mobilità e la globalizzazione hanno permesso un’ulteriore attenzione alla già apprezzata e amata cultura italiana, soprattutto quella della quotidianità italian style. Tuttavia noto da tempo un fenomeno che sta aumentando a vista d’occhio e che mi fa tanto sorridere. Nel progetto “Italo-Berliner” é prevista una mostra fotografica su questo: un car sharing che si chiama “Cambio”, un negozio di vini e liquori dal nome “Santi e Spiriti“, un “pane dolci e caffè” tedesco che si chiama “Zuccherino”, una ormai catena di tavole calde che si chiama “Viva la Wurst”. É il massimo.

Non è la prima volta che collabori con l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Come è nata l’idea di “Italo-Berliner: eine kulturelle Zuflucht?” e come si struttureranno gli incontri?
É da tanto che mi affascinano gli italiani approdati a Berlino, dapprima gli illustri: Marinetti e altri futuristi entusiasti della dinamicità della Berlino degli anni 20, ma anche Corrado Alvaro, meno entusiasta, poi Rosso di San Secondo, Pirandello naturalmente, e quindi a partire dagli anni ’70 Sanguineti, Ramondino, Tondelli, e via di seguito. Ho sempre organizzato spettacoli e letture su questi autori. Poi é arrivato il famoso esodo degli ultimi decenni. E allora la necessità di parlare di questa fuga, e di loro, dei nuovi creativi si é fatta impellente. Saranno cinque appuntamenti distribuiti nell’arco dell’anno: presenteremo testi, letture sceniche, video, organizzeremo performance e istallazioni sonore, parleremo di giornalisti e di blogger, tutti rigorosamente made in Berlin. E naturalmente musica: da Ferruccio Busoni, che riposa in un cimitero berlinese, a Nono e Bertoncini, ai giovani musicisti, cantanti e dj della Berliner Szene, da Gió di Sera a Sonja Brex a Marta Collica e Jessica Einaudi, eccetera eccetera. Lo scopo finale è creare un italo-berliner social network “in carne ed ossa”, oltre a quelli virtuali giá esistenti e molto interessanti.

Il primo appuntamento sarà dedicato a Pirandello: lo scrittore siciliano visse a Berlino nella sua giovinezza. Come mai avete scelto di partire proprio da lui e in che modo il premio Nobel può essere un esempio per gli italiani che tentano oggi l’avventura berlinese?
Quest’anno sono 75 anni dalla morte di Pirandello, un’occasione quindi per parlare di lui e della drammaturgia italo-berlinese: Rosso di San Secondo e i giovani, come Agnese Grieco e Nora Cavaccini. Ció che comunque mi ha sempre affascinato leggendo le lettere di Pirandello da Berlino, era un comune punto di partenza: anche Pirandello era deluso dal suo paese d’origine: “Andrò ancora fuggendo, e il più lontano possibile dall’Italia, forse andrò in Germania”, scriveva. E poi anche le sue osservazioni critiche sulla tanto decantata organizzazione tedesca sono esilaranti. Questo minimo comun denominatore di un qualche disagio in patria vale comunque anche per molti altri di loro. E vale per tutti noi che siamo partiti. In qualsiasi epoca, a qualsiasi età. Corrado Alvaro per esempio era dovuto scappare dalla sua Calabria, altrimenti rischiava il confino (ma era uno dei pochi che faceva fatica a Berlino, la società berlinese lo aveva scosso e inibito per tanta modernità). E posso citarvi uno come Remo Remotti, che ha scritto una canzone delirante sul perché avesse lasciato Roma per Berlino. O ancora Emilio Vedova, l’artista, andato alla ricerca di un ambiente ricco di fermenti, contraddizioni e di ispirazione che non aveva trovato in Italia. E poi Tondelli, a Berlino finalmente libero di vivere appieno la sua diversità. Potremo andare avanti cosí per ore, fino ad arrivare ai nostri tempi.

Che aspetto hanno gli Italo-Berliners dei nostri tempi?
Ve ne cito due che mi hanno colpito ultimamente: una donna di oltre sessant’anni che ha deciso di venire qui dall’Italia, ora, a sessanta, lasciando tutto. Si vuole mantenere con un bed & breakfast e finalmente dedicarsi appieno alla scultura. E poi un ragazzo, incontrato per caso una sera per strada, che mi disse quasi disperato: “Ma non gliel’ha detto nessuno a Roma che si puó vivere anche cosí?”. Non lo dimenticherò mai.

Clicca qui per il sito ufficiale di Elettra De Salvo.

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