E non lo misero a tacere: Bertolt Brecht, l’esiliato

22 March 2016

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di Eleonora Massa

Consacrato dall’elezione di Adolf Hitler a cancelliere nel 1933, il regime nazionalsocialista non condanna ufficialmente Bertolt Brecht all’esilio. Non impone allo scrittore di lasciare la Germania, di abbandonare la propria terra, di allontanarsi dai propri luoghi, dalla propria casa: piuttosto ne interrompe le rappresentazioni, come quelle de “La linea di condotta” (Die Massnahme, 1930), a Erfurt, e della “Santa Giovanna dei Macelli” (Die Heilige Johanna der Schlachthöfe 1932), a Darmstadt, piuttosto ne metterà al rogo le parole insieme, tra le altre, a quelle di Thomas Mann e di Walter Benjamin.

All’indomani dell’evento che segna la svolta decisiva nella scalata repressiva del nazismo (l’incendio del Reichstag, cui seguiranno la repressione dei diritti civili e la messa in minoranza del Partito Comunista), Brecht lascia la Germania seguito dalla propria famiglia: è il 28 febbraio 1933.

Nessuno lo ha mandato via, nessuno lo ha cacciato, nessuno lo ha estromesso ufficialmente, ufficialmente, invece, ne hanno circoscritto, arginato, accerchiato la libertà di uomo e di autore, lo hanno assediato, censurato. Quando Brecht sceglie la via dell’esilio, quando assurge volontariamente alla condizione di esule, egli è stato di fatto già esiliato.

Ne parlerà, traendo dalla sua particolare e personale esperienza un motivo di riflessione collettiva, nella celebre poesia del ’37 “Sulla denominazione emigrante” (Über die Bezeichnung Emigranten):

Falso quel nome assegnatoci sempre trovai:
emigrante.
Significa esule, si sa. Ma noi
esuli non eravamo per libera scelta,
scegliendo altro paese. […]
Noi fuggivamo scacciati, banditi.
Né è una nuova patria, esilio è la terra
che ci accoglie.
[…]

I versi verranno raccolti nel 1939 nella silloge “Poesie di Svendborg” (Svendborger Gedichte), la summa poetica dell’impegno antinazista di Brecht, perché “Non è ancora detta la parola ultima”, scriverà a chiosa delle osservazioni “Sulla denominazione emigrante”.

Nella provincia danese da cui la raccolta trae il proprio nome – Svendborg – Brecht soggiorna già dal 1933 in una casa contadina di Skovsbostrand, immersa nella natura incontaminata dell’isola di Langeland, dopo aver varcato il confine tedesco ed aver soggiornato brevemente a Praga, Vienna, Zurigo e Parigi.
È un uomo in continuo movimento – in incessante fuga – il Brecht esiliato, un uomo a cui le contingenze storiche impongono mutate ed aggravate condizioni lavorative come la lontananza fisica dal teatro, la precarietà della condizione finanziaria, la quotidiana incertezza del domani, un uomo a cui, nel 1935, il Reich nazista ritirerà la cittadinanza tedesca.

Eppure, a dispetto di tutto ciò, l’esilio non ammutolisce, non “interrompe”, non zittisce l’autore Brecht: al contrario lo anima di una vitalità espressiva che, mai come tra il 1933 e il 1948, sarà quantitativamente e qualitativamente più ricca.
Il saggio sulle “Cinque difficoltà nello scrivere la verità” (Fünf Schwierigkeiten beim Schreiben der Wahrheit, 1935), l’allegoria del razzismo nazista “Teste tonde e teste a punta” (Die Rundköpfe und die Spitzköpfe,1932-1934), il dramma “Terrore e miseria del Terzo Reich” (Furcht und Elend des III Reiches,1935-1938) segnano di fatto tappe fondamentali lungo la prima linea del suo impegno politico.
Essa giunge poi ad un primo nucleo di significativa tensione nel dramma storico “Vita di Galileo” (Leben des Galilei, 1938-1939), imperniato sul rapporto tra scienza – tra conoscenza – e libertà. Nella scena finale, che vede il trafugamento dell’opera dello scienziato per essere divulgata all’estero, il manifesto dell’impegno intellettuale brechtiano tocca una delle sue più vivide espressioni: compito, obiettivo, missione dell’intellettuale è diffondere la verità a dispetto di ogni censura.

L’apice della militanza antifascista e antimilitarista dello scrittore di Augusta sarà quindi contrassegnato dalle già ricordate “Poesie di Svendborg” (1939). Accanto al tipico sarcasmo che lo contraddistingue, e che tra gli altri percorre i versi su “L’amore per il Führer” (Die Liebe zum Führer) e sul fatto che “I cannoni sono necessari più del burro” (Kanonen nötiger als Butter), la raccolta lascia spazio ai toni più lucidi, ma insieme estremamente tragici, delle liriche che raccontano, da una parte, “Il rogo dei libri” (Die Bücherverbrennung) e la conseguente “Visita ai poeti in esilio” (Besuch bei den verbannten Dichter), dall’altra l’atteggiamento polemico di Brecht nei confronti dei troppo poco uniti e pragmatici intellettuali antifascisti, rivolgendosi difatti “A chi esita” (An den Schwankenden).

E tuttavia egli non può non prendere atto della gravità dei rapporti – dei Verhältnisse – con cui la classe intellettuale è chiamata a confrontarsi. Chiederà allora comprensione “Ai posteri” (An die Nachgeborenen) se, nonostante tutto l’impegno, non si sarà potuto fare abbastanza:

[…]
quando
parlerete di noi, di come fummo deboli,
ricordatevi anche dei tempi neri
da cui voi siete pur scampati.
[…]
ricordatevi di noi
con indulgenza.

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Il Brecht esiliato non dimentica del resto la sua causa sociale.
Ancora prima del suo arrivo in Danimarca, a Parigi va in scena il balletto “I sette peccati capitali del piccolo borghese” (Die sieben Todsünden des Kleinbürgers, 1933), l’ultima collaborazione dell’autore con il musicista e compositore Kurt Weill, già firma delle fortunate songs de “L’Opera da tre soldi” (Die Dreigroschenoper, 1928); a quest’ultima ispirato, ancora, è il “Il romanzo da tre soldi” (Der Dreigroschenroman, 1933). L’ennesima bacchettata al capitalismo si consuma nel dramma “L’anima buona del Sezuan” (Der gute Mensch von Sezuan, 1938-1939), che torna a sottolineare l’impossibilità, per i miseri e gli sfruttati, di essere buoni, se vogliono sopravvivere nel mondo dei rapporti di profitto.

Nel secondo dramma storico di questo periodo, “Madre Courage e i suoi figli” (Mutter Courage und Ihre Kinder, 1939), si concretizza invece l’intreccio più compiuto fra la trama sociale e quella politica di Bertolt Brecht, perché addirittura agli occhi degli umili la guerra – non altro che una delle massime rappresentazioni degli interessi capitalistici – finisce per apparire come fonte di profitto: ma essi non sanno, essi non possono comprendere, che saranno comunque schiacciati dai più grandi pescecani, dalle cui decisioni dipendono le sorti della guerra stessa e, con ciò, anche quelle dei piccoli capitalisti.
È un climax scalpitante il tracciato di Bertolt Brecht negli anni del suo esilio, come se la materia storica alla quale il suo racconto deve necessariamente ancorarsi non ne lenisse ma, al contrario, ne accrescesse, ne potenziasse l’intensità, l’acutezza, il vigore.

Resterà un esiliato per i successivi nove anni.

Fra il 1939 e il 1940 soggiorna in Svezia, fra il ’40 e il ’41 in Finlandia. Qui scriverà i drammi Herr Puntila und sein Knecht Matti), l’ironica e incontrovertibile sentenza sull’impossibilità di incontro tra capitalisti e proletari, e “La resistibile ascesa di Arturo Ui” (Der aufhaltsame Aufstieg des Arturo Ui), trasposizione allegorica dell’ascesa al potere di Hitler e del nazismo.
Poi c’è l’arrivo delle truppe tedesche in Finlandia e c’è Brecht che, sull’espresso per la Siberia, raggiunge Vladivostok: da qui c’è il viaggio verso l’America, verso gli Stati Uniti d’America.
Nel Paese in cui soggiornerà per i sei anni successivi, e di cui nel ’37 aveva già scritto come di un Paese che gli avrebbe “dato molto da pensare”, Brecht sarà sempre e solo uno “Straniero in paradiso”, come recita il titolo di una delle plurime sceneggiature che incontreranno il rifiuto, seguito alla non comprensione delle stesse, da parte dell’industria cinematografica hollywoodiana.

A Santa Monica, in California, dove soggiorna, ritrova tra gli altri Thomas e Heinrich Mann, Lion Feuchtwanger e Fritz Lang, con cui realizza la pellicola antifascista “Anche i boia muoiono” (Hangmen Also Die, 1943), conosce Charlie Chaplin e collabora con l’attore e regista Charles Laughton alla versione in inglese del “Galileo” (interpretato poi sulle scene statunitensi dallo stesso Laughton). Pochissimi saranno del resto i suoi contatti ulteriori con l’ambiente americano. Paradossalmente, ma in completa assonanza con l’uomo e l’artista Brecht, egli sarà “un fuoriuscito” persino in una terra di esilio.

La scarsa simpatia è d’altronde reciproca: il 30 ottobre 1947 l’amicizia che lo lega al compositore comunista Hanns Eisler è il pretesto per il quale Brecht viene chiamato a comparire davanti alla commissione per le attività antiamericane. Reciterà talmente bene la parte dello gnorri che i membri giudicanti, alla fine, dovranno rassegnarsi a restare con un pugno di mosche in mano.

Ottenuto già qualche mese prima il visto di uscita, il giorno dopo è su un aereo che lo riporta in Europa, in Svizzera. Infine, l’ultimo viaggio, il più agognato: quello del ritorno in Germania. È l’ottobre del ’48 quando, via Praga, raggiunge Berlino Est per stabilirsi a Weissensee.

Negli otto anni che gli resteranno da vivere continuerà a dire la sua senza, a ben vedere, aver mai smesso.

Senza che mai siano riusciti a farlo tacere.

Riferimenti bibliografici:

Mittner, L. (2002), Storia della letteratura tedesca. Vol. III/Tomo 2/Parte quinta: Dall’espressionismo al dodicennio nero (1907-45). Torino, Einaudi, pp. 1387-1407 (ed. or. 1971).

Fertonani, R. (a cura di) (1970), Per conoscere Brecht. Un’antologia delle opere, Milano, Mondadori, pp. 11-14.

Cases, C. (1992), Nota introduttiva. In: Bertolt Brecht. Poesie. Torino, Einaudi, pp. X-XIII.

Per le poesie citate:

Bertolt Brecht. Poesie (1992). Torino, Einaudi.
Bertolt Brecht. Liriche d’amore e altre poesie (2002). Milano, Garzanti.

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