Dopo settant’anni parla la segretaria di Goebbels: “So che non ci credete, ma non sapevamo niente”

11 September 2016

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Joseph Goebbels photo

La famiglia Goebbels, Photo by fortinbras©

Ha centocinque anni, ma è sorprendentemente lucida. Spera di vivere ancora mesi, piuttosto che anni, ma sembra ancora in buona forma fisica. È Brunhilde Pomsel, l’ex segretaria del ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Dopo settant’anni di silenzio, la donna ha infatti deciso di raccontare la storia del suo rapporto con Goebbels in un film, “A German life“.
Durante la seconda guerra mondiale e in particolare a partire dal 1942, la Pomsel lavorò a stretto contatto con quello che fu uno dei più importanti gerarchi del terzo Reich e divise con lui anche gli ultimi cruciali giorni all’interno del cosiddetto Führerbunker. Qui, nel maggio del 1945 e ormai circondati dalle truppe sovietiche, si tolsero la vita Adolf Hitler ed Eva Braun, ma anche gli stessi coniugi Goebbels, che si uccisero dopo aver avvelenato i loro sei figli con delle capsule di cianuro. “Erano bambini davvero educati” ricorda la Pomsel, “erano sempre eccitati quando vedevano il padre al lavoro e ci salutavano sempre con un inchino e una stretta di mano”.

I suoi compiti da segretaria, soprattutto nell’ultimo periodo, consistevano prevalentemente nel gonfiare i numeri degli stupri di donne tedesche da parte dei russi e al tempo stesso nel diminuire quelli delle sconfitte e dei caduti registrati sul fronte tedesco. La donna dichiara di aver deciso di parlare dopo tanto tempo non per “ripulirsi la coscienza”, ma per comunicare al mondo che quanto successo non fu frutto del delirio di pochi, ma della suggestione di un popolo, che in particolari condizioni storiche si ritrovò come ipnotizzato da un incantesimo.
“So che molti di voi pensano che se fossero vissuti durante l’era nazista si sarebbero ribellati. Sono convinta che ne siano sinceramente convinti, ma credo che alla fine non lo avrebbero fatto”, ha chiosato la Pomsel in una delle poche interviste rilasciate alla stampa, sottolineando quanto la storia possa deviare gli individui verso direzioni inaspettate. “Ci sono sempre momenti in cui il nero e il bianco si fondono in una vasta zona grigia” dice in uno dei due trailer del film, che offre una regia particolarmente suggestiva, giocando proprio con i contrasti del bianco e nero e con tagli ravvicinati che mostrano gli spigoli e le rughe di un volto centenario e assorto oltre i confini del tempo e dello spazio, nel tentativo di ripercorrere la storia. La donna sostiene anche di aver ignorato a lungo fino a che punto il nazismo si fosse spinto, “so che a molti piace pensare che sapessimo, ma non è vero, tenevano tutto segreto, noi non sapevamo niente”. Alla fine della sua vita, la segretaria di uno degli uomini chiave del nazismo, lancia un appello affinché il mondo non si “capovolga” di nuovo, nonostante i terribili segnali che dichiara di vedere e che la rendono lieta di non aver avuto figli per cui preoccuparsi.

Di Goebbels parla come di uno straordinario attore, abilissimo nel trasformarsi, da uomo elegante e misurato che era nella vita privata, in una specie di “nano sproloquiante”, con un’abilitá che la donna ascrive all’ambito della arti performative. Uno spettacolo grottesco, dunque, quello descritto dalla Pomsel, orchestrato per soggiogare una nazione ipnotizzata da un disegno conosciuto da pochi ma realizzato da tutti, per convinzione, ambizione o per paura. “L’idealismo giovanile poteva costarti la testa”, dice senza mezzi termini.
In un’intervista al Guardian la segretaria di Goebbels non sembra pentirsi minimamente della sua intenzione di fare carriera in quello che all’epoca era un contesto prestigioso. L’orgoglio derivante dal fatto di essere la più veloce a battere a macchina o di essere stata scelta da un’assoluta eminenza politica del tempo per 275 marchi di salario sembrano ancora conservare, nelle rievocazioni della donna, tutta l’efficacia che ebbero all’epoca. “Solo una grave infezione mi avrebbe fermata”, ribadisce, esattamente come dice, con assoluta convinzione di fronte a possibili accuse di collusione con il regime, “non ho fatto altro che battere a macchina nell’ufficio di Goebbels”.
Degli ebrei scomparsi in quegli anni, inclusa una sua amica, Eva Löwenthal, la Pomsel dice di aver creduto, in modo assolutamente naïve, che fossero stati mandati nei Sudeti, per ripopolare la zona. “Lo abbiamo creduto, lo abbiamo ingoiato, sembrava totalmente plausibile”, insiste.
Solo sessant’anni dopo Brunhilde Pomsel ha avuto il coraggio di reperire informazioni sulla sua amica Eva e purtroppo l’ha trovata nell’elenco delle vittime del Memoriale dell’Olocausto, a Berlino. Eva Löwenthal ovviamente non era mai stata mandata nei Sudeti, ma nel 1943 era stata deportata ad Auschwitz, dov’era morta nel 1945.
Presentato giá in diversi festival internazionali il film, di cui vi presentiamo due tailer, è di sicuro  una delle ultime testimonianze dirette di eventi che hanno segnato la storia di un secolo. E un’istantanea di quel complesso concorso di fattori che porta gli individui, davanti agli abissi del loro tempo, a chiudere gli occhi o a spiccare il salto.

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