Diana Thorimbert: imparare dalla fotografia e da Berlino

6 November 2015

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© Matthias Preti

di Paola Moretti

Diana Thorimbert vive a Berlino da più di cinque anni ormai, si è trasferita dopo il liceo e qui, seguendo le sue inclinazioni, ha scoperto la sua passione: Lavorando con fotografia e video, ora frequenta la FilmArche, una scuola molto particolare. In questa intervista ci parlerà del suo percorso artistico e della sua formazione professionale nella capitale tedesca.

Com’era la tua vita prima di trasferirti a Berlino?

La mia era una normale vita da scolara, frequentavo un liceo di scienze sociali a Milano. Sono cresciuta a Lambrate, facevo quello che fanno gli adolescenti, niente di particolare. La mia fortuna però è che sono sempre stata stimolata artisticamente dalle persone che avevo intorno. Da un parte avevo il mio gruppo di amici e compagni di scuola, che comprendeva persone che suonano, dipingono e fanno graffiti, dall’altra la mia famiglia, mia madre e mio padre, entrambi fotografi. Ciò ha fatto sì che crescesse in me la voglia di sperimentare. A quattordici anni ho iniziato a fare foto, con la macchinetta che mia madre mi aveva regalato quasi per scherzo, una Diana +, ovviamente. Quattro anni più tardi mio padre mi regalò una Nikon F2, dal quel momento ho iniziato a prendere la fotografia un po’ più seriamente, mi feci spiegare le basi tecniche e cominciai a documentare la vita intorno a me. Spesso accompagnavo i miei amici writer nelle loro spedizioni all’alba: loro dipingevano i treni, io scattavo per essere sicura che quei momenti non andassero persi. Con il passare del tempo avevo assunto nel gruppo il ruolo di reporter. In un certo senso, ero la memoria visiva della nostra adolescenza.

Cosa ti ha spinto a venire qui?

Già dal secondo anno delle superiori avevo in mente di andarmene. Il fatto che entrambi i miei genitori siano stranieri ha presto reso chiara per me l’idea che Milano non è l’unica città in cui vivere. Durante l’ultimo anno di liceo mi sono fidanzata con un ragazzo italo-tedesco. Volevamo entrambi partire e abbiamo pensato di scegliere un posto che facilitasse linguisticamente almeno uno dei due. Siamo andati prima a sondare il terreno a Barcellona, lì mia zia mi consigliò di dare un’occhiata a Berlino, dove gli affitti sono meno cari e c’é più fermento artistico. Si è rivelato essere un buon suggerimento.

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© Diana Thorimbert

E una volta arrivata a Berlino cosa è successo?

Ho frequentato per otto mesi una scuola di lingua, per migliorare il tedesco, poi mi sono iscritta ad una scuola professionale di grafica ed arti visive, la BTK. A posteriori posso dire di essermi lanciata ad occhi chiusi. La classe era grande ed io ero una delle poche straniere, ho avuto difficoltà a farmi piacere alcune materie, come ad esempio grafica pubblicitaria, infatti cercavo sempre di indirizzare i miei progetti scolastici verso la fotografia. Ma so di avere imparato molto qui. Soprattutto durante l’ultimo anno, quando ho seguito lezioni di regia. La docente era una documentarista, è grazie a lei ed il suo corso che mi sono appassionata al genere del documentario. Per la prima volta ho sfruttato la macchina fotografica per creare immagini in movimento. Uno dei primi progetti a cui ho lavorato per questo corso è stato un documentario su mia sorella, Black is Beautiful, con il quale mi sono divertita molto durante la fase di riprese e di montaggio. In questa occasione è diventata ancora più evidente la tendenza che ho a lavorare con aspetti della mia vita con i quali ho un forte legame. Sono sempre stata spronata infatti ad utilizzare la fotografia come mezzo di espressione personale e sfogo, quasi al pari di un diario segreto. Questo soprattutto attraverso la tecnica dell’autoritratto.

Come immagini sarebbe andato il tuo percorso artistico se non fossi arrivata qui?

Non lo so, ma credo che non avrei seguito un percorso universitario. Vedendo i miei amici che sono rimasti in Italia e hanno frequentato l’accademia d’arte mi è sembrato di percepire che l’impostazione dei corsi manchi un po’ dell’aspetto pratico. Ho l’impressione che ne avrei sentito la mancanza, anche perché ho frequentato la scuola Steiner, il fare con le mani è sempre stata una componente importante per me. D’altro canto però, avendo tanti amici impegnati in ambito artistico, mi immagino che si sarebbero create più facilmente situazioni di collaborazione e progetti collettivi.

Perché “più facilmente”, come ti sei trovata qui a livello umano, con compagni e colleghi?

Durante gli anni alla BTK ho lavorato prevalentemente da sola, ero l’unica ad avere una visione multidisciplinare. Molti dei miei compagni, infatti, erano concentrati su un solo aspetto della fotografia o della grafica e l’approccio della scuola era rivolto più al commerciale. Per questo la maggior parte dei miei progetti sono partiti da me e li ho portati avanti indipendentemente. Creare insieme ad altre persone mi manca, ma ora lo sto facendo.

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© Diana Thorimbert

So che frequenti una scuola molto particolare, ce ne puoi parlare?

Sì, da quest’anno frequento la FilmArche. È nata agli inizi del 2001 come un collettivo per appassionati di cinema, poi si è trasformata in una scuola professionale. La particolarità è che è completamente autogestita, sia a livello organizzativo che finanziario. Si basa esclusivamente sulla collaborazione tra persone. Non esistono docenti, ma sono gli studenti che creano il programma e si “autoinsegnano” all’interno della classe. La condivisione di idee e stimoli è continua, sia nel microcosmo della classe che all’interno della scuola. La FilmArche mette a disposizione i locali e l’attrezzatura tecnica, offre in oltre workshop ogni fine settimana, cineforum e conferenze da professori esterni, ma sono gli studenti ad organizzare il corso dei loro studi e lezioni. Ci si riunisce una volta a settimana per una giornata intera, all’inizio e alla fine dell’incontro c’è un giro di feedback, ovvero prima su cosa ci si aspetta dalla sessione, poi su cosa si è appreso. A seconda degli argomenti che sono stati scelti, uno degli studenti si occupa di presentarli. La scelta dello studente cade in base alle sue esperienze personali, per esempio se tra di noi c’é qualcuno che ha studiato storia del cinema, sarà lui ad occuparsi della lezione su questo tema. Abbiamo inoltre stilato una lista di obiettivi che ci siamo prefissi, da qui ad un mese, da qui ad un anno, da qui a tre anni, per non perdere la bussola. Durante le riunioni c’é anche uno studente incaricato di moderare gli interventi di modo da non perdere tempo su questioni poco rilevanti.

Sembra molto interessante, quali sono secondo te i vantaggi di questo tipo di insegnamento?

Credo che questo modello organizzativo faciliti la sperimentazione, in un certo senso. Dopo una formazione più classica in una scuola professionale o in un’università, qui si ha più raggio di azione.

Ma la cosa più avvincente secondo me è che la struttura della classe rispecchia quella che si ha su un set, dove la collaborazione avviene tra persone con diverse specializzazioni, provenienti da diversi background. Penso che in questo modo si è in grado di fare esperienza con la tipica libertà studentesca, ma adottando un modello di approccio al lavoro e alle relazioni lavorative che più si avvicina al mondo professionale. Questo si rispecchia anche nella gestione dei conflitti, se all’inizio mi aveva un po’ preoccupato la facilità con cui sorgono discussioni tra compagni, dall’altra mi è stato subito chiaro che anche l’abilità di risolvere questi problemi è necessaria quando si ha intenzione di lavorare con una crew. Credo che la grande qualità di questa scuola sia quella di rappresentare il tassello mancante tra sapere teorico/accademico e mondo lavorativo.

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Selfportrait © Diana Thorimbert

C’è un tuo lavoro di cui vai particolarmente fiera?

Il mini-documentario Reminiszenz che ho girato per l’ammissione alla FilmArche è stato molto importante per me.

Il tema deciso dalla commissione era il terrore, avevo un mese di tempo e cinque minuti da produrre. Ho perso metà del tempo a pensare al contenuto, era maggio c’era molto allarmismo sulla situazione dei migranti, erano appena successe delle disgrazie in mare, ma volevo rielaborare il concetto in maniera più personale. Era quello che si aspettava la scuola, in fin dei conti. Poi mi è tornato in mente un episodio, accaduto circa cinque anni fa, di terrore emotivo. Non l’ho vissuto io in prima persona, ma un mio amico ospite da me durante quei giorni. Gli era preso un bad trip dopo aver ingerito dell’LSD. Per quasi quarantotto ore è rimasto in stato di shock, io ero con lui. Ho contattato Pietro Scialanga, gli ho proposto l’idea e ha accettato. Abbiamo deciso subito di lasciar perdere la questione della droga, e di usarla solo come miccia per innescare la storia. Volevo farmi raccontare intimamente ciò che è accaduto per lui in quelle ore, volevo raggiungere l’emozione di terrore più forte e farmene portatrice visiva. Così tramite un’intervista Skype mi faccio raccontare la vicenda dal suo punto di vista. Io invece procedo nel cercare luoghi ed immagini che rappresentassero il suo stato d’animo. Durante il montaggio decido si lasciar fuori i fatti e di utilizzare solo i pezzi dell’intervista nei quali vengono descritte le sue sensazioni. Pietro, che fa il sound designer, si è successivamente occupato dell’interpretazione sonora delle immagini e ha composto una magnifica traccia audio. Penso che con questo progetti i nostri due ruoli si siano fusi nel migliore dei modi. Io non mi ero mai allontanata tanto dalla forma classica di intervista, nella quale ho le persone di fronte, siamo entrambi fisicamente presenti. È stata molto bella anche la ricerca di metafore visuali. Mi piacerebbe continuare a lavorare così. Anche se devo dire che sono stata recentemente al Dok-Leipzig ed ho ricevuto una quantità impressionante di stimoli, soprattutto per quanto riguarda i documentari animati. Penso che il potenziale di questo genere sia meraviglioso, perché offre la possibilità di staccarsi dalle storie, soprattutto quando sono davvero pesanti, e rielaborarle partendo dal personaggio. Potrebbe essere una forza propellente per far uscire il genere del documentario dalla nicchia e renderlo una forma d’arte più accattivante per il pubblico. L’ultimo lavoro che ho fatto invece è partito da un’idea del mio amico Andrea Bartaliniè un video in cui uniamo la sua passione per l’animazione stop motion alla mia per la fotografia. E’ nato uno spaccato di immagini berlinesi, in particolare della sua street-culture. Mi sembrava giusto menzionarlo visto che voi siete il quotidiano di Berlino.

Hai fatto bene. Ultima domanda, cosa consiglieresti a chi ha le tue stesse ambizioni?

Oddio. Beh, consiglierei di tenersi tutte le porte aperte e di aprirne il più possibile. Soprattutto attraverso la condivisione sul web, con i conoscenti e con i colleghi. Chiedere ed accettare feedback ad ogni occasione e continuare a scambiare. Lo scambio di idee e di opinioni è il fattore più motivante per continuare a fare. Poi ovviamente produrre più che si può.

Questo il sito personale di Diana

Questa la sua pagina vimeo

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© Diana Thorimbert

 

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