Perché il film “La Deutsche Vita” è un’occasione persa

26 February 2014

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di Elisa Cuter
(twitter @elisacuter)

Accingendosi a scrivere una recensione de La Deutsche Vita, documentario di Alessandro Cassigoli e Tania Masi presentato lo scorso autunno al Dok Film Festival di Lipsia e in uscita il 6 marzo a Berlino, è necessario un disclaimer: le riserve esposte di seguito non nascono da un malinteso senso di superiorità rispetto alle persone rappresentate, né da un qualche leso campanilismo, quanto dalla delusione di fronte all’occasione persa di offrire uno spaccato sociologico di qualche interesse su una tematica attuale e importante.

Il tema, sicuramente, è sensibile: il film ambisce infatti a rappresentare la comunità italiana a Berlino, con i suoi vizi e le sue virtù e con le sue gioie e i suoi (tanti) dolori. Lo sforzo di mostrare gli aspetti meno gradevoli dell’esperienza della in fin dei conti non sempre così ospitale “locomotiva d’Europa” è sicuramente lodevole, e quando in apertura il titolo compare ironicamente sullo sfondo di un cielo grigio è inevitabile trattenere un sorriso complice (e un sospiro di sollievo nel constatare che non si tratta dell’ennesimo spot su quanto si stia bene in Germania, su quanto sia cool Berlino eccetera). Purtroppo però le speranze di avere un punto di vista autentico su ciò che accomuna e distingue coloro che si sono trasferiti nella capitale tedesca vengono presto disattese.

deutsche_vitaDa un punto di vista cinematografico, il documentario ha un’impostazione classica e non particolarmente riuscita: si tratta di una serie di interviste a diverse persone raccordate da una narrazione autobiografica fuori campo un po’ pretestuosa che nulla aggiunge a quanto raccontato dagli intervistati.

Il film rifiuta di essere chiaro su come mettere in relazione i due approcci: esplicita apertamente la presenza registica ma cerca di scomparire nei dialoghi tra interlocutori (praticamente sempre italiani) che talvolta perdono spontaneità, facendoli quasi sembrare costretti a inscenare un dibattito.

La trascuratezza nella fotografia, nella scelta delle inquadrature, nel montaggio, può forse essere imputabile alla limitatezza delle disponibilità economiche (il film è stato realizzato grazie al crowdfunding), ma risulta in sostanza una riprova della superficialità generale con cui è stato trattato il progetto, forse scambiandola erroneamente per spontaneità e ironia.

La confusione nel punto di vista è in ogni caso indicativa. Come talvolta accade, nella pretesa di raggiungere una qualche universalità si finisce col non dire niente e parlare solo per luoghi comuni. Il risultato, e qui sta il problema più grave, è che il documentario diventa soltanto una collezione di macchiette che non fa che appiattire le storie individuali dei singoli migranti (che pure offrivano una rosa molto diversificata di casistiche non limitandosi ai nuovi arrivati – convinti erroneamente che Berlino sia un rifugio per artisti – e indagando diverse ondate migratorie) a una serie di cliché che, anche nel caso (cosa di cui è lecito dubitare) fossero veri, non dicono niente.

Non dicono niente agli italiani che si chiedono come sia la vita a Berlino, perché il film punta più ad esplorare “l’italianità” dei berlinesi d’adozione; non dicono nulla ai tedeschi, perché non si fa che insistere su una visione stereotipata dell’italiano (gesticolante, buona forchetta, nostalgico, irruento, fantasioso, inaffidabile, mammone e così via); ma soprattutto non dicono niente agli stessi italiani a Berlino, tradendo la loro esperienza complessa fatta di sforzo di integrazione, senso di appartenenza e inevitabile paragone con la vita in Italia, di cui il film non offre che una caricatura. E, quel che è peggio, una caricatura forzata, che non fa ridere.

Quello che probabilmente aspirava ad essere un gioco consapevole ed ironico con i cliché cade, purtroppo, nella sua stessa trappola: viene da chiedersi se i registi non abbiano introiettato, dopo tanti anni a Berlino, la visione piena di pregiudizi che una (anche qui) presupposta parte dei tedeschi ha sugli italiani, o se stando all’approssimazione di questo film non sia vero tutto quello che di questi ultimi si dice in Europa e nel mondo.

IL TRAILER:

Rettifica: la frase “esplicita apertamente la presenza registica ma cerca di scomparire nei dialoghi che vorrebbero sembrare spontanei tra interlocutori (praticamente sempre italiani) costretti a inscenare un dibattito” è stat modificata in “esplicita apertamente la presenza registica ma cerca di scomparire nei dialoghi tra interlocutori (praticamente sempre italiani) che talvolta perdono spontaneità, facendoli quasi sembrare costretti a inscenare un dibattito”. Il cognome del regista è stato corretto dopo la segnalazione di un lettore. 

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