Dall’Iran la musica sperimentale di Alireza Mortazavi

19 April 2016

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ALIREZA BERLIN

di Oriana Poeta

All’Ax Gallery di Moabit ascolto, per la prima volta e dal vivo, il suono del santur, antichissimo strumento della tradizione musicale iraniana (antenato del cimbalon e del piano). La sala, adibita a cantina, è gremita di iraniani, emigrati da decadi qui a Berlino.
A esibirsi è Alireza Mortazavi, ritenuto il migliore a suonare questo strumento, in una maniera unica nel suo genere. Alireza compone infatti melodie che hanno un ritmo e influenze diverse, nate dal suo talento e dalle sue molteplici esperienze.

Nato e cresciuto a Esfahān, dove, sin da bambino, si è dedicato allo studio classico del santur, negli ultimi dieci anni si è concentrato per rendere questo strumento pienamente suo, trovando nel suono e nelle melodie, spesso senza nome, la sua identità. Il luogo che, recentemente, ha goduto di questa nuova interpretazione musicale è l’Italia, dove Alireza ha studiato musicologia (a Cremona dal 2001 al 2003) e dove attualmente vive, a Torino, studiando al Dams.
Alle spalle il musicista iraniano ha già collaborazioni insigni, come con Franco Battiato (2014) e Markus Stockhausen, partecipazioni a festival importanti, come il Roots di Rudolfstadt e il Mittelfest, e un album con l’etichetta Hermes Records, “Now and Then” che l’anno scorso ha vinto il premio WOMEX.
Alireza è un vero professionista, ma ci tiene a sottolineare che suonando il santur piano (strumento cromatico e non diatonico), ideato da lui stesso, si sente, per certi versi, ancora un principiante. “Il mio modo di suonare il santur è unico, ben distante dalla tradizione, che amo, e dalla quale ho appreso tutte le tecniche e i segreti, ma questo modo è, anche per me, nuovo, ed ho ancora bisogno di pratica, di creare musica sempre più mia”.

Come si è avvicinato a questo strumento?
Da bambino ho assistito a un concerto classico di santur insieme a mio padre e a mio fratello (Mohammad Mortazavi, noto percussionista), e per quanto si trattasse di un concerto di tre ore, sono stato rapito da quella musica. Alla fine mio padre, sorpreso dalla nostra calma e resistenza, nonostante fossimo molto piccoli, ci ha chiesto se avessimo avuto voglia di imparare a suonare e così io ho scelto il santur e mio fratello il tombak.

Quando e perché si è allontanato dall’antica tradizione musicale iraniana?
Da circa una decina di anni ho cominciato a sperimentare, a voler sentire mio questo strumento e a donargli la mia identità. Volevo creare una musica che sentissi completamente mia, ma allo stesso tempo, immerso nella mia solitudine, avevo paura che potessi capirla solo io. È stato un viaggio in Italia a farmi capire il contrario e cioè che anche persone lontane dalla mia cultura potessero apprezzarla.

Come mai l’Italia?
Sono sempre stato affascinato da questo Paese. L’italiano, la lingua, è per me musica ed è per questo che ho deciso di impararla, di superare un esame per ottenere il visto e, finalmente, di vivere lì. Ed è stato in Italia che ho cominciato ad espormi, a non aver paura di suonare il santur in maniera non tradizionale e a notare che la musica, anche la mia, non avesse limiti.

Come nasce un pezzo?
Un po’ per caso, ma dietro c’è una filosofia, orientale, che è come se mi guidasse. A suonare la prima nota sono io, ma poi mi lascio trascinare da questa filosofia, della quale mi sento quasi schiavo, ma che riesco a dominare intervallando suoni, a volte molto lenti, altri molto forti, che si combinano con voluti silenzi.

Come viene recepito questo mix?
Molti mi dicono che viene recepito come un’immagine. Le persone che assistono ai miei concerti spesso mi svelano di aver visto, durante l’esecuzione dei miei pezzi, come sequenze cinematografiche.

Ha accompagnato anche film con la sua musica?
Al Museo del cinema di Torino ho suonato durante la proiezione de “Il fuoco” di Giovanni Pastrone. È stata una serata indimenticabile, ho vissuto delle emozioni straordinarie e chissà, forse un giorno mi capiterà di comporre davvero per il cinema, o di accompagnare la danza.

Cosa più le piace dell’Italia?
La generosità, il sorriso delle persone, l’odore del caffè, il cibo.

Cosa, invece, non le piace?
L’essere giudicato quasi “triste” o poco socievole quando ho bisogno di starmene da solo, per comporre. Forse, in Germania, qui a Berlino, questo mio atteggiamento non sarebbe mal interpretato (sorride).

Grazie mille Alireza, in attesa di un suo trasferimento qui, segnaliamo il concerto di mercoledì 20 aprile alle ore 20.00, al Kunstfabrik Schlot.

Qui l’evento, organizzato da Margherita D’Amelio.

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