Dalla Siria a Berlino: la storia di Mohamad e il perchè della guerra in Siria #4

13 September 2017

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Mohamad ha una storia come tanti altri rifugiati siriani. Ma lui e la sua associazione fanno qualcosa di diverso: cercano i punti di contatto tra la storia di Berlino e quella della Siria e spiegano attraverso il passato della capitale tedesca come è nato il conflitto e come le forze internazionali giocano un punto focale nel determinarne le sorti. Angela Fiore l’ha intervistato per noi, andando a scoprire anche i dettagli del suo passato e come è giunto fino in Germania.

siria

di Angela Fiore

Tu vivi in Germania da più di due anni, ma quando hai lasciato la Siria non sei venuto subito qui. Quando te ne sei andato dal tuo Paese?

Sono partito poco dopo gli attacchi chimici, nel 2013.

È stata quella la ragione che ti ha spinto a partire?

No. La mia ragione personale per andare via era che il governo aveva cominciato a inviarmi comunicazioni per l’inizio del servizio militare, che è obbligatorio. Non potevo più rimandare perché avevo mancato tre semestri di fila all’università, quindi mi avrebbero preso per forza. Quello è stato uno dei motivi principali. L’altro è stato che mio padre e mio fratello maggiore non potevano più lavorare. Mio padre è partito prima di me con mio fratello più piccolo e per noi sono iniziate le difficoltà economiche. In quello stesso periodo mi è arrivata la chiamata per il servizio di leva. Mio fratello mi ha contattato e mi ha detto che aveva la possibilità di trovarmi un lavoro, che avremmo potuto lavorare insieme, era una buona opportunità.

Dove si trovavano tuo fratello e tuo padre all’epoca?

In Libia. Io però non volevo partire. Volevo restare e fare qualcosa. All’epoca mi occupavo di aiuti umanitari. Un sacco di persone che non avevano un posto dove stare arrivavano nella nostra città, perché era relativamente più sicura di tante altre. È una piccola città vicino Damasco, con una popolazione originaria di 100.000 persone. In quel momento ce n’erano più di un milione, proprio perché era considerata sicura.

Tu offrivi aiuti umanitari ai profughi?

Sì. Andavamo dalle famiglie che si trasferivano in città, che spesso non sapevano cosa fare o avevano bisogno di aiuto immediato, specialmente di cure mediche o di cibo, oltre che di un posto dove dormire. Quando una città da 100.000 abitanti si ritrova con dieci volte la popolazione iniziale, gli edifici non bastano più. Noi cercavamo di rendere abitabili gli spazi che c’erano. Io mi occupavo soprattutto di questo. Inoltre, se succedeva qualcosa di rilevante nelle città vicine, andavamo lì a documentarlo e trasmettevamo i video. Uno dei primi video live sui principali canali arabi venne proprio dalla nostra città. Avevamo una bella squadra, quindi abbiamo cercato di rimanere anonimi. A un certo punto mio fratello è stato riconosciuto dalla voce su un live streaming, e su un altro era visibile a volto scoperto, quindi lo abbiamo spinto a partire. Quando sanno che sei contro di loro, specialmente se hai i mezzi tecnici per girare video che mostrino le malefatte del governo e diffondere contenuti online, allora sei davvero nei guai.

Si rischia l’arresto?

È un bell’eufemismo per dirlo. Non si rischia solo l’arresto. Un ragazzo del nostro gruppo è stato catturato prima della nostra partenza. Non sappiamo più niente di lui. La maggior parte di quel team adesso è dispersa, fuori dalla città o fuori dal paese. Io ero impegnato in quel lavoro, quando molti membri del nostro gruppo hanno cominciato a scappare perché si erano venuti a sapere i loro nomi. Io sono stato sempre molto attento a non rendere riconoscibile la mia faccia né noto il mio nome in nessun modo, ma era comunque pericoloso. Quando hanno catturato quel ragazzo, molti di noi si sono spaventati davvero: sotto tortura avrebbe denunciato perfino la propria madre, non solo noi. Non potevamo più restare. In molti hanno cominciato a partire. Io non sapevo ancora se avrei potuto prendere un aereo o se rischiavo di essere arrestato. Stavo aspettando la lettera del governo, sperando che accettassero la mia richiesta di una proroga sul servizio di leva. Poi in una settimana è successo tutto: il mio amico è stato arrestato, la proroga sul servizio militare è stata accettata e mio fratello mi ha trovato un lavoro. Quindi, dopo una lunga e accesa discussione con mia madre e mio fratello maggiore, si è deciso che io partissi. Sono andato in Egitto, sono stato lì per un po’, cercando un modo di arrivare in Libia, e proprio in quel periodo il governo Libico ha chiuso le frontiere, il che mi impediva di spostarmi legalmente. Non ne potevo più di stare in Egitto. Non facevo altro che spendere soldi, non sapevo se sarei riuscito a partire e quindi non sapevo neanche se dovessi cercarmi un lavoro lì. Ero sconvolto, perché quando sono andato via dalla Siria nella mia mente c’erano solo la guerra, il conflitto, la lotta per la sopravvivenza e la voglia di far sapere quello che stava succedendo, mentre uscendo dal Paese ho incontrato tanti siriani che semplicemente vivevano la loro vita in Egitto. A me sembrava che quelle persone stessero dimenticando quello che accadeva in Siria, che è anche una cosa normale, perché la vita continua, ma io non lo sopportavo. [Pensavo] “non è giusto, non è per questo che ce ne siamo andati”. A quel punto mio fratello mi disse che conosceva un contrabbandiere che poteva portarmi oltre la frontiera [libica]. Quella è una delle scelte di cui mi sono pentito. Perché il contrabbando di uomini via terra è molto peggio di quello [via mare] che ho sperimentato venendo dalla Libia in Europa.

Come può essere peggiore? Nel tour hai detto di aver viaggiato su una imbarcazione da 6 persone insieme a 380 persone. Cosa può esserci di peggio?

Quando ti mettono sulla barca, [i contrabbandieri] non viaggiano più con te. Sei con persone come te, che vogliono solo sopravvivere e arrivare alla fine del viaggio. Quando viaggi via terra i contrabbandieri restano con te per tutto il tempo. Ci hanno trasportato per 2000 km, non so perché. Siamo partiti da una città che si trovava a non più di 300/400 km dalla frontiera e da lì siamo andati a sud, addentrandoci nel deserto, e poi ancora più a sud, poi ci siamo fermati in mezzo al nulla e ci hanno caricati su dei furgoni pickup, su ogni furgone c’erano almeno 30 persone. Non potevamo né sederci né stare in piedi e ci hanno trasportati in questo modo per tre giorni e quattro notti. Stava a noi trovare un modo di non cadere dal furgone.

Che differenza fa il fatto che i contrabbandieri siano rimasti con voi?

La differenza è che non ti trattano come un essere umano. Uno di loro ci ha detto che se fossimo caduti non si sarebbero fermati e non sarebbero tornati a prenderci. Ci avrebbero lasciati nel mezzo del deserto. Più avanti, durante una delle fermate, si è unito a noi un altro gruppo di persone a cui questo era successo. Alcuni di loro erano caduti dal furgone e il guidatore non era tornato a prenderli. È così che ti trattano. Quindi non hai altra scelta che cercare di restare a bordo, senza poterti sedere, cercando di non cadere da un veicolo con sopra 30 persone. Ci facevano mettere in piedi, in sei file da circa cinque persone. Sedersi era impossibile, ma loro ci dicevano di sederci e poi partivano e noi dovevamo trovare un modo di non cadere. E in questo modo si viaggiava dalle otto alle dodici ore, per poi riposare per sette o otto, a seconda di dove ci si fermava. A ogni fermata altri gruppi si univano a noi. Venivano da posti diversi, alcuni erano rimasti ad aspettare in mezzo al nulla per giorni e giorni.

Quanto hai pagato per questo viaggio?

800$. E c’è gente che ha pagato anche di più. Io non sapevo che il viaggio sarebbe stato così. Con me c’era una famiglia, con una donna incinta di nove mesi. Uno degli altri uomini che viaggiavano con noi chiese al marito di quella donna “come hai potuto portare qui una donna incinta e dei bambini?” E lui rispose “se avessi saputo a cosa andavo incontro, non sarei venuto neppure io”. In queste condizioni ho raggiunto Benghazi. Avrebbe potuto essere un viaggio da 800km, ma l’hanno reso due volte più lungo. Sono andati a sud, poi a ovest e poi a nord per arrivare a Benghazi. Lì ho incontrato mio padre e mio fratello, ho iniziato a lavorare e ci sono rimasto per quasi un anno, finché il conflitto non è arrivato anche lì. Stava arrivando un generale dall’est, e c’era un gruppo estremista a Benghazi che era aveva già avuto dei problemi con il governo. Il generale usò la loro presenza come una scusa per invadere la città, e scoppiò il caos. I miei genitori in quel momento erano in Turchia e io non potevo raggiungerli, non potevamo andarcene in aereo né in macchina – pur avendone una. Alla fine abbiamo convinto uno dei pescatori locali a diventare il nostro “contrabbandiere”, dandoci la sua barca, e così ce ne siamo andati.

Quando sei arrivato in Germania, sei stato ad Amburgo per sei mesi prima di arrivare a Berlino. All’inizio della nostra conversazione mi hai detto che le condizioni odierne dei rifugiati in Germania sono migliorate dopo i disordini di Oranienplatz. Secondo te cosa si potrebbe fare per migliorare il modo in cui la crisi umanitaria è gestita in Germania?

Aprire dei corridoi umanitari. Questa crisi va avanti da tre, quattro anni, quindi ormai sapete quanto sia costoso gestire le persone che arrivano, cosa fanno e quanto guadagnano i contrabbandieri. C’è anche un problema di sicurezza per il paese ospitante, se non si sa chi sono le persone che arrivano, come vivono, che comportamenti hanno. Queste vostre preoccupazioni sono comprensibili. Se si aprisse una via legale di arrivo, per quanto costosa, sarebbe comunque più economica: le richieste di asilo potrebbero essere fatte prima di partire, fornendo tutti i documenti, permettendo di fare tutti i controlli. I rifugiati arriverebbero qui con i permessi già pronti, potrebbero cominciare subito a integrarsi e lo stato non dovrebbe supportarli economicamente per tutto il tempo necessario a completare le richieste di asilo per decidere se conferire loro lo status di rifugiati o deportarli (se hanno dei precedenti o se il loro paese è considerato sicuro). Una via legale permetterebbe a voi di risparmiare su tutti questi costi e a chi viene di non dover sostenere i costi del viaggio. È efficiente, sicuro, permette di avere dati su tutte le persone che arrivano e rende la vita difficile ai contrabbandieri. E chi volesse venire qui, sapendo che c’è un modo legale, più facile, più sicuro e anche più economico, naturalmente lo sceglierebbe. Sapendo che le vie illegali sono molto più pericolose e costose e che possono volerci anni per ottenere lo status di rifugiato o la residenza, non lo farebbero più. Sceglierebbero la via legale, anche se ci volessero otto mesi o un anno per avere una risposta. E potrebbero venire in aereo ed essere trattati come esseri umani.

Quanto può costare un viaggio illegale dalla Siria all’Europa?

Fra tutti quelli che conosco, il mio coinquilino è quello che ha pagato di meno. Dalla Siria è andato in Libano, poi in nave fino alla Turchia, dopo meno di una settimana ha trovato un contrabbandiere che per 250€ lo ha portato in Grecia e lì ha comprato una bicicletta.

È venuto in bicicletta dalla Grecia?

Per lo più. Era con un amico malato di leucemia, quindi si sono fermati più volte durante la strada. Ci hanno messo circa 17 giorni.

E per chi non è in grado di affrontare un percorso così lungo in bicicletta, quanto può costare un viaggio illegale per raggiungere l’Europa?

Contando solo i soldi che si pagano ai contrabbandieri, dalla Turchia si possono pagare fra i 300 e i 1200€. Questa era una possibilità quando si usavano i passaporti falsi. C’è stato un breve intervallo di tempo, circa un mese, in cui il personale degli aeroporti non aveva modo di identificare un passaporto falso fino a quando il passeggero non era già pronto all’imbarco, quindi all’atterraggio la polizia aeroportuale sapeva che il passaporto era contraffatto, ma ormai il viaggio era compiuto e il passeggero poteva chiedere asilo immediatamente. Si faceva così. Bastava atterrare e si chiedeva subito asilo. Perfino quando la polizia non scopriva che il passaporto era falso, erano i passeggeri stessi a dichiararlo e a presentare immediatamente i loro veri documenti. Per il resto delle rotte per mare dall’Africa si possono spendere 300€, 1000€ o 1500€. Dalla Libia, che è il punto di partenza più comune dal nord Africa, si pagano fra i 500-800€ e i 1500€.

Questo vuol dire che bisogna risparmiare per poterselo permettere?

Certo. Questo è uno dei motivi per cui molte famiglie mandano una sola persona, di solito il padre. E anche perché è molto pericoloso, richiede energia, comporta fatica. Inoltre, soprattutto a partire dal 2015, la gente ha cominciato a capire come funzionano le richieste di asilo. Se si arriva qui, se si ottiene il permesso di restare per tre anni e lo status di rifugiato, allora si può portare la famiglia, si può portare la propria moglie e i figli minorenni. Questa è stata la scelta di molte famiglie. Facevano arrivare in Europa un membro della famiglia per poi chiedere il ricongiungimento, così che gli altri membri della famiglia non dovessero affrontare quel viaggio così pericoloso. È per questo che vengono soprattutto uomini. Perché non vogliono mettere in pericolo il resto della famiglia. A volte non ci sono i soldi per pagare il viaggio. Alcune famiglie, soprattutto quelle che hanno più disponibilità economica, non vogliono separarsi. Alcuni mandano i figli a lavorare qui, così che possano mandare i soldi a casa, se il resto della famiglia non ha più modo di mantenersi ma non vuole lasciare il Paese.

Che cosa ti aspetti dal tuo progetto? Che cosa speri che possa diventare in futuro?

Stiamo cercando di diffondere l’idea. Di informare le persone usando la loro storia e la storia della guida turistica che li accompagna. Il progetto si chiama Refugee Voices Tour. Fondamentalmente cerchiamo di dare voce ai rifugiati, per far capire perché si trovano qui, la disperazione che li ha spinti a partire, ad affrontare tanti rischi. Diamo loro una voce per raccontare la loro storia personale e la storia del loro Paese, così come la conoscono e come l’hanno vissuta. Spero che il progetto si espanda il più possibile. È già attivo a Copenaghen e vogliamo lanciarlo a Parigi e poi in altre città e altri paesi. Vedendo quello che sta succedendo in Europa e negli USA, spero che aiuti le persone a non dimenticare la storia. Non è così lontano il tempo in cui cose simili accadevano in Europa, in cui c’erano persone che abbandonavano i loro Paesi e le loro città per mettersi al sicuro altrove. So che alcuni mi diranno che non si possono comparare le due cose. Spesso ricevo commenti che dicono che non posso paragonare i rifugiati siriani ai tedeschi dell’est che scappavano dalla dittatura comunista per raggiungere le loro famiglie nell’ovest democratico.

Perché no?

Non lo so. Ma mi dicono che non posso farlo, non posso dire che è la stessa cosa, che noi soffriamo come hanno sofferto loro. Ma non è questo il mio scopo. Il mio scopo è ascoltare le persone che sono venute qui, capirne le ragioni, magari empatizzare, affinché si possa dare un autentico supporto per mettere fine alle tragedie che spingono queste persone a lasciare le loro case. O magari potreste semplicemente accoglierli per come sono e ascoltare la loro storia, non limitandovi solo a quello che dicono i telegiornali e i politici occidentali. Se ascolterete la loro storia direttamente, potrete farvi un’idea e giudicare voi stessi. E poi noi tracciamo dei paralleli con la storia della città in cui ci troviamo, così che chi ci ascolta possa ritrovare qualcosa di familiare, che renda il tutto più facile da capire di quanto non lo sarebbe se ci limitassimo ad andarcene in giro parlando della Siria. Siamo in Germania, questa è Berlino, vi è familiare, la conoscete. Io paragono quello che è successo qui a quello che è successo in Siria. Possiamo discutere di quanto sia simile o meno, ma è comunque un buon modo di far partire una discussione e di comunicare.

Qui potete trovare la prima, la seconda e la terza parte dell’intervista a Mohamad.

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