Dalla Siria a Berlino: la storia di Mohamad e il perchè della guerra in Siria #1

7 September 2017

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Mohamad ha una storia come tanti altri rifugiati siriani. Ma lui e la sua associazione fanno qualcosa di diverso: cercano i punti di contatto tra la storia di Berlino e quella della Siria e spiegano attraverso il passato della capitale tedesca come è nato il conflitto e come le forze internazionali giocano un punto focale nel determinarne le sorti. Angela Fiore l’ha intervistato per noi, andando a scoprire anche i dettagli del suo passato e come è giunto fino in Germania.

 

siria

di Angela Fiore

Ho incontrato Mohamad per la prima volta alla fermata della U-bahn di Mohrenstraße, un sabato pomeriggio. L’evento Facebook che aveva attirato la mia attenzione e che mi aveva spinto a trovarmi in quel luogo a quell’ora prometteva un tour di Berlino piuttosto insolito. A farci da guida sarebbero stati dei rifugiati Siriani e l’intento era quello di usare elementi della storia e della geografia della città nella quale tutti viviamo, per aiutarci a comprendere il conflitto siriano e i motivi che spingono tanti cittadini siriani a cercare asilo in Europa.

Cominciamo dal principio. Il tour è nato come un semplice evento su Facebook e adesso ha una vera e propria pagina. C’è anche un’organizzazione o un’associazione a supporto di questo progetto?

C’è un’organizzazione che si chiama Refugee Voices Tour, è nata prima ancora che io arrivassi qui, ma è partita con un tour diverso. Si parlava del movimento nato nel 2012 a Kreuzberg, per la precisione a Oranienplatz. Un gruppo di rifugiati e alcuni gruppi politici di sinistra hanno occupato la piazza per quasi un anno, dormendo nelle tende. Chiedevano condizioni di vita migliori per i rifugiati, perché allora non era possibile [per loro] spostarsi, studiare, lavorare o fare nulla fino a quando non si otteneva lo status [di rifugiato], la residenza, fino a quando il governo non decideva cosa fare di te. Prima che la crisi dei rifugiati raggiungesse il suo apice, i tempi d’attesa erano molto più lunghi. Alcune persone aspettavano più di tre o quattro anni prima di ottenere una risposta, positiva o negativa che fosse. All’epoca la maggior parte dei rifugiati venivano dall’Africa. Lorna Canon, la fondatrice del progetto, è una guida turistica inglese che vive a Berlino da 6 anni e all’epoca viveva in quella zona, conosceva le persone che avevano dato inizio al movimento. Le loro richieste alla fine non furono accettate in toto, ma ottennero alcune concessioni che solo in seguito sono state applicate anche a noi nel 2013, nel 2014 e nel 2015. Quando la polizia sgomberò la piazza, gli occupanti scapparono e si rifugiarono in una scuola abbandonata, dove alla fine fu permesso loro di restare. Ottennero anche maggiori diritti. A quel punto Lorna chiese ad alcune delle persone coinvolte se fossero interessate a fare dei tour [di Berlino], per ricordare alla gente quanto era accaduto e come tutto era cominciato, dalle loro richieste all’epilogo dell’intera faccenda e come [gli occupanti] avevano vissuto nel frattempo. Io conoscevo Lorna e su suo consiglio ho preso parte a uno di questi tour ed è stata una splendida esperienza. Non avevo idea del fatto che i diritti di cui godevo fossero stati ottenuti grazie a quelle lotte. Chi aveva chiesto quei diritti non aveva potuto goderne, ma io avevo questa possibilità. Per me quello è stato un momento importantissimo. Sono tornato da Lorna e le ho subito detto “dobbiamo fare qualcosa del genere sulla Siria. Non so se possa funzionare, non so se sia una buona idea, ma proviamoci”. All’inizio non sapevo da che parte cominciare. Se volevo parlare della Siria, perché avrei dovuto andare in giro per Berlino? Avevo paura che non funzionasse. Ho passato molto tempo con Lorna e con altri, raccontando loro della Siria, mentre loro mi parlavano di Berlino e della Germania in generale e così ho cominciato a vedere delle connessioni. Alla fine ci è venuta l’idea di usare la storia di Berlino per parlare di quello che succedeva in Siria. E so benissimo che la situazione non è la stessa e che ci sono tantissime differenze fra le due realtà, ma ci sono anche dei punti in comune fra le tecniche che sono state usate o le politiche che sono state adottate.

Quali sono secondo te i principali punti di contatto fra Berlino e la situazione di Siria? Credi che chi non ha vissuto quell’esperienza possa comprendere meglio attraverso il paragone con una realtà più familiare?

Questo è uno dei motivi principali che ci ha spinto a iniziare. La maggior parte degli Europei sanno qualcosa sulla storia della Germania in generale, per via della seconda guerra mondiale o della guerra fredda. E se tu conosci quella storia e io ti racconto un’altra storia che ha degli elementi simili e ti permetto di tracciare dei paralleli, allora tu puoi comprendere meglio [la mia storia]. Le cose non sono così diverse, una volta che sono inserite in un contesto. Le persone [che partecipano ai tour] ascoltano i passaggi sulla storia della Germania e ritrovano qualcosa che già conoscono, dopo di che ascoltano i passaggi sulla Siria e iniziano a capire che la situazione ha radici profonde, che certe azioni sono state il risultato di condizioni di vita difficili e che da tutto questo sono scaturiti gli eventi che vedete sui telegiornali da sei anni a questa parte. Tutto è accaduto molto in fretta, soprattutto all’inizio, e per questo molti dettagli si sono persi e la maggior parte della gente non ha mai sentito il racconto diretto di chi ha vissuto quegli accadimenti. [Non sanno] perché tutto è cominciato, perché la situazione era particolare, perché è diventata caotica, perché tanti paesi sono coinvolti. È anche l’occasione per capire le differenze rispetto alla Germania: quando la Germania è stata riunificata ha ottenuto il supporto di molti altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e gli altri paesi europei. Questo non accade in Siria, o accade in modo completamente diverso, perché [gli occidentali] non si sentono vicini a quello che accade in Siria quanto a quello che accade in Germania.

Secondo te in che cosa la condotta dei paesi occidentali rispetto al conflitto siriano avrebbe dovuto essere diversa?

Fin dall’inizio del conflitto, gli USA e l’Europa hanno dichiarato di voler supportare il movimento del popolo, quello che voleva far progredire il Paese e costruire una democrazia. Ma dopo gli attacchi con le armi chimiche del 2013, i primi attacchi con armi chimiche su larga scala di cui abbiamo notizia, [questi Paesi] hanno fatto marcia indietro. Era il 2013, ed è stato allora che la Russia ha visto l’opportunità di inserirsi ed espandere la propria influenza nella regione. Sapevano che l’attacco aveva superato il limite di quello che i governi occidentali potevano tollerare, il governo siriano aveva oltrepassato quella linea e l’occidente non aveva fatto nulla, il che significava che [i governi occidentali] non volevano realmente essere coinvolti [nel conflitto]. Da quel momento in poi, il governo russo ha iniziato a intervenire pesantemente, esperti in Siria i propri esperti per offrire supporto e consulenza all’esercito siriano, hanno cominciato a mettere in atto più attacchi aerei, a fornire più armi e fondi al governo siriano. Combattevano contro il movimento popolare. È stato più o meno nello stesso periodo che l’Isis ha iniziato a crescere in quei territori. Prima del 2013 se ne conosceva a malapena l’esistenza, nessuno sapeva nulla dell’Isis e a nessuno interessava. Hanno iniziato ad arrivare dall’Iraq in piccoli gruppi all’inizio del 2013, nessuno prestava loro attenzione o li percepiva come una minaccia. Ma quell’evento [l’attacco chimico n.d.r.] ha costituito per loro un’ottima possibilità, un’apertura. L’Isis si è presentato come una forza che si schierava a fianco della popolazione, quando il mondo occidentale nel quale [i siriani] avevano sperato nei precedenti due anni li aveva abbandonati e traditi. I miliziani dell’Isis avevano le armi e l’addestramento e cominciarono a invitare le popolazioni a unirsi a loro nel tentativo di rovesciare il governo. Questa è stata la loro propaganda all’inizio. Almeno fino a quando non hanno conquistato il loro primo territorio. Era la città di Raqqa, poi diventata la loro capitale. Prima avevano alcuni pozzi petroliferi, ma nessuna città. Quando presero la loro prima città, quando finalmente ebbero un posto da poter reclamare come proprio califfato, proprio territorio, allora sono diventati potenti. Avevano i fondi, non dipendevano più da nessuno. Ed è importante sottolineare che quel territorio lo tolsero ai ribelli, non al governo. Questo in molti non lo sanno. All’inizio non si sono opposti minimamente al governo. Hanno combattuto contro i ribelli, ne hanno uccisi molti, hanno ucciso i loro leader ed è stato allora che la Siria ha imparato a vederli come un nemico. I siriani si sono accorti che l’isis agiva per i propri scopi, non per aiutare il popolo. A quel punto è scoppiato il caos e il governo ha avuto quello che voleva. Fin dall’inizio [Assad] aveva dichiarato di combattere contro gli estremisti islamici, ma in un primo momento non aveva nessuno contro cui puntare il dito. Adesso finalmente gli estremisti c’erano. E anche chi all’inizio non aveva creduto [ad Assad] iniziò a cambiare idea. Nello stesso periodo sono iniziati gli attacchi in Europa e negli Stati Uniti e l’Isis ha iniziato a rivendicarli. Allora è diventata una questione internazionale. Prima era solo “qualcosa che sta accadendo in Siria, che se la vedano fra loro”. Ma da quel punto in poi [i governi occidentali] si sono sentiti obbligati a fare qualcosa. Gli Usa non erano mai intervenuti prima, ma sono entrati in azione quando l’Isis ha iniziato a essere attivo in Europa e in America. E pensare che la più grande opportunità di fare qualcosa l’avevano sprecata poco prima che iniziasse il disastro, prima che arrivasse l’isis. A un certo punto i ribelli, indeboliti, non potevano più difendere il proprio territorio, non riuscivano a tenere testa contemporaneamente al governo e all’Isis. In questa situazione, l’Isis ha acquisito potere, risorse e territori. È a questo punto che le cose si sono davvero complicate.

(continua…)

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