Dacia Maraini, la sua “grande festa” con Alberto, Pier Paolo e Maria

15 June 2012

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© Il Mitte

É il 14 giugno, un giorno come tanti a Berlino, ma all’Università Humboldt arriva una scrittrice italiana, una voce della nostra letteratura moderna. É Dacia Maraini ed è qui per raccontare il suo ultimo romanzo, la sua ultima e lunga “gestazione”.
Per scriverne uno, infatti, impiega almeno tre anni, che diventano cinque quando necessita di ricerche storiche, come ricorda la scrittrice pensando a “La lunga vita di Marianna Ucrìa“.
Per La grande festa (Rizzoli, 2011) racconta di aver impiegato solo tre anni perché si tratta di un libro personale, molto autobiografico, eppure lei preferisce che la sua biografia non venga raccontata.

La Prof.ssa Amalia Urbano, organizzatrice da tre anni di quello che ha battezzato “Incontro con lo scrittore”, riferisce della sua difficoltà nel presentare una scrittrice come la Maraini senza però raccontare nulla della sua biografia. Con il timore di omettere qualcosa di importante, la invita a leggere le prime pagine del libro, che ben introducono il contenuto dell’intero romanzo.
Dacia si affatica quasi subito a leggere, preferisce raccontare, mentre studenti e professori radunati nell’aula universitaria che si è rivelata troppo piccola, ascoltano affascinati le parole e le emozioni trasmesse dalla scrittrice.

I libri sono misteriosi, nascono da soli”, commenta la Maraini, e racconta con una bellissima metafora la “gestazione” di ogni romanzo. La scrittrice avverte qualcuno bussare alla sua porta, un personaggio che chiede di raccontare una storia e che poi se ne va, ma a cui lei, educatamente, offre un caffè. Alcuni personaggi, però, gradiscono anche la cena, e altri arrivano anche a chiedere di pernottare. É il momento, questo, in cui Dacia con pazienza si ferma ed inizia ad ascoltare, prima, e raccontare, poi, le loro storie.

© Il Mitte

Per “La grande festa” ha ascoltato se stessa, ha ricordato le persone a lei più care. É un’emozione ascoltare dalla sua voce episodi realmente vissuti, che hanno avuto come protagonisti Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas.
Dacia, nostalgica, ricorda il primo incontro con Maria Callas, una “divinità teatrale, un drago sulla scena”. Una donna “potente di voce, di corpo, con una grandissima capacità di comunicare”, ma che si rivelava, nella vita quotidiana, una “bambina greca, ignorante e ingenua”, sorride con affetto la Maraini, raccontando del soprano.

La Callas, rivela, aveva una grandissima soggezione nei confronti di Pier Paolo Pasolini, del quale, invece, ricorda le avventure in Africa alla ricerca di un Rauch, un fumo naturale da poter utilizzare in un film. L’amico Pier Paolo che continua a vivere e ad apparire, ancora oggi, nei sogni della scrittrice, amareggiata per il mistero legato alla sua morte.

Morte, una parola che sembra quasi non appartenerci, che vogliamo ignorare, allontanare, ma che fa inspiegabilmente parte della vita. Vita quotidiana che, alle volte, si rivela crudele.
E alla mia domanda su come sia possibile che nulla, nel corso della storia, sia cambiato e che i problemi di allora continuino ad esserci oggi, la Maraini cerca di convincermi, dolcemente, sul potere della poesia e della letteratura.
Crede che i poeti e gli scrittori siano testimoni del tempo e che, a differenza di altri, abbiano le parole per poter raccontare e, appunto, testimoniare.

Ma come l’immagina l’aldilà la Maraini? Quanto è importante questo dialogo con i morti? Risponde così, con la sua scrittura e con la forza delle parole lasciate nel romanzo: “Un luogo delicato e accogliente, in cui i nostri amati morti, fatti leggeri e savi, camminano agili, riflettendo. Ci saranno angeli? Ci saranno santi, martiri, divinità, si vedrà l’ombra di un dio potente e punitivo? Forse no. Forse sarà la voce della poesia a tenere in movimento le menti”.

di Oriana Poeta

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