TEUTONICHE SCHEGGE – Cronache da un WG

9 October 2012

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Da ormai 6 mesi condivido tetto ed affitto con D., brandeburghese doc. e, al di là di ogni mia più rosea aspettativa, l’inquilino si è dimostrato inesauribile fonte per i miei rimuginamenti pseudoantropologici.
La nostra convivenza è da sempre scandita da ritmi inalterati: ci incrociamo la sera durante la sua pausa sigaretta, sul balcone. Lui scenera sui passanti ed io mi dondolo sul corrimano, discorriamo del tempo infame, degli stracci che non strizzo abbastanza energicamente, osserviamo la composita fauna degli avventori della birreria sotto casa, così vicini che quasi potremmo accarezzarne le calotte craniche.
Col cambio stagione c’è un nuovo, avvincente dibattito in corso: come evitare che l’autunnal ricambio del mio crine blocchi gli scarichi della vasca. Ci scambiamo i consigli delle reciproche madri, valutiamo i costi dei detersivi appositi, misuriamo la grandezza dei filtri per lo scarico. Certo, rasarmi a zero sarebbe la soluzione migliore, D. si sentirebbe meno solo nell’impetoso avanzare del suo deserto tricologico. Per ora, salomonicamente, ognuno ha comprato un detersivo per gli scarichi, etichetta canta: speciale per gli ingorghi di capelli.
Il meglio, D. lo sfoggia quando è ubriaco. In realtà, questo succede con cadenza almeno bisettimanale, ma la fenomenologia della ciocca non sempre mi dà le stesse soddisfazioni. Spesso si manifesta con una cavalcata porta-bagno-letto che dura meno di 30 secondi totali, con un “buona notte” buttato lì a salvare le apparenze.
Alle volte, tuttavia, i miei pazienti appostamenti sul suo tragitto (ho il favore della posizione: la mia camera sta tra il bagno e la sua) vengono premiati.
Qualche giorno fa, peraltro con un amico in basita diretta Skype, D. è entrato saltellando e sventolando uno stecchino. “Miriam, ho qui il tuo test di gravidanza. Haha, lo chiamerai D., vero, anche se è femmina?” Ci ho messo un po’ a capire che quello che mi mostrava come trofeo era, in realtà, uno di quegli stecchini per mescolare il caffè take away, qui particolarmente lunghi per via delle secchiate che si tracannano. Ho provato a convincerlo che il nostro WG sarebbe rimasto a due, ma non c’è stato niente da fare.
Oggi è tornato col solito occhio sinoforme e l’andatura strascicata, sintomo inequivocabile di ciocca socievole, quella che coinvolge anche me. Stavolta sotto il naso mi sventola un biglietto da 20. Paghiamo le bollette in anticipo, e pare che applicando pedissequamente i suoi teutoni consigli, io abbia contribuito all’abbattimento del consumo di energia elettrica.
Subito dopo, si festeggia con un bicchierozzo di vodka pura, che fingo svogliatamente di sorbire mentre lui riesuma degli album di foto, ognuno con data, luogo, ora e non solo.
Eh sì, D. è quanto di più metodico io conosca. Perciò conserva biglietti, scontrini, giocattoli, pupazzi, qualunque cimelio di qualunque età ed occasione. Stasera la pausa sigaretta si preannuncia interminabile, ed io che volevo godermi una serata tra me e il mio nuovo libro.
Si comincia con gli scatti di D. appena nato: minuscole foto in bianco e nero targati DDR, per poi passare in rassegna il primo Lego, il primo giorno di scuola, le vacanze in Bulgaria (“avevo 7 anni ed è stata l’ultima volta che ho preso l’aereo”, mi sottolinea, fiero di trascorrere le vacanze solo in patria, ormai), la maglia del Bayern Munchen (nel frattempo veementemente rinnegata).
In vodka, si sa, veritas. Così quando sfoggio uno dei commenti da copione “ah, ma che begli occhi azzurri ha tua sorella”, D. si sente in dovere di controbilanciare cotal vezzoso complimento raccontandomi che la sorellona trentenne ha perso 30 kg e poi si è ritoccata quanto era rovinosamente ceduto con laute dosi di silicone. Glisso signorilmente sulla sua caduta di stile, pregando che Morfeo abbia presto il sopravvento su di lui.
Ma oggi è la mia giornata fortunata: oltre che coinquilina risparmiosa, guardandosi le dita dei piedi, D. mi confessa che sono davvero una cara compagna di appartamento. Al netto della mia burrascosa relazione con il fornello elettrico, della mia incomprensibile venerazione per il parmigiano e del mio tuttora titubante accento brandeburghese. É una dichiarazione, non c’è dubbio.
Così mi sento in dovere di ricambiare, e lodo la sua minuziosità nell’innaffiare ogni pianta con il millilitraggio giusto (ogni pianta ha un’etichetta apposita), l’inarrivabile lungimiranza con cui tiene uno stock di lampadine sempre pronto, il coraggio con cui riesce a cibarsi di spaghetti in lattina. Il mio elogio non può che soffermarsi sulla regola per cui ogni ospite deve portare in omaggio almeno un rotolo di cartigienica per placare la sua fobia di rimanerne senza. (Evito di confessargli che io ne esento i miei, di ospiti, fiduciosa che avere un Kaiser’s aperto tutti i giorni fino a mezzanotte dall’altro della strada e un 24h/24 sotto casa possa scongiurare l’apocalittico scenario dell’assenza di rotoli al momento del bisogno).
Il mio sonetto d’amore raggiunge vette encomiastiche quando gli faccio notare che da ubriaco è il miglior aspirapolvere mai brevettato: ha lo strambo vizio di adocchiare le briciole più nascoste, e si ostina a volerle raccogliere tutte.
Le reciproche dichiarazioni volgono al termine quando D. decide che non ha le forze per attendere che io finisca la mia vodka, e magnanimamente se la ingurgita lui.
Io torno a meditare sulla rilevazione shock che mi ha fatto: oggi, al bar, per una scommessa si è bevuto un milkshake con wurstel e cipolla, tiepido.
Mi rassegno. è una battaglia persa in partenza: non potrò mai dargli le soddisfazioni che mi regala lui.
Il giorno dopo, al duro risveglio: sulla lavagnetta dove ci lasciamo messaggi (magnetica: non si deve ricomprare nè carta, nè gesso, nè pennarello): “merda di castoro x3” e un disegno esplicativo.
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