ll colosso Volkswagen vacilla e l’Europa gongola – L’Editoriale

27 September 2015

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volkswagen

© Sean Gallup/Getty Images

di Mattia Grigolo

Negli ultimi sei mesi la Germania ha subito due colpi veramente duri che ora rischiano di metterla in ginocchio. Prima il caso del volo 5925 Germanwings (ne abbiamo parlato approfonditamente qui) precipitato sulle Alpi della Provenza il 24 marzo 2015. Ora il caso Volkswagen. La gravità è altrettanto scottante, è il secondo affondo alla reputazione di un colosso tedesco.

E’ chiaro che i danni causati dallo scandalo possono ledere l’economia del paese nel breve termine, ma fisiologicamente ed inevitabilmente si andranno ad assottigliare nel tempo, lasciando solo una cicatrice. Questo non toglie che gli sfregi non sono mai digeriti di buon grado.

C’è una cosa però, che grava sulla situazione, ed è il fatto che, soprattuto nell’ultimo periodo, la Germania ha spesso e volentieri cercato di insegnare agli altri Stati europei come mandare avanti un paese, come gestire questioni di rilevanza internazionale senza fare danni. I casi sono molteplici, dal rapporto con la Grecia a quello con le altre nazioni dell’Eurozona, dal problema rifugiati alle uscite talvolta infelici di Angela Merkel. C’è un termine tedesco che si usa in questi casi, Schadenfreude, il provare piacere per la sfortuna altrui. E sintetizza alla perfezione l’atteggiamento assunto dal resto dell’Europa davanti alle recenti sventure teutoniche.

Ma nello specifico, cosa è successo?

L’EPA (Us Enviromental Protection Agency) ha accusato Volkswagen di avere installato il cosiddetto “impianto di manipolazione” per 482.000 vetture vendute negli Stati Uniti. L’azienda ha poi riconosciuto che lo stesso software esiste in 11 milioni di veicoli diesel in tutto il mondo. Per questo sono stati messi da parte 6,5 miliardi di euro ($ 7,3 miliardi) per coprire i costi della scandalo. In parole più semplici, il colosso delle automobili Volkswagen ha alterato i test sulle emissioni dei gas di scarico. L’impianto di manipolazione in questione, non è altro che un marchingegno in grado di manipolare e ridurre le immissioni di sostanze inquinanti dai veicoli sui quali è installato, solo quando il software gli segnala che l’auto diesel è sui rulli per i test in officina. La diavoleria si spegne nel momento in cui l’automobile è su strada, quindi fuori dal pericolo dei controlli. Come? Semplice: su strada ci sono curve, in officina lo sterzo è bloccato. Risultato? I livelli inquinanti dell’auto si impennano di oltre quaranta volte.

E’ arrivata quasi immediatamente la notizia delle dimissioni dell’Amministratore Delegato di Volkswagen Martin Winterkorn, il quale ha comunque continuato a sostenere la sua estraneità sul caso. Winterkorn è stato ora sostituito da Matthias Mueller, il quale, allo stesso modo si è scusato con i clienti, il pubblico, le autorità e gli investitori, chiedendo di non togliere il sostegno all’azienda, che a stretto giro sarà in grado certamente di superare questo brutto momento.

In tutto questo pandemonio Volkswagen, un altro tassello va ad inserirsi sbilenco, in una torre che sta già per crollare; La Commissione Europea sapeva dei test truccati già da due anni. Aveva lanciato l’allarme nel 2013, ma era rimasta inascoltata dagli uffici comunitari con sede a Bruxelles e dagli Stati nazionali.

Una cosa è certa: dopo aver sfidato la Grecia, la crisi dell’Euro e il rallentamento dell’economia cinese, ora la Germania deve sfidare se stessa. E molto probabilmente sarà la battaglia più dura.

 

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