Clooney salva opere d’arte ma non il suo film: il flop di “The Monuments Men”

11 February 2014

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di Emanuela Barbiroglio

Uno dei film più attesi del festival poteva essere bello, ma invece è brutto. Vi spieghiamo perché.

Tratto dal libro di Robert M. Edsel The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves and the Greatest Treasure Hunt in History uscito nel 2009, è la storia del “Monuments, Fine Arts, and Archives program” ovvero il progetto organizzato dalla sezione del Governo militare degli alleati per proteggere i beni culturali durante la Seconda Guerra Mondiale.

Durante gli scontri l’arte venne usata proprio come un’arma e impugnata dagli uni o dagli altri a seconda delle necessità: le città considerate più belle venivano risparmiate accuratamente dalle bombe, salvo venire colpite poi in caso di rappresaglia.

Non stupisce che Adolf Hitler si fosse messo in testa di realizzare un colossale Museo del Fuhrer dove avrebbe raccolto tutte le più grandi opere dell’umanità, meticolosamente rubate in giro per l’Europa.

Non stupisce nemmeno che, nel caso di una poco auspicabile possibilità di sconfitta, avesse previsto che le stesse opere andassero interamente distrutte. È un’idea pesante come un macigno: un uomo perfettamente conscio del valore della bellezza che per vendetta si dice pronto a gettare tutto fra le fiamme.

Fortunatamente, la bellezza non andò persa. O almeno non tutta. E non fu perché il Terzo Reich vinse la guerra, bensì perché Frank Stokes fece bene il suo lavoro. Quest’uomo infatti ottenne la benedizione dal presidente americano Roosevelt per riunire intorno a sé un gruppo di esperti d’arte e salvare il salvabile quando ormai nel 1943 le cose si stavano mettendo male per la Germania.

Circa 400 persone furono coinvolte nell’operazione divenuta famosa come “la più grande caccia al tesoro della storia”: architetti, scultori,  pittori, restauratori, critici, persino i curatori del Metropolitan Museum of Art di New York. Tutti impegnati in una grandiosa ricerca, in tutta fretta, con pochi mezzi, per il bene dell’umanità. Un bene considerato superiore al valore di ogni cosa, vite umane comprese.

Ecco, tutto questo, tutto il potente eroismo di questi uomini e donne, tutta la loro passione, nel film di George Clooney non c’è. O, per essere sinceri, c’è ma non prima di essere stato rimpicciolito.

Fermo restando che non ogni film di guerra deve mostrare sangue e azione, questo più di tutti avrebbe potuto differenziarsi. Poteva essere un film d’amore per l’arte, un inno al fascino del patrimonio culturale europeo.

Ma purtroppo non lo è stato. Scaduto in un’ironia stridente quanto inopportuna, sorvola i temi più importanti con faciloneria per un risultato goffo.

Goffi sono i personaggi: gli estimatori buffi pancioni o anziani occhialuti che nel tentativo di risultare “umani” rimangono macchiette e non ricordano nemmeno lontanamente quelli che furono i veri protagonisti della vicenda, goffa Cate Blanchett nel suo ruolo di seria studiosa che si crepa in una dubbia sensualità proprio all’ultimo perché comunque «Siamo a Parigi», goffi i tedeschi sempre cattivi, goffi i russi sempre secondi agli americani.

Goffa la trama: con scene di dolore superflue, improbabili sparatorie e interrogatori indegni.

Goffa la musica: Indiana Jones in versione ridanciana.

Resta da chiedersi la ragione di tante aspettative per un film di Hollywood che sembra essere diventato una commedia per sbaglio.

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