Cecilia Strada a Berlino: “Vogliamo diventare inutili”

10 October 2016

Share Button
Photo by Dario Jacopo Laganà

Photo by Dario Jacopo Laganà

di Lucia Conti

È stato intenso incontrare Cecilia Strada all’Istituto italiano di cultura, che l’ha invitata a tenere una conferenza organizzata dal Comites. Venuta a Berlino allo scopo di attivare Emergency anche in Germania, la Strada ha saputo parlare di questi ventidue anni di vita dell’associazione di cui è presidente con tale forza ed efficacia da non consentire agli intervenuti neanche una flessione dell’attenzione.
Dall’anno della sua fondazione (1994), avvenuta per opera dei genitori di Cecilia, Gino Strada e Teresa Sarti, Emergency ha costruito ospedali, presidi sanitari, centri di primo soccorso e ambulatori mobili in sedici Paesi del mondo, curando quasi sette milioni di persone in modo totalmente gratuito.
“Chiarire questa cosa è fondamentale” ha precisato la sociologa e attivista, “soprattutto in alcune zone dell’Africa, dove le cure somministrate negli ospedali si pagano e le famiglie non portano i bambini malati dal medico perchè usano quei soldi per sfamare quelli sani”. In questi casi i volontari di Emergency non fanno che girare per villaggi e campi profughi con il megafono al collo e chiariscono alla popolazione che assistenza medica e farmaci sono a costo zero. Questo ovviamente spinge le madri a far curare tempestivamente i loro bambini, impedendo che muoiano per una banale influenza o per la mancata somministrazione di un semplice antibiotico.
Con l’ausilio di materiale fotografico e documentale, la Strada ha parlato quindi dell’impegno dell’associazione in Paesi devastati dalla miseria e dalle guerre che il cosiddetto occidente privilegiato ha talvolta sfruttato, se non addirittura determinato. Per questo il lavoro di Emergency segue l’imperativo etico di lavorare non solo sugli effetti, ma anche sulle cause del disastro umanitario che i volontari fronteggiano ogni giorno e tutto questo è stato riassunto in una serie di punti, che chiariscono principi e linee guida dell’associazione.

Rispettare l’ambiente
Il rispetto dell’ambiente è uno dei valori centrali di Emergency. Un chiaro esempio di come si possano costruire strutture ecosostenibili è il centro di cardiochirurgia aperto in Sudan, progettato in una foresta di manghi. Per le caratteristiche del territorio l’ospedale avrebbe dovuto implicare un radicale dispendio energetico, ma le soluzioni adottate sono state incredibilmente vantaggiose proprio da questo punto di vista. Pannelli frangisole costruiti con una tecnica imparata dalle donne sudanesi e alberi usati come schermi isolanti, 900 mq di pannelli solari, camini di ventilazione e modi alternativi di filtrare l’aria per difendersi dalle tempeste di sabbia, hanno contribuito a creare un ospedale perfettamente efficiente a basso impatto energetico.

Trasformare
Trasformare materiali e manufatti è una prassi che Emergency segue da sempre e che in alcuni casi particolari assume anche un particolare valore simbolico. Nel nord dell’Afghanistan, dove l’associazione ha operato a lungo in piena guerra civile, un ospedale é stato ricavato da una vecchia caserma dismessa e molti residuati sovietici sono stati smontati al fine di ricavare giunti per montature idrauliche o comunque impiegati per costruire qualcosa di utile. Alcune bombe sono state trasformate in fioriere e usate a scopo meramente decorativo. “Qualcuno, tempo fa, diceva di mettere fiori nei cannoni” ha scherzato Cecilia Strada, per poi aggiungere “noi lo abbiamo fatto veramente”.

Giocare
Molti pazienti di Emergency sono purtroppo minorenni. Cecilia Strada ha definito “bellissimo e bruttissimo” vederli tornare al gioco in modo relativamente spensierato poco tempo dopo averli visti svegliarsi, terribilmente feriti o mutilati, in un letto d’ospedale. Le corse tra sedie a rotelle sono un grande classico “che si conclude spesso con qualche infermiere investito” e la forza e l’entusiasmo dell’infanzia riescono alla fine ad avere ragione anche delle tragedie più intollerabili. Bambini senza braccia, senza gambe, senza braccia e senza gambe e in più ciechi, immani sono gli orrori che travolgono l’infanzia e i volontari ne sono spesso talmente segnati da dover ricorrere all’aiuto dello psicoterapeuta.
Molti chirurghi risentono del trauma di veder morire molti minori sotto le loro mani, in sala operatoria, e per questo vengono sostenuti in modo particolare. Uno di loro, ad esempio, in questi casi ha imparato a ripetersi: “non gli ho sparato io, io ero quello che cercava di salvarlo“. E “non gli ho sparato io” è diventata una frase ormai usata da molti volontari di Emergency.

Muoversi
“Se il paziente non va in ospedale, è l’ospedale che deve andare dal paziente”. Cecilia Strada ha illustrato in modo assolutamente efficace quando e come Emergency sopperisce, all’interno dei Paesi in cui opera, alla mancanza di strade o al fatto che siano bloccate o alla penuria di mezzi di trasporto. In Afghanistan, per esempio, ha aperto 41 posti di primo soccorso e centri sanitari.

Photo by

Photo by Dario Jacopo Laganà

Italia
Da tempo Emergency fornisce assistenza agli indigenti anche in Italia, dove ha aperto cinque poliambulatori (a Palermo, Marghera, Polistena, Castel Volturno e Napoli) e dove impiega ambulatori su ruote attrezzati per curare i migranti che sbarcano sulle coste della Sicilia. Cecilia Strada ha detto di aver visto in Italia situazioni che non avrebbe mai ritenuto possibili, nel 2016.
Ha parlato del ghetto di Rignano, insediamento abusivo, praticamente una bidonville circondata dalla spazzatura in provincia di Foggia. Ha parlato di braccianti in nero che non possono neanche dire che si sono feriti, di immigrati che arrivano sani e giovani e si rovinano irrimediabilmente la salute lavorando in condizioni disumane. Ha raccontato di come sviluppino patologie diverse, a seconda del tipo di attività in cui sono impiegati, per cui chi raccoglie i pomodori o solleva pesi soffre di patologie muscolo-scheletriche e chi lavora nelle serre si ammala di asma e problemi alla pelle, a causa dell’uso massiccio di diserbanti. Quasi tutti presentano inoltre delle intossicazioni da antidolorifici, distribuiti senza criterio dai caporali allo scopo di far lavorare il più possibile i loro schiavi, e praticamente tutti sono gravemente malnutriti.
A questo proposito la Strada ha parlato di un migrante a cui i volontari di Emergency avevano prescritto delle medicine. Tornato da loro dopo qualche giorno senza averle neanche aperte, aveva spiegato: “mi avete detto di prendere le medicine dopo i pasti e io non ho mangiato quasi mai. Come funziona in questi casi?”.
Oltre a intervenire nei territori in cui la malavita domina e sfrutta il traffico di esseri umani, Emergency aiuta anche gli italiani in difficoltà, prevalentemente disoccupati e pensionati e soprattutto da quando non sono più garantite cure essenziali, come quelle agli occhi e ai denti.

Insegnare a pescare
Cecilia Strada ha spiegato più volte che il fine di Emergency è quello di rendere le persone che aiutano indipendenti sul lungo periodo, regalando loro non solo le cure di cui hanno bisogno, ma anche la possibilitá di avere un futuro dignitoso e di coltivare quel diritto al benessere e alla felicità che dovrebbe essere proprio di ogni essere umano. A questo proposito ha raccontato un episodio che l’ha particolarmente colpita: “Una delle cose più belle che mi siano capitate è stato incontrare quest’uomo, che avevamo curato quando era ancora un bambino perché aveva perso una gamba. Ci ha salutati con affetto e ci ha detto: se avete bisogno, chiamate! Quando lo avevamo aiutato era lui ad aver bisogno di tutto. Anni dopo, con un lavoro e una famiglia e felice della sua vita, si dichiarava pronto ad aiutare noi e tutto questo è bellissimo”.
A Cecilia e ad Emergency piacerebbe che fosse sempre così. Negli ospedali che costruiscono inseriscono e formano personale locale (hanno di fatto specializzato la prima ginecologa afghana) e creano strutture capaci di alzare il livello sanitario del Paese. Anche in Italia non fanno che ripetere che non dovrebbe essere il cosiddetto terzo settore (quello delle ong-onlus) ad occuparsi “degli occhiali del pensionato Giovanni o dei denti del disoccupato Antonio”, ma uno Stato capace di applicare il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti.

Riscatto sociale attraverso la formazione
Attraverso la formazione professionale, Emergency in qualche modo influisce sulla società. Continuità salariale e tutela del lavoro femminile e delle categorie svantaggiate (mutilati, sordi, vedove di guerra, albini in Africa), spostano la cura dai singoli all’intero corpo sociale e ciò avviene in modo naturale e quindi tendenzialmente duraturo.
Dal 1999 Emergency ha collocato moltissime donne in posizioni di assoluta responsabilità e nelle regioni in cui l’associazione lavora gli equilibri si sono effettivamente spostati.
“All’inizio in Afghanistan dovevamo andare casa per casa, per chiedere a padri e mariti il permesso di far lavorare le donne della famiglia da noi. Adesso sono le stesse donne a presentarsi, sono moltissime”, ha precisato la Strada.
Nel centro protesi e riabilitazione che Emergency ha aperto in Iraq, il 40% del personale è costituito da ex pazienti. L’associazione tiene inoltre corsi di formazione professionale per invalidi e aiuta la costuruzione di cooperative di lavoro che li supportino.
Obbligata, a questo punto, una riflessione sulla situazione dell’Iraq, in cui c’è un “esercito di mutilati” e i volontari svolgono soprattutto un lavoro di fisioterapia, riabilitazione e formazione professionale per chi è rimasto menomato. Le mine antiuomo, nel 1995, erano circa 10 milioni, molte, purtroppo, di fabbricazione italiana.

Rispetto
Oltre a somministrare cure mediche, Emergency cerca di tenere alto il tono dell’umore dei malati, inserendoli in un ambiente confortevole e considerando il giardino come “il più antico dei fisioterapisti” e meta ideale per la riabilitazione. I disegni del vignettista Vauro, che coprono le pareti del reparto pediatrico dell’ospedale di Kabul, hanno come particolarità il fatto di contenere tantissimi animali, alcuni non immediatamente visibili, al fine di tenere impegnati il più possibile i bambini costretti a una degenza più lunga.
Alcuni dei malati sono inoltre religiosi e capita che spesso siano di religioni diverse. A questo proposito Emergency ha costruito un padiglione di meditazione e preghiera in Sudan, formato da due cubi sfasati e orientati alla Mecca, ma senza simboli religiosi visibili. All’esterno c’è una vasca in cui i musulmani possono fare abluzioni, per i cristiani il soffitto è aperto in modo da formare una croce sullo sfondo del cielo, mentre all’interno c’è una pianta per gli animisti. Anche gli atei amano meditare all’interno del padiglione, di conseguenza non è infrequente vedere persone di ogni religione o prive di una confessione religiosa stare insieme in silenzio e in intimità.

Parlando a quattr’occhi con Cecilia Strada, dopo la conferenza e fuori dall’Istituto Italiano di cultura, mi è venuto spontaneo farle la domanda che mi spaventava di più: “che reazione hanno gli italiani quando vi vedono aiutare gli immigrati?”. Cecilia mi ha risposto che il Paese reale è meglio di quello che emerge dai social network. Certo, anche nell’interazione sul territorio le é capitato di sentirsi dire “ma curate anche noi o solo i negher?”, ma nel complesso, dopo aver osservato da vicino il lavoro di Emergency, gli italiani tendono a non mostrarsi ostili e ad abbandonare i pregiudizi.
In rete invece la situazione é molto diversa. A questo proposito Cecilia mi ha riferito di aver ricevuto anche fino a 400 messaggi al giorno che le auguravano di venire stuprata o che la insultavano. Me lo ha detto incidentalmente, senza un’ombra di vittimismo e senza neanche sembrare turbata, mentre parlavamo di quanto i social siano in grado di far emergere il peggio delle persone.
Durante la conferenza aveva anche ironizzato sul fatto che i volontari di Emergency siano regolarmente attaccati da chi è sensibile alla propaganda xenofoba. “Quando parliamo della sofferenza di altri popoli nel mondo, che spesso abbiamo contribuito ad affamare o a bombardare, spesso ci dicono: perché non li aiutate a casa loro? Quando lo facciamo e qualcuno di noi muore, come l’autista di un ambulanza rimasto ucciso di recente in Afghanistan, ci dicono: se foste rimasti a casa vostra, questo non sarebbe successo“.
A dicembre lo Stato italiano dovrebbe donare all’associazione una medaglia per onorare il suo impegno e i suoi meriti. “In realtá noi non vorremmo medaglie” ha precisato Cecilia Strada, aggiungendo una frase che sintetizza il senso finale della missione di Emergency: “noi vorremmo diventare inutili, vorremmo che non ci fosse più bisogno di noi“.

Share Button