URBAB – Biking capillare e mappatura critica

4 March 2013

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© Stefania Facco

© Stefania Facco

Quando mi sono trasferita a Berlino per la prima volta, non ho potuto fare a meno di notare di essere sempre circondata da biciclette. In qualsiasi situazione e più o meno con qualsiasi condizione atmosferica. Di giorno, nei parchi, nelle zone naturali e persino in alcune rigogliose isole di traffico, i gruppi di persone erano circondati da ampie trincee di biciclette. Di sera accompagnavo i miei nuovi amici a cercare un “parcheggio” sicuro fuori dal bar in cui stavamo andando. Un palo, un albero o qualsiasi cosa sporgesse, in modo da ancorare il prezioso mezzo.

La bicicletta è  un caposaldo della mobilità nella capitale tedesca, e anni fa per me la bicicletta era soltanto un modo, un poco romantico, di passeggiare tendenzialmente in contesti poco urbani. Come racconta Marc Augé nel testo “Il bello della bicicletta”, la bicicletta fa parte della storia più o meno di ognuno di noi. Il momento in cui impariamo ad andare in bici appartiene ai ricordi speciali dell’infanzia. Da me personalmente, questo ricordo un poco romantico e sbiadito, non era stato ancora mai tradotto e interpretato come un mezzo di trasporto vero e proprio. Mi piaceva però l’idea che lo diventasse.

La mia prima bicicletta berlinese era decisamente più grande di me, grigia metallizzata e piuttosto ammaccata. Un freno non funzionava, ma con delle belle suole alle scarpe frenavo perfettamente. Era il 2003 e abitavo in Tiergarten. Comprai quella bicicletta a Treptower Park in una giornata di inizio autunno e decisi di tornare a casa con il mio nuovo mezzo.

Impiegai un tempo infinito, due, tre, o forse cinque ore. Abitavo a Berlino da un paio di settimane e mi piaceva l’idea di perdermi. Ci riuscii senza troppo impegno. Ero meravigliosamente persa e abbandonata ai pedali cigolanti del mio nuovo mezzo che si spogliò presto di quel carattere romantico che era archiviato nei miei ricordi. Piena di sincera euforia prendevo strade e -non-strade- che non avevo mai percorso, sorprendendo oggetti che componevano il (per me nuovo) paesaggio urbano. La bicicletta permette di rivalutare le distanze e di fare confronti spaziali che vengono impediti dai tragitti rigidi dei mezzo pubblici, è occasione di contatti immediati dei luoghi, permette di scivolare tra la carreggiata d’asfalto, il marciapiede, il bordo fiume, il parco, il suolo morbido e quello duro.

Si percepisce la vastità della sezione stradale di alcune grandi Allee, si gode del cambio delle facciate che scorrono. Si gode delle vastità.

© Urbab

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La bicicletta a Berlino è IL mezzo di trasporto e corrisponde ad un modo di vivere la città e lo spazio urbano. E così, dopo aver sposato con entusiasmo la mobilità verde, ogni giorno dalle mie esplorazioni veniva fuori una storia fantastica di strani oggetti avvistati, di nuove vie, di scorciatoie, di passaggi inconsueti. Berlino di oggetti strani ne ha parecchi e la bicicletta offre dei cambi di scena eccezionali.

In bicicletta i confini diventano labili, sono tutti (o quasi) permeabili. Questo passaggio da una cosa all’altra, da una matericità all’altra, rende l’uso della bicicletta un vero e proprio strumento per mappare la città e conoscerne le pieghe, i vuoti – alcuni fortunatamente ancora incolti – pieni di qualcosa che è nato dal basso e che si cristallizza dal desiderio di chi ci vive dentro.

La bicicletta permette ad ognuno di mappare la propria città, in modo capillare e preciso. Permette di solcare le strade preferite, di dare un’interpretazione propria.

Mi piacerebbe ascoltare la Berlino di ogni ciclista e scoprirne una mappatura che sempre rivela qualcosa di nuovo.

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