“Turisti vaffanculo”: se a Berlino gli alternativi diventano conservatori

17 October 2012

Share Button

di Stefano Casertano

Vivo a Berlino da molti anni e ho studiato qui. Ho imparato ad amare i tedeschi. Sono un caso, tristemente raro, di italiano che si è riuscito a inserire in Germania. Ho avuto una (purtroppo) lunga relazione con una ragazza bavarese e ho conosciuto usi e costumi del Land, fino a indossare quegli imbarazzanti e irrinunciabili Lederhosen, anche quando le occasioni sociali non lo richiedevano. A Berlino, con l’esperienza, ho anche appreso come ignorare il caratteraccio tipico dei locali. Forse in reazione al tempo inclemente, le interazioni sociali sono basate spesso su scelte brusche di termini affilati e scortesi, che celano un umorismo particolare e incomprensibile ai più.

Insomma, so bene quando un berlinese è scortese per cultura, e quando lo è per scelta. Ultimamente ho dovuto affrontare diverse situazioni in cui la scortesia da parte degli interlocutori non era necessaria. Parlo bene la lingua del posto – all’Università insegno in tedesco. Conservo però l’accento italiano: ormai è poco più di una cadenza, che viene individuata solo dopo qualche frase. Tale cadenza, però, è spesso sufficiente per ispirare la scocciatura di camerieri, bigliettai e addetti al contatto pubblico in genere.

All’inizio pensavo si trattasse di casi isolati, ma poi è diventata una costante. Nonostante mi rivolga alle persone in tedesco, ricevo troppo spesso occhiate sprezzanti e risposte in inglese. Non mi capitava da anni. Perlopiù, gli episodi si verificano negli ultimi bastioni superstiti della “Berlino alternativa” di quei magici tempi che sono stati gli anni Novanta. Laddove teatri, discoteche e musei si trovano in centri sociali o capannoni graffitati in genere, è difficile trovare persone disponibili cui chiedere civilmente informazioni. Ho collezionato negli ultimi mesi una serie di risposte sarcastiche da emigrato inizio secolo a New York.

– Mi scusi, è da qui che si raggiunge il teatro? – ho chiesto a una ragazza in un complesso artistico a centro città, nel bel mezzo di un gruppo di persone.
– Perché lo vuoi sapere? Segui la folla, vedrai che qualcosa da fare lo trovi – ha risposto in inglese.

Nei minuti seguenti ho ripetuto l’esperienza con un altro paio di persone, finché non ho trovato il teatro aprendo alcune porte a caso in un palazzo semi-diroccato. Poi qualcosa di simile è capitato un paio di volte al cinema, al ristorante, per strada.

Non che l’esperienza personale sia necessariamente indice di qualcosa di più generale, ma fiutavo un cambiamento nell’aria. Questo cambiamento ha un nome, che nella definizione più innocua è “odio per i turisti”. I turisti sono visti come il nuovo male di Berlino: arrivano da tutta Europa e trasformano il centro storico in un albergo; svuotano le comunità alternative di qualsiasi senso; vanno in discoteca e fanno le foto, anziché ballare – un fatto ritenuto gravissimo, tanto che nella popolare “Matrix” un paio di cerberi dell’organizzazione minacciano di cacciare dal locale chiunque osi fare una foto con l’iphone.

In parte, il disprezzo è comprensibile. Gli affitti a Berlino aumentano ogni anno a ritmo doppio rispetto al resto della Germania (4% contro 2%). Per quanto i canoni rimangano sempre molto più bassi rispetto alle grandi città tedesche e alle capitali europee, le famiglie meno abbienti sono costrette a lasciare i quartieri più centrali – se anni fa Kreuzberg era il quartiere di artisti e immigrati turchi, adesso sta diventando un tempio del radical chic più caro e costoso.

C’è poi la questione dei centri sociali. Il più decotto si chiamava “Tacheles” ed è stato sgomberato lo scorso settembre, dopo una battaglia legale tra comunità artistica occupante e HSH Nordbank. Nel 2011 è apparso a un suo ingresso uno striscione abbastanza esplicito che recitava “I rifugiati sono benvenuti. Turisti vaffanculo”. Ci sono state manifestazioni contro i turisti e tutto il resto. Basta un giro su qualche blog per verificare che l’esperienza dell’”insulto al turista” non è rara.

Un accento italiano sembra perciò bastare per classificare chi scrive come porco capitalista predatore di immobili e culture altrui. Se HSH Nordbank ha richiesto lo sgombero del Tacheles – così come altre banche hanno sfrattato altre comunità artistiche in tutta la città – la colpa è “del forestiero”, che perciò deve essere trattato con disprezzo. Se gli affitti aumentano, è colpa del forestiero che arriva in città e cerca casa.

Il fenomeno, del resto, è innegabile: in media nel 2011 ogni giorno sono arrivate a Berlino 112 nuove persone, tutte in cerca di casa. Non penso però che tutte fossero ispirate da chissà quale fantasia di fighettismo gentrificatore: la maggior parte erano persone disoccupate dal resto d’Europa. Tra tanti cazzoni artistici, la schiera di cuochi e camerieri provenienti da Italia, Spagna e Grecia era davvero ben nutrita, con tanto di diploma in tasca e corso base al Goethe. Queste persone meritano di essere trattate male?

Osservando questa vicenda, si può essere tentati ad avventurarsi in paragoni estremi con il razzismo storico della Germania anni Trenta: in tempi di crisi (e a Berlino la disoccupazione supera il 12%), si tende a dare la colpa a qualche gruppo specifico più o meno definibile. Nel calderone del “turista” cade sia l’industrialotto cafone in cerca di case da comprare, che il disoccupato in cerca di lavoro da Madrid o Napoli. Per fortuna, la situazione non è tutta così: il fenomeno è evidente, ma riguarda solo alcuni gruppi di fanatici e frustrati. La maggior parte degli interlocutori, così come i colleghi all’Università, sono persone disponibili e adorabili, e alcuni sono amici veri.

Per il resto, forse la colpa per gli affitti in aumento andrebbe cercata da qualche altra parte. Se i prezzi delle case salgono, forse è più colpa della disoccupazione in Sud Europa, che della gente costretta a mettersi in viaggio verso Berlino. Forse è colpa di una politica dissennata di tassi d’interesse a zero, che consentono di elargire mutui a prezzo ridicolo e aumentano l’inflazione immobiliare. Forse è colpa di quell’élite molto più benestante, superflua e autoreferenziale, che ha condotto il continente in queste condizioni. Se i berlinesi se la prendono con chi emigra – confondendo un po’ le acque tra “turisti” ed “emigrati” – dimostrano di non aver compreso la situazione: c’è chi gode se i cittadini bisticciano tra di loro. Danno meno problemi.

Con una nota a margine: il 30 per cento del bilancio cittadino è coperto da generose rimesse fiscali da Baviera e Baden-Wurttemberg, mentre il comune in generale ha un buco di oltre sessanta miliardi di euro. È bello l’edonismo artistico, ma qualcuno, alla fine, il conto lo deve pagare. Lottare contro i turisti sembra un po’ infantile, in condizioni simili. Sottile è la linea tra chi si dichiara “alternativo” e chi difende una posizione da bambino viziato.

Troppe persone, qui, devono decidere da che parte stare. Un’epoca è finita: quella in cui in città c’erano 40.000 appartamenti sfitti. Riuscirà questa città a trovare una nuova personalità, o continuerà a vivere di ricordi? Perché gli alternativi sono diventati conservatori e, come tutti gli alternativi che diventano conservatori, puzzano di fascismo.

(articolo pubblicato originariamente su Radio Berlino, il blog di Stefano Casertano su Linkiesta.it)

Leggi anche: I turisti amano Berlino, Berlino non ricambia

Share Button