Kreuzberg come Gezi Park: voci e volti della protesta turca a Berlino

10 June 2013

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© Marta Martinez Gestoso

© Marta Martinez Gestoso

di Lucia Longhi

In questi giorni la comunità turca di Berlino segue con attenzione le proteste in Turchia. A Istanbul, quella che era iniziata come una dimostrazione organizzata e pacifica contro l’esecutivo dell’AKP per salvare dalla distruzione il Gezi Park si è trasformata, in poche ore, in una manifestazione spontanea di portata storica.

Se quindi inizialmente la ragione della protesta era singola e mirata, seppur certamente con altre e più allargate implicazioni, successivamente la causa che ha portato migliaia di persone in piazza Taksim è diventata il generale malcontento per i pesanti segnali di irrigidimento dell’attuale governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan, nonché per la brutale violenza della polizia verso i manifestanti.

Le reazioni della comunità turca di Berlino. La comunità turca a Berlino sembra dividersi in due diverse categorie. Ci sono i turchi più integrati, mescolati alla multiculturale cittadinanza berlinese, artisti, baristi, dj, connessi al tessuto sociale dinamicissimo della città. Sono quelli del Rakı e delle partite a calcetto con gli amici tedeschi, greci, italiani. E poi c’è una comunità più chiusa, a cui generalmente appartengono i proprietari di shisha bar e spätkauf, tassisti e fruttivendoli. Sono quelli che non bevono alcol ma çay, più tradizionalisti, le cui donne portano il velo, e a cui va a fare visita regolarmente nei loro negozi l’imam del quartiere.

È probabile che a un diverso livello di integrazione corrisponda un diverso senso di appartenenza al proprio Paese, e una diversa visione e criticità nei confronti dei fatti che vi avvengono? Oggi i cuori di alcuni battono al ritmo delle pentole sbattute dalle finestre di Beyoğlu e dei tamburelli pacifici in piazza Taksim, le voci di altri si uniscono ai cori di Beşiktaş, mentre le mani di altri ancora si chiudono in un pugno simile a quello di Erdogan.

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© Lucia Longhi

“Nemici storici che manifestano fianco a fianco”. Quando innanzitutto chiedo conferma di questa suddivisione a N., proprietario di un bar nel cuore di Kreuzberg, mi risponde che a suo parere ci sono più di due categorie. “Non dimentichiamoci che a Berlino ci sono tantissimi curdi. Inoltre ci sono aleviti, nazionalisti, kemalisti, e ad ognuno di questi gruppi corrisponde un livello di integrazione diverso.” Sono in molti a sottolineare l’aspetto della questione curda in questa grande protesta.

Da un lato, non stupisce il fatto che anche loro siano scesi in strada protestare, ma quello che è sconvolgente è che stiano lottando a fianco dei nazionalisti, nemici storici. Spiega N. : “Sono tutti uniti dalla stessa causa, che scavalca anche questioni storiche e politiche così radicate e irrisolte”. “Allo stesso tempo, però” continua “ho l’impressione che la gente che urla nelle manifestazioni ‘siamo tutti fratelli’ non abbia ben presente la questione in realtà. Ma la cosa incredibile è che questa rivolta è riuscita a unire tantissimi gruppi diversi”.

In questi giorni a Berlino ci sono state dimostrazioni pacifiche per supportare la grande rivolta in Turchia, ed è sempre N. a spiegarmi che quelli che ne prendono parte sono secondo lui per lo più socialdemocratici e kemalisti. Non è difficile accorgersene: tra la folla non sono poche le schiene avvolte da bandiere rosse con l’effige di Mustafa Kemal detto Atatürk, il fondatore della patria, ossia della Turchia laica che conosciamo oggi. Ma ciò che stupisce è la presenza anche di anziani, teenager e intere famiglie con bambini al seguito. 

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“Non mi aspettavo una manifestazione di così grande portata”. Anche E., giovane video artista, mi conferma che a Berlino ci sono diversi livelli di integrazione, così come sono state diverse le prime reazioni alla notizia delle manifestazioni e degli scontri a Taksim: “Personalmente non mi aspettavo una manifestazione di così grande portata. Sono anni che la politica del Primo Ministro Erdoğan mostra segnali sempre più preoccupanti di irrigidimento, soprattutto nella libertà di espressione”. Si parla di restrizione delle libertà civili, corruzione, violenza dell’esercito, gentrificazione (fenomeno ben noto anche qui a Berlino), censura e islamizzazione.

Il popolo turco infatti è abituato alla laicità da oltre un secolo, e sempre meno tollera provvedimenti come la recente legge che proibisce la vendita di bevande alcoliche dopo le 22 e la loro vendita entro 100 metri da scuole e moschee, o quella che proibisce la vendita della pillola del giorno dopo, o ancora di scambiarsi effusioni in luoghi pubblici come la metro. Prosegue E. : “In questi anni osservavo da qui questi fatti e mi chiedevo perché la gente non  facesse sentire chiaramente la sua voce”.

 “Questa grande rivolta era nell’aria”. Non ha avuto la stessa reazione invece A., anche lui barista : “Mi aspettavo questa grande rivolta, era nell’aria, perché sono dieci anni che la gente si lamenta della politica di Erdoğan, di impronta islamica e autoritaria. Ci sono state dimostrazioni dall’inizio di quest’anno, ma sono state taciute dai media. Mi aspettavo una svolta e un’esplosione di questa situazione, e la mia prima reazione è stata di entusiasmo, ma ho anche subito cercato di analizzare i fatti con freddezza”.

A. mi spiega che la sua condizione di turco all’estero gli permette di capire meglio le vicende del suo Paese, di avere una visione più distaccata. “Quello che è lampante da ogni prospettiva però” prosegue “è l’abuso di potere in Parlamento da parte del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, che nelle ultime elezioni ha vinto con il 50 % dei voti, ma di fatto occupa i 2/3 dei seggi, a causa della legge secondo cui i partiti che prendono meno del 10 % dei voti alle elezioni non hanno diritto a seggi. Quel vuoto è colmato da Erdoğan”.

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Sono in molti a pensare che stia pericolosamente eliminando la “biodiversità” della Turchia, che è di fatto una delle sue più storiche caratteristiche. Prosegue A. : “La cosa incredibile è che per la prima volta nella storia quel restante 50 % degli elettori, fino ad ora diviso, si è riunito. Non ancora sotto un unico partito, ma nello stesso luogo, a manifestare con la stessa rabbia, per gli stessi motivi”.

È evidente infatti che questa protesta non è solo laica: appartiene a tutto il popolo, religioso e non. A Taksim, gli Islamici Rivoluzionari che manifestano pacificamente affianco ad altri gruppi dichiarano che l’islam deve stare dalla parte del popolo, e che la Turchia che vuole Erdoğan non ha nulla a che vedere con il vero islam. Cerco riscontro di questa idea qui a Berlino.

“Erdoğan è capitalista, non islamista”. G. ha appena filmato dal marciapiede il corteo che è passato a Moritz Platz e mi spiega: “In realtà la gente che conosce bene la storia della Turchia vuole un governo islamico. Molti pensano che Erdoğan voglia islamizzare il Paese. Io non penso che sia così. Per alcuni aspetti sì, ma di fatto” conclude con tono un po’ amareggiato “Erdoğan è più capitalista che islamista”.

Su questo aspetto è d’accordo anche N., che afferma: “è solo un modo del Governo per imporre la propria presenza, ma si sa che dietro ci sono interessi economici. Ad esempio, il Governo non è di certo interessato a bloccare del tutto la vendita di alcolici, perché ne guadagna, e non si tratta di una legge islamica. È l’ennesima imposizione per dire alle persone come comportarsi e controllare le loro vite private”.

Così a quanto pare alcuni sanno fin troppo bene che la regola morale del governo non è dettata dall’islam, bensì dal vantaggio economico. Prosegue N.: “Non sono solo le leggi a far arrabbiare la gente: l’islamizzazione è presente dovunque. L’esercito, per esempio, è sempre più religioso”.

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Per diventare poliziotto infatti devi aver frequentato le imam hatip okullar, scuole coraniche che vengono considerate fortemente indottrinanti. “La polizia controlla la vita delle persone. É la rabbia per questa restrizione delle libertà personali che ha unito tutta questa gente. La cosa più bella di questa protesta è che nessuno ha più paura di dire quello che pensa.” E prosegue con tono entusiasta: “Un altro aspetto importantissimo è che anche chi normalmente non si interessa di politica, in questi giorni sta definendo una sua opinione”. È una rivolta sociale quindi, perché ha mobilitato persone di ogni colore politico, di ogni appartenenza sociale.

E. infatti, quando domando se crede che qualcosa cambierà, esclama: “Qualcosa è già cambiato! Per il semplice fatto che tutta questa gente sa. Ora è più informata e ne parla”. Sembra scontato per noi forse, ma in Turchia la cosiddetta “strisciante islamizzazione” è accompagnata dalla censura.

La politica di Erdoğan sposa senza troppo celarlo i fondamenti dell’antico impero ottomano, come la religione per la coscienza del popolo, e c’è chi è convinto che sia l’islam l’unica strada giusta per la Turchia. D., proprietario di un bistrot, non usa mezzi termini e giustifica il comportamento della polizia, spiegandomi che “la questione non riguarda solo alcuni alberi e la costruzione di un centro commerciale, si tratta di una storia molto più lunga, per cui la polizia sta solo facendo il suo dovere con i manifestanti”.

 “La reazione più comune è la rabbia per la violenza della polizia”. Eppure, resta la disapprovazione per la violenza della polizia il sentimento più diffuso tra la gente, come mi spiega Y., che lavora in un chiosco di kepab. È a lui che chiedo se la gente parla dei fatti che stanno accadendo in Turchia, e mi risponde “Sì, la gente ne parla, ma ho l’impressione che molti non sappiano esattamente quali siano le motivazioni alla base di questi scontri, soprattutto politiche. Quello che è comune però è l’indignazione per il comportamento brutale della polizia”.

Chiedo anche a E. qual è la reazione che vede nella gente attorno a lei, e mi risponde che c’è molta eccitazione: “Tutti ne parlano e si informano. Io personalmente non mi sono mai sentita cosi legata alla Turchia. È strano per me stare qui, lontana, e non poter fare niente di concreto. Anche molti miei amici qui lo pensano. Ma diamo il nostro contributo diffondendo le notizie. Questa pressione incredibile ci unisce da ogni angolo del mondo”.

Ad informare sono stati infatti soprattutto i social network, definiti da Erdoğan “piaga della società”,  che esattamente come una ferita aperta hanno fatto gridare di dolore e di rabbia milioni di persone e hanno colmato quel vuoto mediatico delle emittenti nazionali che nelle ore più accese della rivolta trasmettevano  documentari naturalistici.

Non è soltanto una questione di non farsi strappare la città, con i suoi parchi e i suoi quartieri storici (come Balat e Fener, che verranno distrutti per la costruzione di centri commerciali), ma anche di non farsi strappare la laicità e la libertà di espressione.

“Un bicchiere d’acqua cambia il livello dell’oceano, è matematico”. Infine riscontro un grande sentimento di fiducia e speranza per il futuro quando chiedo se questa rivolta porterà a dei cambiamenti concreti. A. pensa che la situazione non cambierà a breve, bisognerà aspettare ancora, ma le basi ci sono. N. afferma che un bicchiere di acqua cambia l’oceano: “è matematico. Le cose cambieranno, non subito, ma quello che cambierà è la percezione che Erdoğan ha di sé stesso, ora ha capito che non è onnipotente e amato da tutti”.

E quando domando chi vede come un possibile leader di un nuovo governo, mi risponde con una battuta emblematica della volontà di liberarsi dalle restrizioni di stampo islamico: “chi abbasserà il prezzo del Rakı!”.

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