A Berlino bisogna avere paura di ballare?

20 March 2013

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di Berta del Ben

Quando leggo la storia di una ragazza stuprata dopo una notte in discoteca a Berlino, sono sveglia da un paio d’ore, sto pensando a cosa fare del mio futuro e come fare a sentirmi bene in una città come questa, dove a primavera nevica e sotto la neve ci sono mille e mille differenti realtà.

Leggo di uno stupro, narrato con delicatezza, se si può dire, per non ledere la privacy di chi ha vissuto la vicenda e allo stesso tempo per dire una cosa importante, cioè: “Donne state attente! Berlino è come il resto del mondo” esistono le droghe, esiste la violenza, esiste la realtà.

Mi sta bene che se ne parli, ma mi preme provare a dire qualcosa a riguardo, da giovane italiana che vive a Berlino.

Abbiamo un problema qui, a prescindere da dove viviamo. E il problema è che mettendo in guardia in questi termini le ragazze dalla violenza si sta avvallando un immaginario che non è secondo me quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la questione. Dipinta così la vicenda è piena di paura: quello che si può provare leggendo è un “mamma mia” che produce diffidenza negli altri.

Io provo un po’ di paura in questa storia, a prescindere da come mi comporto nei locali. Non mi piace però avere paura. A Berlino la maggior parte dei posti che si frequentano mi danno una sensazione di indipendenza: ognuno balla per la maggior parte per conto proprio, i corpi stanno vicini, ma sono poche le occasioni in cui vedo esplicite advance.

Che ci siano tentati o riusciti stupri nelle discoteche non è una caratteristica peculiare di Berlino, succede un po’ ovunque, purtroppo. E può succedere, purtroppo, anche a chi sta attento a cosa beve e magari fa una cazzata con le droghette che a Berlino non mancano. Cosa deve fare allora una giovane donna in città per non incappare in violenze? Viene da rispondere „stare attenti“.

Ma cosa vuol dire “stare attenti”? Vuol dire non bere niente, non prendere niente? A Berlino come in nessun altro posto io mi sento libera di divertirmi come preferisco, vestita come voglio e al ritmo che scelgo.

Ce ne si mette per liberarsi dai ruoli sociali che ci impongono anche nel divertimento un determinato codice di comportamento. Qui se hai voglia di ballare balli, con la gonna, coi pantaloni, con le mutande in testa. Il codice sembra essere proprio il “non codice” e anche se a ben vedere è un codice anche questo e lo stile berlinese si riconosce ovunque (soprattutto negli aerei di chi va e viene magari proprio dall’Italia), io provo una sensazione di libertà ballando a Berlino che credo sia data proprio dalla stravaganza così diffusa, che non ti fa sentire né brutto né bello per come sei, come ti muovi. Una specie di porto franco dell’estetica e della danza, dove nessuno ti giudica e tu non giudichi nessuno. Leggere quindi di uno stupro così, mi fa chiedere davvero se bisogna allora qui avere paura di ballare.

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Io credo di no. Credo certo che vada fatta attenzione a quello che si fa: costruirsi una consapevolezza è la possibilità che abbiamo, per gestire noi stessi e non incappare in situazioni problematiche, se non dolorose. A vent’anni a Berlino però bisogna ammettere che non è proprio facile non combinare qualche “cazzata”, proprio per la sensazione di libertà che si percepisce nella musica.

Non è “non fare cazzate” il problema, il problema è affrontare la situazione dopo che è successa.

Allora penso che quello che spetta a chi scrive in rete o a chi parla della storia, non sia tanto un “mettere in guardia” legittimo, ma dire invece che se si subisce violenza non si può pensare che vada bene “voler dimenticare”. Non è una questione emotiva di paura o di colpa, non è una questione morale di “buone” e “cattive” ragazze. E’ una questione di lesione della dignità, è una questione di ingiustizia e l’unico campo su cui si può discutere è il campo del diritto. Il diritto per se stessi di vivere e il diritto di chiedere e di avere aiuto in situazioni dolorose.

La violazione di una persona, del suo corpo e di se stessa non solo va denunciata, ma va letta per quello che è: non una bravata di una notte, ma una violenza compiuta con volontà. E se ti fanno violenza con volontà la cosa più sbagliata da fare è pensare di avere fatto una cazzata, sentirsi in colpa per aver bevuto un drink e per aver accettato uno sguardo ammiccante. Non è una colpa, è una scelta legittima, e abbiamo tutta la libertà del mondo di relazionarci con chi vogliamo.

Se va male, addirittura malissimo, dobbiamo pretendere per noi e per gli altri che si siano strutture collettive, istituzioni e reti che ci aiutino poi ad affrontare la situazione. In Germania non so come funziona, ma sono sicura che la denuncia è la prima cosa da fare. E sono anche sicura che forse come “comunità di italiani a Berlino”, potremmo proprio provare a capire come si fa a fornire supporto, linguistico e giuridico. Ci sono per caso qui avvocati o medici che leggono? Se sì, sarebbe molto utile dare le informazioni necessarie per affrontare questo caso, senza lasciare che sia “dimenticato”.

Io da parte mia posso contribuire con due consigli:

1. Guardare la puntata di Presa Diretta sul femminicidio, si chiama „La strage delle donne“ ed è un’inchiesta ben fatta sulla situazione in Italia.

2. Allo stesso modo, senza criminalizzare l’uso di sostanze, bisognerebbe ricorrere a quei progetti di „riduzione del danno“ che fornendo informazioni dettagliate sulle varie sostanze, aiutano a prevenire i peggiori effetti collaterali.

La consapevolezza mi pare l’unica arma che abbiamo per non dover avere paura. La consapevolezza si può costruire in maniera collettiva, si costruisce in maniera collettiva. Qui a Berlino, nella sempre più larga comunità di italiani, forse si può costruire anche a partire da un blog o da un quotidiano online in italiano.

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