Anche Berlino si unisce alla protesta contro Erdogan

2 June 2013

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© Marta Martinez Gestoso

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di Giacomo Falcon

Nemmeno il meteorologo più esperto avrebbe potuto prevedere che, nell’attesa dell’estate berlinese, sarebbe stata la primavera turca a surriscaldare il clima della capitale tedesca. Una passeggiata a Kreuzberg, quartiere in cui circa un abitante su quattro è turco o di origini turche, è il barometro ideale per capire che aria tira. Le allarmanti notizie che giungono da Istanbul, prima di compiere il giro del mondo, hanno fatto tappa qui, sfruttando quel cordone ombelicale che inevitabilmente lega gli emigranti turchi alla loro terra natia. 

La vicenda è ormai ben nota: il governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha deciso di sradicare i 600 alberi del Gezi Park, uno dei pochi polmoni verdi di Istanbul, per favorire la ricostruzione della Caserma Militare di Taksim, che ospiterà al suo interno un centro commerciale.

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Martedì scorso una cinquantina di ambientalisti si sono dati appuntamento nel parco per opporsi pacificamente al progetto e, in poco tempo, la protesta ecologista si è trasformata in una vera e propria contestazione al premier Erdogan e alla svolta autoritaria recentemente impressa al suo esecutivo. La rivolta si è rapidamente estesa ad altre città turche finché, nella giornata di venerdì, la polizia è duramente intervenuta causando almeno un migliaio di feriti e un numero ancora imprecisato di morti (si parla di 2 decessi, anche se non vi sono ammissioni da parte delle autorità governative). Il tamtam mediatico che ha fatto seguito a questi scontri ha spinto la comunità turca che vive oltre confine a una serie di manifestazioni spontanee di appoggio alla protesta.

E così, sabato pomeriggio, la zona di Kottbusser Tor è diventata, ancor più che nei giorni di mercato sul Maybachufer, un angolo di Bosforo prestato alla Germania. Attorno alle 17 uno sparuto gruppo di manifestanti ha iniziato ad accalcarsi all’angolo tra Skalitzer Straβe e Kottbusser Straβe. Esponevano cartelli in turco, tedesco ed inglese ed intonavano slogan anti-Erdogan.

Nel giro di mezz’ora i dimostranti hanno raggiunto le tremila unità e, sotto l’occhio vigile dei poliziotti tedeschi (alcuni dei quali di chiare origini turche), hanno dato vita ad una pacifica ma rumorosa marcia verso Görlitzer Park. Dopo aver chiesto a gran voce le dimissioni di Erdogan, il corteo ha inneggiato a lungo a Mustafa Kemal Atatürk, primo presidente e padre fondatore della Turchia, sventolando bandiere dell’Ödp, il partito di estrema sinistra, e dei sindacati dei lavoratori.

© Marta Martinez Gestoso

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Sulla via del ritorno verso Kottbusser Tor alcuni abitanti tedeschi della zona hanno fatto risuonare le note de “L’Internazionale”, canzone che in Germania è inequivocabilmente collegata ai movimenti di liberazione, antinazista prima e anticomunista poi, suscitando uno spontaneo applauso tra i manifestanti.

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È una Turchia laica e progressista quella che sente il bisogno, in patria come a Berlino, di scendere in piazza per protestare contro il governo filo islamico di Erdogan. È una Turchia al femminile quella che si oppone all’imposizione del velo. È una Turchia giovane quella che contesta i nuovi divieti contro l’alcol e i baci in pubblico.

Ma negli sguardi indifferenti dei più anziani, dietro le tende lievemente scostate degli appartamenti della zona, nel poster elettorale di Erdogan che compare, per qualche minuto, sulla finestra di un palazzo di Skalitzer Straβe, s’intravvede la forza della tradizione turca.

Sono le due anime della Turchia di oggi, quella europeista e quella tradizionalista, che si combattono: fisicamente nelle strade di Istanbul e Ankara, filosoficamente nel resto d’Europa. Perché, come dice uno dei cartelli della dimostrazione: “This is not about a park. This is about democracy”. 

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