La Germania oggi: un quarto Reich? Intervista al vicedirettore del TG1

4 November 2014

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Il vicedirettore del Tg1 Gennaro Sangiuliano (foto per gentile concessione dello stesso)

Il vicedirettore del Tg1 Gennaro Sangiuliano (foto per gentile concessione dello stesso)

di Alessandro Brogani

Incontro Gennaro Sangiuliano in un bar del centro di Roma, poco prima di tornare a Berlino. Lo avevo contattato dopo aver letto con viva curiosità il libro da lui scritto, assieme a Vittorio Feltri, Il quarto Reich, come la Germania ha sottomesso l’Europa. Il titolo è già tutto un programma.

Napoletano di origini, laurea in giurisprudenza e specializzazione in Diritto ed Economia, Sangiuliano ha prima diretto il Roma, tra il 1996 ed il 2001, per poi diventare vicedirettore di Libero nel 2002 e, dopo altre esperienze, è stato nominato vicedirettore del TG1 dal 2009.

Com’è nato questo libro scritto a quattro mani con Feltri? Qual è la sua genesi?

Questo è il secondo libro che scrivo con Vittorio (il primo si intitola “Una repubblica senza patria, breve storia d’Italia dal ’43 a oggi”). Ho preparato il canovaccio e lui ci ha rimesso mano. Io mi sono occupato principalmente della parte storico culturale, lui di quella relativa a Berlusconi e alla Cancelliera Merkel.

Dunque, ci sarebbe una volontà di rivalsa della Germania dietro l’attuale crisi dei Paesi europei? Perché si parla di quarto Reich?

Diciamo subito che faccio sempre una distinzione fondamentale fra grandi città, quale può essere Berlino, e la realtà rurale dei singoli Paesi (America compresa). Dico questo perché, quando parlo di volontà storica di “rivalsa” del popolo tedesco, mi riferisco principalmente a quest’ultima realtà, quella appunto per così dire di provincia. Il libro analizza proprio questo sentimento, concretizzatosi in una supremazia di tipo economico-politica all’interno dell’Unione Europea.

Occasione di quest’analisi è la Crisi. Qual è la vostra tesi in proposito? Come si è generata e con quali sviluppi?

Dopo il 1989 tre miliardi d’individui (Cina, India e Paesi asiatici in genere) sono entrati nel Mercato volendo svolgere giustamente un ruolo nel contesto economico mondiale, spostandone di fatto il baricentro. Era già accaduto nella storia, con la scoperta dell’America. Oggi gli Stati Uniti sono il fulcro tecnologico-progettuale, mentre l’Asia quello produttivo-manifatturiero. L’Europa s’è trovata schiacciata nel mezzo e la Germania, anziché farsi capofila di un riscatto di carattere economico e politico, si è arroccata in una Super-Europa che è formata da lei stessa e dai Paesi “virtuosi” a lei vicini (Olanda, Danimarca, Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Repubbliche Baltiche e Croazia). Hanno formato in pratica il quarto Reich, espressione usata oramai comunemente sul New York Times e sul Washington Post. È entrata nel lessico giornalistico mondiale.

Quarto_Reich_Libro_Feltri_SangiulianoSecondo lei, in questa gravissima crisi economica europea, sono anche coinvolte le grandi banche finanziarie americane?

Sì, l’America l’ha prodotta con i derivati, che sono una specie di “pacco” napoletano (con il mattone dentro). Questo in virtù della deregulation finanziaria promulgata da Clinton prima e Bush dopo ma, al contrario dell’Europa, il nuovo continente ha adottato delle contromisure efficaci di stampo keynesiano, quale l’immissione di moneta e l’incentivazione delle opere pubbliche. Tutto ciò sembra avergli dato ragione finora: Obama ha visto bene quando ha fatto un piano di reindustrializzazione, incentivando il rientro delle aziende negli Stati Uniti dall’Asia. In Italia, dopo la crisi del ’29, tutte le aziende e le banche erano private. Il fascismo fondò l’IRI e con il denaro pubblico risanò l’economia, creando prodotti di valore. Ora non è più possibile fare una cosa del genere, perché l’Europa non sarebbe d’accordo per via dei rigidi parametri di stabilità (il famoso 3% del rapporto deficit-Pil). Il nostro è un Paese che non può vivere se non d’industria, e di quella della trasformazione in particolare. Il turismo non sarebbe affatto sufficiente a far vivere la nostra economia, nonostante si affermi il contrario (neanche se raddoppiasse il suo Pil al 16%). Noi, storicamente, siamo sempre stati i principali competitors dei tedeschi nella manifattura, nella chimica e nell’industria di precisione. Questo ha dato fastidio alle grandi industrie tedesche. Ora non dico che qualcuno nella Cancelleria tedesca si sia messo a tavolino per “programmare” una deindustrializzazione dell’Italia, ma un qualche tipo d’interesse a che questo accadesse c’è stato.

Non pensa che nelle decisioni prese dall’Unione Europea e dalla BCE possa essere coinvolta anche la più grande banca d’affari finanziaria americana, la Goldman Sachs, attraverso suoi ex dirigenti quali Mario Draghi, anziché Frau Merkel?

Non nego che quello che affermi sia vero, però credo che lo fosse in un primo momento. Dopo c’è stato un ruolo diretto della Germania. La telefonata della Cancelliera tedesca a Napolitano è qualcosa di anomalo in campo diplomatico. Non si è mai visto un Presidente del Consiglio italiano telefonare direttamente al Presidente della Repubblica tedesco Joachim Gauck (del quale molti italiani ignorano perfino l’esistenza). Jean-Claude Juncker, il lussemburghese Presidente della Commissione Europea, si è preso un capo di gabinetto tedesco (Martin Selmayr). Non sarà un caso. I principali Uffici di Bruxelles sono in mani tedesche. Intendiamoci: il popolo tedesco è un grande popolo. Dalla filosofia al diritto ha dato un contributo innegabile all’umanità. Però, come la Germania di Hegel e Marx ha partorito un imbianchino (Hitler, seppur austriaco di nascita), così la Germania odierna ha in sé qualcosa di insondabile che la spinge a sentirsi portatrice di rigore e leadership.

Nel libro mettete in evidenza come la grande assente dal quadro europeo sia la Politica.

Rendiamo tributo alla politica tedesca, dicendo che tutti noi vorremmo avere una Merkel nei Paesi in difficoltà, Italia in testa. Imputiamo ai nostri governanti grandi colpe di carattere politico-economico, pur non essendo i tedeschi assenti da difetti (vedi la vicenda della corruzione delle casse rurali tedesche). Quindi è la nostra politica ad essere latitante.

Come se ne esce da questa situazione indubbiamente difficile?

Stando in Europa, però con la schiena dritta. Personalmente credo all’Europa delle nazioni, patrimonio che va preservato, e non in un Super Stato europeo. Noi italiani siamo stati assenti nel Parlamento europeo quando si sono prese le decisioni importanti, almeno finora. A Bruxelles abbiamo mandato tutte figure alla fine della loro carriera politica. Le norme sono state create e pensate per la Germania. Possiamo fare l’esempio delle leggi europee sull’architettura che prevedono norme inerenti le costruzioni di edifici (maniglie antipanico piuttosto che finestre con misure particolari). Noi abbiamo un patrimonio architettonico molto antico che non si può adattare a tale tipologia di norme, pensate per la ricostruzione di una Germania distrutta dopo la guerra. La Merkel è consapevole, tuttavia, che deve concedere delle aperture; ad esempio alla Francia, dove Marie Le Pen sta avendo il sopravvento nella politica nazionale. Perfino un regista come Jean-Luc Godard, esponente della Nouvelle Vague francese, ha dichiarato che voterà per la Le Pen alle prossime elezioni regionali del 2015. È un segnale allarmante a cui bisognerà porre rimedio per tempo. Dunque l’attuale Cancelliera, o qualcuno dopo di lei, dovrà porre in atto dei cambiamenti, perché ben sanno i tedeschi che quando la crisi economica è troppo grande può succedere di tutto. Come accadde in Germania prima delle seconda guerra mondiale. L’avanzata delle destre in Europa (Francia, Gran Bretagna e Grecia, ad esempio) sono una realtà da tener ben presente. La Merkel, tenendo la barra politica sulla destra, è riuscita a contenere i movimenti estremisti che stanno dilagando in Paesi come l’Ungheria.

Prossimo libro?

Sto lavorando ad una biografia di Putin.

Auguri, la leggeremo senz’altro con interesse.

Ci salutiamo mentre s’è fatta sera. Esco e passo davanti alla vetrina illuminata di una libreria di Via Veneto. Due signori sono fermi a guardare i libri. Fra gli altri c’è proprio quello di cui abbiamo discusso poco prima con Gennaro. Uno dei due dice all’altro, indicandolo con un dito: “Ahò, anvedi Feltri e quest’artro. C’hanno proprio ragione! Sti tedeschi se stanno a pià n’antra vorta er monno intero. So’ ‘na brutta razza, quelli.” (Traduzione per i non romani: “Guarda Feltri e quest’altro. Hanno proprio ragione! I tedeschi si stanno impossessando un’altra volta del mondo intero. Sono una brutta razza, quelli.”).

Non condivido, ovviamente, il loro pensiero, ma la cosa mi fa riflettere su come sia un tema attuale discutere dell’Europa e del suo futuro. Il libro di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano è senz’altro di stimolo in tal senso. Sarebbe interessante sapere cosa se ne pensa di tutto ciò anche qui in Germania, sia fra i tedeschi che nella nostra folta comunità italiana.

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