Berlino è femmina: Il corpo della donna nel pensiero di Nora Amin, performer egiziana tra Il Cairo e Berlino

27 February 2017

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Nora Amin

di Valentina Risaliti

Dotata di un’inconsueta poliedricità, Nora Amin è una di quelle persone potenzialmente in grado di intimidire chiunque. Performer, danzatrice, regista di opere teatrali, scrittrice, educatrice, traduttrice e attivista attenta ai temi del femminismo e della giustizia sociale, l’artista egiziana vanta innumerevoli talenti, ognuno dei quali dà l’impressione di scaturire da lei in maniera automatica e naturale (tanto che dopo un po’ non ci si chiede nemmeno più dove trovi il tempo di far tutto).
Incontro Nora nel suo appartamento di Berlino. Da anni la performer vive tra Il Cairo e la capitale tedesca, non smettendo un secondo nè di scrivere, nè di esibirsi. Il legame con la città, mi racconta, nasce molto tempo fa e, più precisamente, nel 1999, quando l’ha visitata per la prima volta. Da allora, tra una cosa e l’altra, Nora ha creato un network di collaborazioni e amicizie fondamentali ai fini del suo sviluppo artistico, tanto da arrivare a considerare Berlino “una seconda casa”, pronta ad accoglierla ogni volta con una miriade di stimoli creativi, ma anche con quella quiete che la contraddistingue e che “città come Parigi, Londra o New York, invece, non sono in grado di offrire”.

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Figlia di una professoressa di Studi Comparativi del Dramma, nonché fervida femminista, Nora Amin sviluppa fin dalla più tenera età una forte passione sia per la danza che per le arti performative, ma anche una tendenza naturale alla scrittura e un’educazione all’impegno politico e sociale. Queste sue “due anime”, come ama definirle lei stessa, acquisiscono automaticamente un senso negli anni della formazione universitaria.
“Gli anni ’90, in Egitto, furono anni di forte fermento” mi racconta “specialmente nell’ambito delle arti. Gli atenei sono da sempre centri di aggregazione politica e divulgazione di idee, rappresentando così una grossa minaccia per il potere costituito. Ai tempi si assisteva quotidianamente a confronti tra gli estremisti islamici, i liberali e i gruppi vicini alla sinistra storica. Noi nello specifico contestavamo il ruolo tradizionale del teatro, sognandone uno che criticasse lo status quo, i valori legati alla tradizione, il potere della figura paterna e, in definitiva, l’oppressione che esperivamo ogni giorno. Volevamo portare la nostra arte per le strade, fare del teatro un medium di educazione popolare, ma non potevamo a causa delle leggi troppo restrittive”.
Un’originale maniera di stare sul palcoscenico andava infatti delineandosi: le nuove estetiche e un utilizzo inedito del corpo, anche grazie all’impiego della danza moderna e delle tecniche di mimo, permettevano finalmente di abbattere le barriere tra un’arte e dei concetti potenzialmente elitari e un pubblico di estrazione popolare. Tuttavia, la costruzione di un teatro sociale tardava a realizzarsi, poiché il continuo stato di emergenza impediva a chiunque di effettuare performance di strada.

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Poi arrivò la Rivoluzione del 2011, risoltasi col rovesciamento del quasi trentennale governo di Hosni Mubarak, e finalmente ci furono i presupposti per impostare un nuovo tipo di teatro: “Le strade erano occupate dal popolo e le persone si rendevano conto che lo Stato è solo una delegazione incaricata di gestire il Paese, non l’Egitto stesso. Finalmente ci sentivamo cittadini e non più sudditi”. Nora fondò così il Progetto Nazionale Egiziano del Teatro dell’Oppresso, con cui inscenava diversi spettacoli in giro per l’Egitto, e, seguendo le orme della madre, iniziò un percorso artistico volto all’eliminazione delle differenze tra uomo e donna: “In seguito alla rivolta nazionale contro la figura patriarcale di Mubarak, sentii che era il momento giusto per riportare alla luce il sentimento di uguaglianza tra uomini e donne. Non è infatti possibile battersi per l’uguaglianza tra cittadini e governanti, se stiamo già operando una discriminazione tra cittadini e cittadine”.

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Il Teatro Forum o Teatro dell’Oppresso, fondato dal brasiliano Augusto Boal, offrì dunque a Nora il giusto medium per iniziare un progetto tanto ambizioso. “Funziona così” mi spiega Nora “si presenta un caso in cui esistono un oppressore e un oppresso. Normalmente si tratta di una situazione comune, qualcosa di cui lo spettatore fa esperienza nella vita di tutti i giorni. Poi si chiede al pubblico di partecipare attivamente, proponendo soluzioni volte o alla prevenzione del conflitto o al suo superamento. Chi si offre volontario, deve a quel punto salire sul palco e avviare una negoziazione con l’oppressore nel ruolo dell’oppresso o di una figura ad esso alleata”. Particolarmente emblematico è ad esempio il caso della “Storia di Samah”, una delle rappresentazioni preferite da Nora. In questo caso la figlia, Samah (nome emblematico, che richiama il concetto di tolleranza, ndr), è vittima di un padre-padrone che le impedisce di uscire, arrivando persino a picchiarla e a negarle un’educazione. “La violenza domestica a scapito delle figlie femmine è in Egitto molto comune, tanto che si arriva a confonderla con un normalissimo approccio pedagogico. Quando noi chiediamo allo spettatore di accorrere in aiuto di Samah, stiamo effettuando un addestramento. Opponendosi all’abuso dell’oppressore, lo spettatore non fa solo esperienza di un momento di empowerment, che potrà essere riportato alla memoria anche successivamente in una situazione affine, ma si rende conto (specialmente quando capita che la figlia sia interpretata da un uomo) che l’assoggettamento di Samah rispetto al padre non è poi tanto diverso dall’assoggettamento del cittadino nei confronti del dittatore”.

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L’impegno attivo di Nora nell’ambito dei diritti delle donne non si esaurisce tuttavia con il teatro e anzi raggiunge il suo apice nella manifestazione della “seconda anima” dell’artista, quella di scrittrice. Così, nel 2015, la performer ha pubblicato in lingua inglese e per la piccola ma innovativa casa editrice berlinese 60pages, Migrating the feminine, testo ibrido collocabile tra il trattato, il reportage e il racconto autobiografico, in cui Nora affronta il tema della percezione del corpo femminile sia nella sfera pubblica che in quella privata. “L’urgenza di scrivere un libro che parlasse del corpo della donna” mi racconta Nora “nasce dalla considerazione dell’esistenza di un campo comunicativo tra ciò che accade sul palcoscenico e l’audience, fatto di mutue proiezioni e aspettative. La cosa curiosa è che simili campi immateriali sono attivi continuamente nella vita di tutti i giorni, mentre ci si muove all’interno della sfera pubblica e, soprattutto, se lo si fa da donna”.
Ora, in quanto performer, Nora decide coscientemente di essere guardata e di utilizzare il proprio corpo come strumento per recapitare un messaggio, ma in quanto donna si sente spesso osservata contro la propria volontà, sperimentando così un sentimento di violazione della privacy. “In un sistema fortemente patriarcale come il nostro, e non mi riferisco solo a quello egiziano, poiché la cultura patriarcale è universale e appartiene a tutto il mondo” mi racconta “la donna viene spesso privata della proprietà del proprio corpo. Così se essa appare nella sfera pubblica, sembra dover accettare le conseguenze che derivano da questa sua presenza, come una molestia sessuale, uno sguardo o anche una parola cattiva, poiché ci si aspetta da lei che si faccia oggetto e non più soggetto”.

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Partendo da questi presupposti, in seguito alla Rivoluzione e ai suoi disastrosi epiloghi, quando nel 2013 in piazza Tahrir la violenza sessuale si fece di gruppo, Nora iniziò a guardare alla sfera pubblica come “all’equivalente della Nazione o di quella che potrebbe essere definita identità collettiva” e alla violenza sessuale come atto politico: “Gli stupri di gruppo avvenuti in piazza non rappresentavano più un atto meramente sessuale, bensì un’affermazione di potere sul corpo dell’altro. Se considerato in questi termini, il corpo della donna nella sfera pubblica acquisisce tutta una serie di connotazioni strumentali, su cui si rende necessario ragionare”.
Il libro sarà presto tradotto anche in italiano, francese e tedesco dalla casa editrice Matthes & Seitz Berlin, auspicabilmente entro il prossimo autunno.
Chiedo notizie su eventuali altri progetti berlinesi. “Sicuramente la mia collaborazione con meet MIMOSA” mi risponde “lo spettacolo teatrale Earthport, che speriamo di riportare in scena la prossima estate, e poi una collaborazione in cui credo molto con Rights under the veil, progetto transmediale in progress il cui focus verterà sui movimenti femministi all’interno del mondo islamico”.

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VALENTINA RISALITI è una editor, video-producer e occasionale film-maker, con la passione per il documentario d’autore, i libri (tutti) e le teorie del complotto.
Nomade per vocazione, negli ultimi anni ha vissuto in diversi Paesi, lavorando come redattrice di viaggi, TV reporter e produttrice audiovisiva, e diventando così una vera poliglotta. Da piccola, però, voleva fare il pirata. Degna discendente di una famiglia di amazzoni, è da sempre legata ai temi del femminismo, della difesa dei diritti delle donne e al rispetto
dell’ambiente. Idealista incallita, viene spesso tacciata da amici e parenti di essere insopportabilmente critica. Ha studiato filosofia e giornalismo e ama riconoscersi nelle parole delle grandi donne del
 assato. Oggi vive a Berlino, dove tra un libro di Patti Smith e uno di Simone de Beauvoir, sta ancora decidendo cosa vuole fare da grande.

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