Berlino è femmina: le donne sono solo nudi su una tela? Le donne e l’arte, dal 1914 alla Berlinale

13 February 2017

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Richardson-Venus

Di Valentina Risaliti

In queste settimane Berlino si prepara ad ospitare eventi di enorme rilevanza artistica e culturale. Dal 2 al 5 febbraio, la capitale tedesca ha fatto infatti da cornice alla Transmediale, festival dedicato all’interdisciplinarietà delle arti e alla cultura digitale, mentre dal 9 al 19 febbraio sta avendo luogo la Berlinale, l’attesissimo Festival del Cinema, evento di eco internazionale, che ogni anno porta le star del grande schermo a sfilare sul red carpet dello Zoo Palast. Leggendo programmi e nomination, salta immediatamente all’occhio una discreta partecipazione femminile. E allora la riflessione sul ruolo e la presenza delle donne in ambito artistico sorge quanto mai spontanea.

Londra, 1914. Una giovane donna vestita di grigio entra alla National Gallery e con aria circospetta si avvicina alla Venere dipinta dallo spagnolo Velázquez. Qualche minuto dopo estrae un coltello da sotto la giacca e, rotto il vetro di protezione, inizia a fendere la tela con foga. Mentre viene portata via dal custode, Mary Richardson grida: “Sì, sono una suffragetta!”.
In seguito all’arresto rilascerà un manifesto, in cui ammetterà di aver voluto distruggere il dipinto della donna più bella della storia mitologica per protestare “contro il Governo, che sta distruggendo la più bella figura della storia moderna, la Signora Pankhurst (Emmeline Pankhurst, leader delle suffragette, ndr)”.
Il Times invece si limiterà a dire che l’ha fatto perché gelosa di come gli uomini stavano a bocca aperta davanti a quel dipinto, liquidando l’attivista con il curioso epiteto di “Mary la squartatrice”.

le donne e l'arte

Qualche anno dopo, è il 1989, per l’esattezza, dai muri della grande mela fanno capolino una miriade di volantini raffiguranti “La Grande Odalisca” di Ingres mascherata da gorilla. Alla peculiare rappresentazione si accompagna una domanda: “Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum?“. Così il collettivo artistico femminista delle Guerrilla Girls provocava su un dato tanto ovvio quanto preoccupante, ovvero che mentre appena il 5% degli artisti esposti nella sezione d’arte moderna del museo erano donne, ben l’85% dei nudi era femminile.

Passano gli anni, per la precisione sedici, e la domanda, contro ogni aspettativa, si mantiene così attuale da essere riproposta in occasione della biennale del 2005. Certo, però, con qualche variazione, perché insomma, diciamocelo, le cose in sedici anni non possono non cambiare affatto: questa volta la percentuale di presenze di artiste donne è scesa dal 5 al 3%.
L’asimmetria di genere nelle arti è storia vecchia, anzi vecchissima, ed è costellata di episodi come questi. Una questione discussa, partecipata, ma che ancora oggi, con picchi e varianti e senza fare di tutta l’erba un fascio, è attualissima e urgente. La mancanza di equilibrio si manifesta soprattutto nella contraddizione tra l’invisibilità delle donne da un punto di vista autoriale e il ricorso massiccio alla loro fisicità e dunque alla loro (alla nostra) oggettificazione. Così, dopo la Transmediale e in piena Berlinale, mi sorge spontanea una domanda: e a Berlino, centro nevralgico di movimenti artistici di ogni sorta e patria di creativi provenienti da tutto il mondo, come stanno le cose?

Si sa, la capitale tedesca è una città aperta, un luogo in cui l’orgoglio femminile, così come il talento, non mancano di manifestarsi in forme uniche e meravigliose, né stentano ad essere riconosciuti e a trovare i propri spazi. E tuttavia, sebbene la situazione si presenti quanto mai rosea, è doveroso notare che simili eccezioni non fanno altro che confermare la norma.

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Uno studio pubblicato nel 2016 dal Deutscher Kulturrat e intitolato “Donne nella cultura e nei media–Una panoramica delle attuali tendenze, degli sviluppi e delle soluzioni” riporta dati quanto mai in linea con le tendenze generalmente osservate. Nonostante le donne siano altamente presenti negli istituti di formazione artistica, come ad esempio le accademie di belle arti e le università, non finiscono poi per costituire la maggioranza negli ambienti professionali del settore e anzi arrivano persino a subire una vera e propria discriminazione.
Così le musiciste constatano che le composizioni femminili sono molto meno rappresentate di quelle maschili e che è difficile ottenere posizioni di rilievo all’interno di un’orchestra, soprattutto nel ruolo di direttrice. Allo stesso modo le registe denunciano un disequilibrio tra i finanziamenti ottenuti dai colleghi maschi e i loro, sia in termini di quantità, sia in termini di budget, segnalando una minore fiducia del settore nei confronti di lavori proposti da donne.

Interessante, a tale proposito, un aneddoto riportato dal Direttore del Kulturrat, Olaf Zimmermann, che ricorda come negli anni novanta rimase di stucco davanti all’altissima partecipazione di artiste donne nell’ambito di un seminario da lui tenuto sul self-marketing e le “tecniche di sopravvivenza” all’interno del mercato dell’arte: “Mi stupì constatare che la maggior parte dei partecipanti erano donne e per giunta estremamente qualificate e già presenti sul mercato. (…) Ancora oggi, ogni volta che cerchiamo personale per i nostri uffici, è facile constatare quanto le donne siano di gran lunga più qualificate dei colleghi maschi”.

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Lo scenario che si delinea sembra dunque essere caratterizzato da una forte logica patriarcale, “il mito del genio maschile”, per citare ancora una volta Zimmermann, che se da una parte spinge le donne a mettersi continuamente in discussione e formarsi e informarsi senza sosta per paura di non essere all’altezza, dall’altra porta a un’inarrestabile acquisizione di professionalità da parte delle donne stesse.
Professionalità che tuttavia stenta ancora a manifestarsi sotto le spoglie della meritocrazia, tanto da richiedere, anche in Germania, provvedimenti in termini di quote rosa. E non è un caso che proprio Berlino dedichi una speciale attenzione al tema, istituendo ogni anno diverse borse di studio e finanziamenti a favore di donne attive in campo artistico. Una politica che sembra dare i suoi frutti, perché scorrendo il programma di questa edizione di Transmediale, ad esempio, si scopre che molte sono le donne presenti e coinvolte nell’organizzazione dell’evento, soprattutto in veste di curatrici. E, dato ancor più sorprendente, molte di queste donne provengono da Paesi quali l’Egitto o l’Iran e hanno completato la propria formazione proprio qui, in Germania.
Allo stesso modo, anche la Berlinale si trova a dover stare al passo con i tempi, in un’industria che, come abbiamo visto, troppo spesso non offre pari opportunità. In questo caso esistono iniziative come la Pro Quote Regie, che avvalendosi dell’enorme risonanza dell’evento, fa presente al grande pubblico che se i progetti delle donne non vengono finanziati, difficilmente si darà loro modo di acquisire maggiore esperienza sul campo.

Poi ci sono i fatti, perché a dirla tutta la presenza di registe tra le nomine di questa 67sima edizione del festival è ancora un po’ bassa. Quattro sono infatti le pellicole a competere firmate da donne. Guardando al Belpaese, nell’ambito dell’iniziativa Berlin Talents, sono ben sei i talenti emergenti selezionati che lavorano in Italia e tuttavia, tra questi sei bravissimi nostrani, solo uno è donna.
Lei si chiama Cristina Picchi ed è regista, sceneggiatrice e montatrice dei suoi documentari. Dall’Italia però quest’anno arriva anche qualche soddisfazione per le donne. La quattro volte Premio Oscar Milena Canonero verrà infatti premiata con un Orso d’Oro alla carriera. La costumista italiana è celebre per aver realizzato gli abiti per alcuni degli intramontabili capolavori del cinema internazionale, come “Arancia Meccanica”, “Barry Lyndon”, “Momenti di Gloria” e il più recente “Marie Antoinette”, di un’altra grande tra le grandi dell’arte, la regista Sofia Coppola.

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