Berlino è femmina. Intervista a Michela Murgia: potere femminile, bombe prodotte in Sardegna e cultura dello scontro

11 May 2017

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di Valentina Risaliti

Michela Murgia è proprio come te l’aspetti: schietta, generosa e tremendamente acuta. Uno di quei rari individui in grado di restituirti ogni concetto ripulito, depurato e ripensato, qualunque sia la posta in gioco.

Incontro l’autrice sarda a Berlino, in occasione della presentazione dell’edizione tedesca di “Chirù”, stampato dalla piccola, ma storica casa editrice Klaus Wagenbach, con cui la Murgia ha già pubblicato tre romanzi e partecipato ad alcune antologie.

Se è vero che nella prima pagina di un libro c’è già tutto il DNA della storia, “Chirù” è allora un romanzo che parla di potere e di quella speciale perdita d’innocenza chiamata diventare adulti. È anche,  e forse soprattutto, un romanzo delicatamente sovversivo, perché svela la centralità dei poteri deboli, quei sottili meccanismi presenti in ogni relazione e in grado di marchiarci a fuoco per il resto dell’esistenza. Così Eleonora, quarantenne di successo, capace di affidarsi senza troppi moralismi al lato oscuro del potere (unica eredità di un padre autoritario e violento), incontra Chirù, studente di violino appena maggiorenne, che le chiede di diventare sua maestra di vita. Una richiesta davanti alla quale la protagonista non si tira indietro, avviando una relazione ambigua e pericolosa, in cui i due si influenzano a vicenda, senza però cedere mai fino in fondo alle pulsioni più feroci.

Una Maestra, dunque, e un Allievo. Ma perché, chiedo alla Murgia, parlare di potere femminile è ancora così rivoluzionario? “È vero che non siamo abituati e abituate, nemmeno quelle più organizzate dal punto di vista del dissenso contro il patriarcato, a perdonare facilmente il potere alle altre donne” mi risponde. “Mentre facevamo l’editing di questo libro” continua “la mia editrice mi diceva ‘sarà molto difficile trovare delle lettrici che si immedesimino in questa figura femminile’. Io ho desiderato profondamente raccontare una donna che non avesse paura del lato oscuro del potere, anzi, che se ne assumesse la responsabilità, il controllo. Non volevo una figura femminile edulcorata, ma al tempo stesso volevo far vedere che quel tipo di potere è distruttivo, qualunque sia il genere di chi lo pratica”.

Già, perché se è vero che nell’immaginario comune l’archetipo del Maestro vanta secoli di venerazione, l’idea di una guida femminile sembra invece spesso evocare echi di pedanteria: “L’autorevolezza si declina al maschile” mi conferma l’autrice “al femminile è la saccenza. Non siamo maestre, siamo maestrine. L’idea che una donna che sa, sia comunque fuori dal suo ambito, sia sopra le righe, petulante, fastidiosa, è un maschilismo che appartiene a tutti e a tutte. Al contrario, siamo sempre disposti a cedere qualcosa alla mistica uterina: le donne sono sapienti nelle relazioni, nell’amore, sono maestre della cura. Tutto quello che ha a che fare con questa sapienza, ci sta bene. La sapienza della donna che si prende la responsabilità di essere la prima della fila, no”.Michela Murgia

(Foto di Miren Oller)

E questo dei primi della fila, cioè di quella cultura dello scontro che induce gli individui a voler brillare a scapito degli altri membri di uno stesso sistema, è un altro leitmotiv del romanzo. Dinamiche, faccio osservare all’autrice, che vengono spesso attribuite al mondo dei rapporti femminili, ma che oggi sembrano essere messe in discussione da una nuova ondata di femminismo, caratterizzata, forse più che mai, da una forte inclusività: “Chiariamo una cosa” ci tiene a precisare “la storia delle donne eternamente le une contro le altre, è una leggenda nera. Due donne in disaccordo, fanno un genere in disaccordo, due uomini in disaccordo sono in disaccordo tra loro due e basta. Se ci guardiamo intorno, siamo circondati da esempi di solidarietà femminile, ma non perché le donne siano migliori: è una questione di cultura.
Nel momento in cui in una scala gerarchica tu sei quella che sta sotto, l’unico modo che hai di sopravvivere, non è verticale, perché sotto di te non c’è nessuno. È orizzontale, perché a fianco a te ce ne sono tante altre, simili, che vivono la tua condizione. Quindi, in realtà, l’idea di comunità e di rete, nel femminismo, nasce dalla condizione di margine, non è una scelta etica. Se esiste un modo per essere potenti insieme, le donne non ce l’hanno nel DNA, non più degli uomini, ma ce l’hanno nella storia. Da lì deriva forse anche l’inclusività del movimento”.

Movimento, osservo, che però è stato ripetutamente oggetto di facili orchestrazioni. Penso alla Women’s March di Washington, ad esempio, e alle sue derive neoliberali, o alla manifestazione di “Se non ora quando?”, mediaticamente presentata come marcia contro Berlusconi.
Chiedo all’autrice se spaventi di più essere in balìa di facili manipolazioni o rinunciare all’azione: “Il rischio peggiore è starsene a casa. Non sono per i purismi. Quello che mi spaventa, però, è quella parte fortemente conservatrice del movimento femminista, quella che, ad esempio, vorrebbe mettere al bando universale la gestazione per altri, mettendo in discussione quel fondamentale principio per cui l’utero era mio. Adesso come mai mi vuoi spiegare che cosa ci posso fare? Mi spaventano anche le donne che non vorrebbero gli uomini al loro fianco. Da questa storia o ne usciamo tutti, uomini e donne, o non ne esce nessuno”.
In questo magma di posizioni contrarie, c’è anche poi da considerare il ruolo attivo degli uomini e se ci sia o no una volontà da parte dell’universo maschile di unirsi al movimento. Perché se è vero che molti uomini partecipano attivamente e con interesse al dibattito, in altri sembra invece vincere la paura. Al solo pronunciare alcune parole chiave, come femminismo, uguaglianza di genere e diritti delle donne, molti sembrano spesso scattare sul chi va là, sentendosi in dovere di difendersi o, nel peggiore dei casi, contrattaccare.

“Io quando sento un uomo dire ‘ma no le donne adesso sono emancipate’ gli dico: scusa ma tu sei una donna? Da quale punto di vista femminile stai decidendo della mia emancipazione? A stabilire la violenza, è la persona che l’ha subita. Non è la scusa di tutti quelli che ti mettono la mano sul sedere sull’autobus, quelli che ti molestano, ti chiamano per strada, fanno il catcalling? Quando tu ti arrabbi ti dicono ‘eh vabbè però non hai senso dell’umorismo, sei esagerata, non sai stare allo scherzo, fattela, una risata…’. Questo tipo di atteggiamento serve a dire: sei tu che vuoi stabilire fin dove mi posso spingere e invece devo essere io a decidere che cosa puoi fare e cosa no”.

In definitiva, con Michela Murgia decidiamo che forse la cosa più preoccupante di tutte è che ci sia ancora bisogno di un femminismo organizzato, sintomatico di una difficoltà di superamento della disuguaglianza strutturale che caratterizza il nostro sistema. “Il patriarcato ci attraversa tutti e tutte, e tutti quanti siamo costretti a prendere una posizione, perché si tratta di una struttura di ingiustizia, che sulla base della differenza biologica genera una differenza sociale. Davanti a questa ingiustizia come mi pongo? Non posso dire ‘io non c’entro’, perché siamo tutti chiamati in causa. Tutti siamo o maschi o femmine, a prescindere dagli orientamenti sessuali, e non c’è mai stato bisogno di essere uomini per essere maschilisti. Se non si prende una posizione a riguardo, si è colpevoli, perché davanti a un’ingiustizia non esiste la neutralità. Tutti gli atteggiamenti che non siano di messa in discussione, sono atteggiamenti di complicità, attivi o passivi”.

E a proposito di atteggiamenti di complicità e facili omissioni, mi pare che una domanda, forse più di tutte, sia oggi, davanti a questa autrice orgogliosamente sarda e così appassionata nel fare politica, estremamente rilevante. Riguarda gli armamenti che vengono prodotti in Germania dal colosso Rheinmetall e che, attraverso le fabbriche della Sardegna, finiscono legalmente nei peggiori teatri di guerra, nonostante una legge lo vieti.
Michela Murgia mi ringrazia per la domanda e sorride amaramente: “Sai, in Italia non me l’avrebbe fatta nessuno. Sta succedendo che le ipocrisie stanno venendo alla luce. Non è vero che l’Italia ripudia la guerra. L’Italia ripudia la guerra se fa una mozione in cui rifiuta di inviare i propri caccia per bombardare un territorio, ma esportiamo decine di milioni di euro in armi in tutte le guerre che si stanno svolgendo. Quindi di fatto non ne combattiamo formalmente neanche una, ma in pratica le foraggiamo tutte”.

La Sardegna è infatti, purtroppo, diventata laboratorio delle peggiori sperimentazioni: dalla chimica all’industria bellica, dal petrolio allo sfruttamento, anche di nuove, e apparentemente verdi, energie. “In realtà la Sardegna in Italia è percepita come un luogo di vacanze e nessuno immagina non solo che ci sia una fabbrica di bombe, che in questo momento vengono buttate sullo Yemen, ma nemmeno che sull’isola ci sia la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo” mi dice la Murgia, con il fuoco negli occhi. “In questo momento stiamo subendo un nuovo land building che tende a convertire la coltivabilità delle terre in centrali fotovoltaiche. Quindi non produciamo più cibo, ma energia, che non serve più a noi, ma a qualcun altro. Sta diventando una terra di servizio, è un neo-colonialismo vero e proprio, perché è tipico delle colonie produrre qualcosa che non serve a loro, ma ad altri”.

L’autrice sembra però apprezzare il fatto che in Germania se ne parli: “Il primo riverbero della questione delle bombe di Domusnovas ci è arrivata perché qualcuno al Parlamento Tedesco ha fatto un’interrogazione e ha chiesto cosa stesse succedendo esattamente”. E poi, l’istante successivo, mi confessa: “In assoluto, fra tutte le nazioni europee, la Germania è quella con cui sento l’affinità più forte e l’unico luogo in cui ho desiderato vivere fuori dalla Sardegna. Guardo sempre gli annunci immobiliari a Berlino. Credo anche che in Europa sia un esempio di inclusione sociale notevole, che può solo insegnarci. In questa città c’è un’atmosfera che invita a vivere. Bene. Meglio”.

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VALENTINA RISALITI è una editor, video-producer e occasionale film-maker, con la passione per il documentario d’autore, i libri (tutti) e le teorie del complotto.
Nomade per vocazione, negli ultimi anni ha vissuto in diversi Paesi, lavorando come redattrice di viaggi, TV reporter e produttrice audiovisiva, e diventando così una vera poliglotta. Da piccola, però, voleva fare il pirata. Degna discendente di una famiglia di amazzoni, è da sempre legata ai temi del femminismo, della difesa dei diritti delle donne e al rispetto
dell’ambiente. Idealista incallita, viene spesso tacciata da amici e parenti di essere insopportabilmente critica. Ha studiato filosofia e giornalismo e ama riconoscersi nelle parole delle grandi donne del
 assato. Oggi vive a Berlino, dove tra un libro di Patti Smith e uno di Simone de Beauvoir, sta ancora decidendo cosa vuole fare da grande.

 

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