“Berlino è femmina”, intervista con L., titolare di un’agenzia etica di sex worker: “Nonostante la legalità, ho incontrato molte porte chiuse”

19 April 2017

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di Valentina Risaliti

Ho appuntamento con L. in un bar di Charlottenburg, la zona più chic di Berlino, cuore pulsante del vecchio ovest. È una bella giornata di sole e io non so davvero cosa aspettarmi. L. è una sex worker italiana, emigrata qualche anno fa qui in Germania, dove dal 2002 la prostituzione è legale.

Mentre mi reco sul luogo del nostro incontro, passo davanti alla stazione di Zoologischer Garten, lo zoo di Berlino, celebre punto di ritrovo per lo spaccio di droga e la prostituzione di strada negli anni settanta e ottanta.
Penso a quel modo di vendere il proprio corpo sotto a un ponte ferroviario e a quanto spesso il fenomeno della prostituzione sia intrinsecamente connesso a realtà di sfruttamento e tossicodipendenza. Presto però incontrerò L., che ha scelto di fare questo mestiere da donna libera e da padrona del proprio corpo.

Aspetto fuori dal bar da qualche minuto ormai, assorta nei miei pensieri, quando una ragazza con due splendidi occhi verdi mi si avvicina: “Ciao, sei Valentina?” mi chiede “Si, sono io!” “Bene, non ne ero certa…”.

Ci sediamo e iniziamo a parlare. L. mi piace da subito: è alla mano, sicura di sé e dotata di un accattivante senso dell’umorismo. “Allora, cosa vuoi sapere?” “Tutto” le rispondo prontamente. “Sai ho iniziato per caso” mi confessa con disinvoltura, mentre sorseggia il suo espresso, “a Roma lavoravo nel settore delle cooperative sociali e mi occupavo di aiutare donne che volevano uscire dal mondo della prostituzione. Gestivo anche delle campagne di fundraising. Spesso, però, mi trovavo davanti persone che non prendevano seriamente i progetti e che anzi mi facevano delle avances. Ti faccio la donazione solo se poi tu sei carina con me, mi dicevano. All’inizio non ci potevo credere, le prime volte ci rimasi malissimo. Poi però iniziai a considerarla come un’eventualità e all’ennesima proposta mi sono detta: beh, in fondo perché no?’”.

L. passò così, per usare le sue stesse parole, “dall’altra parte della barricata” e iniziò ad avere sporadici incontri con alcuni dei donatori. Poi la svolta e la decisione di trasferirsi a Berlino: “Il sociale in Italia non funziona. Scoppiò il caso Mafia Capitale e io mi resi conto dell’enorme corruzione che pervadeva l’ambiente in cui operavo. Venni in Germania per occuparmi ancora una volta di temi sociali. Iniziai parallelamente a lavorare come sex worker anche qui e, poco a poco, finì per diventare un’occupazione a tempo pieno.”

Un anno fa, infine, la decisione di avviare un’agenzia di escort etica, come ama definirla lei stessa: “Lavorando a Berlino, mi sono resa conto che nonostante la legalità, è raro che le ragazze che operano in questo settore siano tutelate al cento per cento. Spesso le agenzie sono gestite da uomini che ti trattano come una macchina o, peggio, un pezzo di carne. Se un giorno hai il ciclo o non te la senti di lavorare, ci mettono un secondo a darti il ben servito”.
L. mi racconta che la maggior parte dei costi extra sono a carico della lavoratrice: “Il fee medio di un’agenzia di Berlino è circa il 30-35%. Un’ora con una ragazza può costare tra i 200 e i 250 euro, ma ci sono anche agenzie che ti fanno lavorare per 90 euro all’ora. Dunque, se io mi devo pagare il taxi andata e ritorno, il credito telefonico per chiamare il cliente, che spesso utilizza una SIM straniera, i profilattici, i lubrificanti e tutto il resto, alla fine magari sto lavorando per la metà dei soldi e diciamocelo: se faccio questo mestiere, è innanzitutto per gli ampi margini di profitto!”.

Una escort, mi spiega L., può infatti arrivare a guadagnare molto bene, fino a 15mila euro al mese, se lavora parecchio. Al tempo stesso, però, mi conferma che si tratta di un mestiere non solo impegnativo sul piano fisico, ma che può anche avere un certo tipo d’impatto a livello psicologico: “Sai, non è che tutti i clienti siano esattamente il tuo uomo ideale, spesso bisogna anzi essere delle buone ascoltatrici e delle ottime psicologhe. Ci sono uomini che sanno come comportarsi, mentre altri hanno bisogno di una guida. A volte trema loro la mano quando ti pagano… inoltre non è un lavoro che si possa fare per sempre: più passano gli anni, più la clientela diminuisce e le possibilità di trovare un’altra occupazione non sono molte”.

L’agenzia avviata da L. cerca dunque, a fronte di costi leggermente superiori alla media, di mettere sia le sex workers che i clienti nella condizione di incontrarsi ed essere tutelati: “Io pago tutto. I miei agency fees sono più alti, ma le mie dipendenti non devono preoccuparsi di nulla. Quando firmiamo il contratto, consegno loro una borsa con tutto l’occorrente per lavorare: preservativi, lubrificanti, bottiglie di champagne. Do loro un telefono e una SIM aziendale, che mi preoccupo di ricaricare periodicamente. Infine le ragazze dispongono di un servizio di transfer pagato da me, che le porta all’appuntamento e le va a prendere una volta finito il tempo a disposizione del cliente”. Non solo: per L. instaurare un rapporto di fiducia con le proprie dipendenti è fondamentale. “Per me non si tratta di esserci solo quando si parla di business, mi racconta, voglio che le mie dipendenti possano contare su di me sempre, sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. Se hanno bisogno di parlare, di sfogarsi o anche solo di compagnia al telefono mentre rientrano da un appuntamento, io ci sono. Ci devo essere”.

Una disponibilità più che ammirevole, non sempre scontata quando si tratta di altre realtà. In una città dove i cosiddetti locali all-you-can-fuck spopolano e dove, nonostante la legalità, non mancano situazioni di sfruttamento della prostituzione, praticare questo mestiere in maniera sicura e trasparente può diventare un problema.
“Quando, stanca di lavorare con persone che non mi tutelavano in alcun modo, decisi, circa un anno e mezzo fa, di diventare io stessa titolare di un’agenzia di sex worker, pensai che tutto sarebbe andato liscio. D’altronde si tratta di attività estremamente redditizie per l’economia del Paese e io volevo avviare un discorso completamente in regola. E invece ci misi otto mesi a trovare un legale disposto a registrare la mia società…”.
Sorprendentemente L. mi racconta che, volendo lei aprire un conto corrente, fu costretta a girare tra le dieci e le venti banche prima di trovarne una disposta a registrarla tra i suoi clienti: “Avendo indicato apertamente la mia attività come ‘agenzia di escort’, quando mi presentavo per aprire un conto, molte banche mi rispondevano che per motivi ‘etici e morali’, non potevano accogliere la mia richiesta. Non cedevano nemmeno dopo aver spiegato loro il mio intero concept”.
La stessa storia, a quanto pare, si ripete un po’ per tutto, dal notaio, all’avvocato, all’affitto della sala riunioni per firmare i contratti con le dipendenti: “Chiamai una bella sala conferenze, qui a Charlottenburg. Avevo bisogno di uno spazio dove accogliere le mie lavoratrici per la firma dei contratti e consegnare loro le borse con il materiale. Inizialmente la sala riunioni confermò. Mi richiamarono dopo pochi minuti e mi comunicarono che non era più possibile affittarla, perché i loro clienti non volevano immischiarsi con gente come me. Dico io: ma che violazione della privacy è mai questa? Non credo che comunicare i nomi e gli interessi degli affittuari a tutti i clienti sia una normale procedura. Insomma, un altro ostacolo”.

Più L. mi racconta delle sue esperienze nel mondo della prostituzione tedesca, più appare evidente che, nonostante tutto, molte sono le realtà che continuano a vivere nell’illegalità: “Sono in pochi a voler lavorare con questo settore e infatti molte agenzie di sex workers berlinesi sono registrate come società di marketing o di servizi per eventi. Insomma, quelli che finiscono per essere penalizzati sono coloro che denunciano apertamente chi sono e di cosa si occupano”.

Una tendenza preoccupante, che non sembra poter migliorare con la nuova legge in materia di prostituzione, pronta ad entrare in vigore dalla fine di quest’anno.
“Con la nuova legge” mi spiega L. “chiunque operi in questo settore, dalla escort alla dominatrice, dalla spogliarellista al titolare di agenzia,  dovrà registrarsi come lavoratore del sesso e richiedere un’autorizzazione. Pare ci verrà data una tessera da dover esibire. Tuttavia, non è ancora chiaro chi disporrà di questi dati e che uso potrà farne. Ora, se la mia professione fosse socialmente accettata, io probabilmente non avrei problemi ad andarmene in giro con un tesserino che dice che di mestiere faccio la prostituta. Però, siccome se operi in questo campo possono persino rifiutarsi di aprirti un conto in banca, non credo che la nuova legge ci tuteli. Molte persone non vogliono registrarsi, hanno paura, pensano che comparire negli elenchi dei  sex worker potrebbe precludere loro nuove possibilità, soprattutto lavorative. In questo modo agevolano l’illegalità”.

Nonostante le rosee previsioni della politica, dunque, la nuova regolamentazione pare avere tutto il potenziale per aumentare il trust gap tra lavoratori del sesso e istituzioni, agevolando ulteriormente la proliferazione di bordelli irregolari. Tuttavia, non senza l’introduzione di qualche cambiamento in positivo, come ad esempio i controlli sanitari annuali obbligatori e il vincolo di fornire servizi solo ed esclusivamente protetti: “Questo del sesso protetto è un tema centrale” mi conferma L., “oggi alcune agenzie offrono i preliminari senza preservativo, per non dire peggio, e invece la salute dovrebbe sempre essere al primo posto. Non si può mai sapere chi c’è dall’altra parte e di certo non vale la pena rischiare tutto per i soldi… nemmeno quando sono così tanti”.

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VALENTINA RISALITI è una editor, video-producer e film-maker, con la passione per il documentario d’autore, i libri (tutti) e le teorie del complotto.
Nomade per vocazione, negli ultimi anni ha vissuto in diversi Paesi, lavorando come redattrice di viaggi, TV reporter e produttrice audiovisiva, e diventando così una vera poliglotta. Da piccola, però, voleva fare il pirata. Degna discendente di una famiglia di amazzoni, è da sempre legata ai temi del femminismo, della difesa dei diritti delle donne e al rispetto dell’ambiente. Idealista incallita, viene spesso tacciata da amici e parenti di essere insopportabilmente critica. Ha studiato filosofia e giornalismo e ama riconoscersi nelle parole delle grandi donne del passato. Oggi vive a Berlino, dove tra un libro di Patti Smith e uno di Simone de Beauvoir, sta ancora decidendo cosa vuole fare da grande.

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