“Berlino calling”: molti artisti israeliani si spostano a Berlino

25 November 2016

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artisti israeliani

di Arianna Tomaelo

Grazie alla sua apertura e allo spirito multi-culturale, si sa, Berlino è ormai la capitale europea più ambita dai giovani artisti. In particolare, qualche anno fa, l’israeliano Ohad Ben-Ari, compositore formatosi a Francoforte in età adolescenziale e trasferitosi poi a Berlino da adulto, ebbe un’idea. Per celebrare le sue origini israeliane e la sua nuova casa (Berlino, appunto), volle infatti creare una squadra di musicisti e ballerini con l’idea di costruire attraverso l’arte uno scenario che avvicinasse chi, come lui, viveva la condizione di israeliano espatriato. Un anno dopo, da quest’idea, nacque l’ID Festival, giunto già alla sua seconda edizione. La manifestazione gioca con i concetti di identità ed espressione (infatti ID sta proprio per identità) e ha luogo la terza settimana di ottobre presso il complesso del Radialsystem V. Attraverso concerti di musica classica, moderna e contemporanea, spettacoli di ballo e musical plurilingui (si recita in tedesco, inglese e yiddish), il festival si propone di raccontare quella che è la questione dell’identità per i giovani artisti che cercano loro stessi a Berlino e si trovano a dover convivere con la doppia condizione di israeliano e di immigrato. Ma poter realizzare questo sogno non è stato facile, né per Ohad Ben-Ari, né per i suoi compagni.

Ancora oggi chi decide di lasciare la “Terra Promessa” per altri orizzonti, deve molto spesso subire la stigmatizzazione di una società che non sa guardare avanti. Infatti, dopo gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, il popolo tedesco si è sempre sentito un po’ responsabile per il benessere della popolazione israeliana, al punto da favorirne l’immigrazione in Germania. Il governo israeliano ha chiamato questa tendenza, con toni anche un po’ provocatori, “Berlino Calling”.
La discussione attorno al tema “Berlino sì-Berlino no” è diventata negli ultimi cinque anni un punto centrale per gli israeliani, che si ritrovano divisi in due fazioni. Yerida e Aliya, discesa e ascesa, sono i due termini cardine di questa disputa, che rispettivamente rappresentano l’emigrazione, e quindi l’ennesima diaspora per il popolo ebreo, e l’immigrazione, il ritorno alla Terra Promessa, alla ricerca di un ceppo comune. Nonostante solo il 20% della popolazione israeliana si opponga categoricamente a questo nuovo esodo, la sua voce risuona chiaramente quando accusa chi parte di essere “traditore e corrotto”.
In realtà gli israeliani si stanno dirigendo in diversi punti d’Europa e degli Stati Uniti, e non solo a Berlino, chi per ritrovare le radici perse durante la Shoa, chi per cercare un nuovo equilibrio. Tuttavia a essere presa di mira è solo Berlino: perchè?

Ricordate la polemica sorta su Facebook qualche anno fa sul prezzo di un budino che risultava essere quattro volte più economico nella capitale tedesca che in quella dello Stato di Israele? Ecco, dopo questo post si scatenò un polverone e molti accusarono Berlino di rendersi “attraente per i giovani” e questi stessi giovani di essere disposti a lasciare la propria terra solo per risparmiare qualche soldo e a vendersi a quel popolo che, 70 anni prima, era stato il fautore delle terribili sofferenze degli ebrei.
Una discussione anacronistica, dal momento che Angela Merkel e Reuven Rivlin risultano essere in ottimi rapporti. La Germania ha ripristinato il suo status di amica di Israele già negli anni anni ’50 e ad oggi l’intercambio di cultura, industria, prodotti alimentari e giovani talenti tra i due Stati non si può che dire fruttuoso: i tedeschi acquistano la tecnologia israeliana e gli israeliani si servono delle auto tedesche. Addirittura, la Germania copre il terzo posto del podio tra i partner commerciali di Israele.
C’è da fare un altro appunto: l’identità israeliana troppo spesso viene assimilata totalmente a quellla ebrea, perciò quando si parla di giovani israeliani che decidono di venire a vivere a Berlino, molte volte si perde il nocciolo della questione: sono artisti, sono cittadini del mondo, e cercano loro stessi a Berlino perchè è una città che dà loro gli strumenti per potersi realizzare.
Il festival non vuole infatti avere connotazione religiosa. Il suo scopo è solo quello di portare sul palco la multiculturalità di Berlino e le emozioni, la tenacia e lo spirito pacifista di questo gruppo di giovani artisti.

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