Essere fumettista a Berlino: la storia di Alberto Madrigal

25 October 2013

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Alberto Madrigal [© Il Mitte]

Alberto Madrigal [© Il Mitte]

di Valerio Bassan
(@valeriobassan)

Un “lavoro vero” può darti certezze, stabilità. Può aiutarti a pagare l’affitto in tempo. Può pagarti una fetta di torta al bar, i tortellini costosi, forse una casa tutta tua, un giorno. C’è chi ha la fortuna di averlo, un lavoro vero. E anche chi ha il coraggio di poter scegliere. E sceglie con il cuore, più che con la testa.

«Spiegare la mia scelta a mio padre è stato muy difícil. Ma io, in questo momento, preferisco la precarietà». Alberto Madrigal (30 anni) è cresciuto a Valladolid, in Spagna, e si è trasferito a Berlino nel 2007, nell’Europa pre-crisi. A Berlino ha lottato per trovare la sua dimensione. Prima, trovandosi un “lavoro vero”; poi, lasciandolo per inseguire il suo sogno: disegnare fumetti. «Disegnavo sfondi per videogiochi di Facebook in una grande azienda», racconta a Linkiesta. «Pagavano benissimo, ma non mi sono mai sentito “nel mio mondo”».

La copertina del libro [© Il Mitte]

La copertina del libro [© Il Mitte]

Artisticamente, l’Italia è la sua patria adottiva. Il suo primo libro, intitolato proprio “Un lavoro vero”, è stato pubblicato qualche giorno fa dalla milanese Bao Publishing, la casa editrice che pubblica anche Alessandro Baronciani, Zerocalcare, Sualzo, Stefano Simeone e molti altri. Nel libro, Madrigal racconta la propria storia attraverso un alter ego, Javi. Cominciando dall’inizio, dalla sensazione di spaesamento data da una grande città, dalle prime amicizie, dalla ricerca della propria dimensione artistica lottando contro le esigenze del quotidiano.

Un viaggio profondo e divertente fino alle radici della sua passione. «Fin da piccolo, quando mio cugino mi regalò un fumetto di Dragon Ball, ho sempre voluto disegnare fumetti», racconta il Madrigal-Javi nel libro. «Li leggo da sempre. In realtà, da quando ho 15 anni guardo soltanto i disegni». Anche se, ammette, quello del fumettista non è un lavoro facile: «Non li leggono in molti. Alcuni non sanno nemmeno cosa sia, un fumetto. E poi ci vuole davvero tanto tempo a scriverne uno. Per il formato graphic novel, da 120 pagine, ci vuole in media un anno di lavoro».

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