Atonal 2016: le nostre impressioni

1 September 2016

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©-Camille-Blake

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di Emanuele Barletta

Mancavo dall’Atonal da un po’. Esattamente da due anni, quando i Cabaret Voltaire decisero di tornare insieme e mandarono tanti giovani artisti sbarbatelli (e non solo) a lezione di musica. Dopo la pausa forzata dello scorso anno (lo ammetto: ho preferito l’odore di salsedine e svariati bagni nel mio Adriatico), rieccomi qua.
Dunque, il Berlin Atonal 2016. Quest’anno il programma del festival prometteva molto bene, a partire dallo strombazzatissimo ritorno dei Death In Vegas. Un nome pesante, diciamolo, ma spesso troppe aspettative sfociano in cocenti delusioni. Ma ci torneremo, con calma.
Il mio Atonal, causa orari di lavoro infami, inizia solo giovedì. Sono costretto a dire addio alla grand departs del primo giorno e ad uno degli eventi cerchiati in rosso, il set del rumorista Rashad Becker in combutta con Moritz von Oswald, personaggione legato, tra le altre cose, anche al giro Basic Channel. Che la pace e il silicio siano con voi.
Arrivo con discreto anticipo, giusto il tempo di appostarmi davanti ai banchetti del cibo e per lanciare occhiate di studio al pubblico del festival. Con ordine: cibo rigorosamente fusion, bio, organic, di tendenza, eccettera eccetera. Gli astanti, invece, sfoggiano quasi tutto un dress code nero. Sono in maggioranza giovani, se non giovanissimi, parlano quasi tutti inglese o spagnolo. Pochi, pochissimi tedeschi. Una perfetta fotografia della Berlino del 2016: una città in mano alle nuove generazioni, invasa da un popolo di creativi che una volta venivano chiamati migranti, ma che la retorica della gentrificazione ha trasformato come per magia in expats.
Insomma, il Berlin Atonal è un festival che si è trasformato in “evento” nell’accezione più ampia del termine. Conta esserci, anche se il tuo background musicale e culturale di riferimento è lontano anni luce dalle sonorità di ricerca che echeggiano all’interno del Kraftwerk Halle. Ho le prove, vostro onore, una di queste è il set di Mika Vainio. Una delle performance più solide, coerenti e credibili dell’intera rassegna, messa in piedi da un’autentica autorità della musica “altra”. Eppure, nonostante le sonorità ostiche, al limite dell’isolazionismo e della provocazione dell’ex signor Pan Sonic, vari gruppetti di ragazzi provano ad improvvisare dei balli piuttosto improbabili ad ogni accenno di “cassa dritta”.

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Torniamo un attimo a parlare di musica, che alla fine della fiera è sempre la cosa più importante. La serata di venerdì, ad esempio, offre spunti interessanti. JK Flesh (un “pezzo” di Napalm Death e Godflesh, a proposito di nomi pesanti) alza un muro di rumore e malessere di notevole compattezza insieme al duo Orphx, mentre il guru Drew McDowall fa quello che ci aspetta da uno che negli anni ha preso parte a progetti come Psychic Tv e Coil: un set industriale che riconcilia con la location mozzafiato del festival e lascia molti di noi a bocca aperta per intensità e maestria.
Sabato sera, eccoci qua. Appuntamento mainstream che più di così non si può: il ritorno in pompa magna dei Death In Vegas, con Sasha Grey (sì, lei) sul palco. Livello di hype mostruoso, che ve lo dico a fare. Anche se, anche se, anche se Richard Fearless dà il via alle danze con una suite spaziale molto Tangerine Dream, i migliori dieci minuti del set. Il resto del live scorre via tra cassa in 4/4, techno più o meno credibile, suoni scolastici e una buona dose di mestiere. Artigianato electro senza sbavature ma senz’anima, con grandi sbadigli di contorno. Eppure ballano tutti. La voglia di sabato sera, di “clubbing in Berlin”, le droghe pesanti e le energie dei giovani fanno il resto. Per me resta un’occasione persa, o comunque un set piuttosto “piacione” e ammiccante. E dire che prima di loro il producer giapponese Ena in coppia con Felix K avevano regalato un’esibizione coraggiosa, un allargamento delle maglie della drum’n’bass proposto con intelligenza e razionalità IDM, regalando ai presenti ben più di una gioia.

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Infine, come a scuola, le cose belle e le cose brutte di questo Atonal 2016. Al netto di alcune esibizioni al limite dell’estenuante o decisamente deludenti, la proposta del festival e l’ambizione dei curatori restano comunque a livello di eccellenza. Peccato solamente per una generale atmosfera turistica che si può toccare con mano ovunque: mentre ascolti un concerto, cerchi un bagno o ordini due mini tacos con polipo (per poi scoprire che in realtà è maiale, 6 euro alla cassa, grazie). Ma diciamolo, Berlino è così. Non tutta, ma insomma. Il Berlin Atonal, per me, resta comunque un unicum, una sorta di porto sicuro e refugium peccatorum per musicofili impenitenti ed impertinenti, perché la musica è ancora una cosa seria. Una rassegna di valore assoluto che mi fa ricordare perché, nonostante tutto, ho scelto di vivere in questa città.

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