Assicurazione sanitaria tedesca: istruzioni per l’abuso

11 May 2015

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di Pseudonimo

Ho sempre sognato una vita spericolata e invece qui a Berlino non solo sono in regola col fisco, ma mi ritrovo ad avere persino un’assicurazione sanitaria personale.
Un’esistenza mortificante e priva di qualsiasi acrobazia del destino, la mia. Ogni giorno mi sveglio con l’ambizione di trasformarmi nel nuovo protagonista dell’Iliade, ma quando la sera cala, la testa che appoggio sul cuscino è ancora quella di un onesto e tutelato cittadino.
E’ vero che la sorte si costruisce più che altro con la sfiga, ma consentitemi, anche un po’ con l’ardire. E se non hai il coraggio nemmeno di usare il Tabasco sul cheeseburger, non puoi prendertela con nessuno se tutto attorno a te è così rassicurante.

Metto dunque il cuore in pace e vado avanti: abbandono l’idea di fondare imperi coloniali o di conquistare la Gallia e vado a pagare la rata all’AOK, visto che difficilmente riuscirò a vivere qualcosa di più avventuroso di un malanno fisico.

aok

Ed in effetti, basta andare a controllare su wikipedia, per accorgersi facilmente che gli avvenimenti clinici sono forse i più interessanti snodi narrativi della mia biografia:

– nel gennaio 2013 si sottopose ad una colonoscopia con anestesia totale nei pressi di Bayerischer Platz e si risvegliò con un amore ingiustificato nei confronti del prossimo.
– Il 23 aprile dello stesso anno riordinò la sua camera da letto.
– nel luglio 2014 si fece visitare nei dintorni di Hallesches Tor da un otorinolaringoiatra che gli diagnosticò un principio di poliposi nasale e gli fece pure un cazziatone perché era arrivato in ritardo.
– Il giorno del suo 35° compleanno comprò un nuovo cestino della spazzatura per inaugurare la racconta differenziata.
– Affrontò per circa due mesi sedute di fisioterapia presso un centro di riabilitazione a Charlottenburg. La fisioterapista era simpatica e lo invitò a giocare a squash.

Come si può notare da questi dati, a parte una generica morte dell’entusiasmo, c’è che sono diventato proprio bravo a biodegradarmi. Specie superati i trenta, non so perché ma il mio corpo ha preso la sana abitudine di autodistruggersi al contatto con la vita.
E per carità, mica mi lamento per questo: accetterei di buon grado anche epidemie ottocentesche e virus letali contemporanei, se solo a monte non ci fosse una burocrazia psicopatica da sbrogliare per mantenermi vivo.
Perché ragazzi, con cadenza trisettimanale questi della Krankenkasse mi inviano missive così noiose da leggere che risulta matematicamente impossibile calcolare quanto possano essere noiose da scrivere.

Missive massoniche peraltro, forse esoteriche, all’incirca occulte, sicuramente cifrate; guarnite con parole invisibili tipo Mindestbeitragsbemessungsgrenze. Vocaboli in grado di mandare in cortocircuito la lavatrice e persino la cittadinanza del mio coinquilino tedesco.

– Keine Ahnung – mi risponde ogni volta a lettura ultimata; e poi corre ad iscriversi di nascosto alla Deutsche Akademie di Wittembergplatz.

Di conseguenza, per trovare un sinonimo razionalmente comprensibile mi tocca andare direttamente in sede, dove vengo accolto malvolentieri sempre dalla stessa impiegata con un matrimonio insoddisfacente a carico.
Vista la frequenza con cui io e lei ci rivediamo, direi che si può già parlare di relazione extraconiugale: e forse è per questo che riversa su di me i suoi problemi; nella fattispecie, il fatto che suo marito non la trovi più attraente.

– Buongiorno, sono qui per trovare un sinonimo di questa parola qui. Ne avete ancora in negozio o magari in magazzino?
– Cos’ha che non va questa parola? Le va grande?
– Beh sì, è un po’ grande. Ma effettivamente non è un problema di taglia. E’ che non riesco proprio ad utilizzarla. Non conosco sufficientemente la lingua tedesca.
– Dal mio sistema risulta che lei vive in Germania da tre anni. Com’è possibile che vive in Germania da tre anni e non parla ancora tedesco?
– Già, se è per questo vengo qui da tre anni e lei non parla ancora italiano.

Che poi ha ragione suo marito. Questa tipa non è minimamente in grado di ricreare un’atmosfera erotica attorno a sé e non è mica colpa della sua età, della cellulite o dell’arredamento squallido di questo bottegone statale nei pressi di Mariendorf. Non lo sarebbe nemmeno se si reincarnasse in un’adolescente alle prese col suo primo bacio sul ponte dei Sospiri a Venezia.

Piuttosto, ad oggi, la vedo molto più in grado di ricreare l’atmosfera giusta per la frittura dei Bastoncini Findus.

Ad ogni modo, superati i primi quindici minuti di odio malcelato da una diplomazia di superficie, alla fine riusciamo sempre a concordare più palesemente sul fatto che ci stiamo sul cazzo a vicenda. Così la vita riparte e ci mettiamo insieme di capoccia a sbrogliare le pratiche necessarie a risolvere il mio problema amministrativo. Almeno per i successivi due giorni.
Poi la storia si ripete: arriva una nuova lettera enigmatica, la apro, mi autocommisero, chiamo il mio coinquilino tedesco, registro la sua ennesima sconfitta ermeneutica, mi vesto, prendo la metro e torno in sede dalla mia impiegata. E così via fino all’immortalità dell’anima.

La cosa positiva è che mentre la burocrazia crea disagi amministrativi alla mia vita psichica, ogni tanto io posso distrarmi con un intervento chirurgico.
Ho imparato ad abusare del mio tesserino sanitario: vista l’ampia collezione di malesseri che mi affliggono, appena vedo un ambulatorio per strada non resisto alla tentazione di entrare, strisciare il mio bancomat della salute in accettazione e sdraiarmi su un tavolo operatorio.
Sono ormai talmente abituato a farmi aprire da un bisturi o a farmi segare qualche arto da una motosega sterilizzata che se dovesse sequestrarmi un serial killer per torturarmi non la prenderei poi così male.
Anzi, mi sa che ne approfitterei per leggere in sala d’attesa Freizeit Spass anche in quel caso.
Di solito ti avvisano che è arrivato il tuo turno sempre nel bel mezzo della più intrigante notizia di gossip della settimana:

– Herr Romeo, bitte –
– No, cazzo! Oh Gesù! Aspetta che voglio capire meglio perché stavolta Beyoncé ha litigato con Jay-Z!

Pseudonimo utilizza immotivatamente degli occhiali da sole /photo © di Michele Baldini e Pseudonimo

In alto, Pseudonimo utilizza immotivatamente degli occhiali da sole
/photo © di Michele Baldini e Pseudonimo

Ne sono certo, andrebbe così anche a casa di Hannibal Lecter. Ed è andata così anche dal dentista.
Ero lì lì per scoprire il nome dell’ultima fiamma di Leonardo Di Caprio, quando l’infermiera mi annunciò che era giunto il momento di abbandonare il mio punto di vista da casalinga insoddisfatta.

– Herr Romeo, bitte –

Due minuti dopo indossavo una maschera da feticista mentre una trivella di anestetico si dirigeva verso la mia gengiva al fine di produrre sul mio volto le conseguenze di un ictus tutto sommato finito bene.
Fin qui nulla di imponderabile, anche perché non è che pretendessi una cerimonia di beatificazione per via della mia posizione supina.
Ciononostante il mio cervello non si dimostrò in grado di razionalizzare velocemente l’accaduto.
Mi ritrassi di scatto ad avvenuta penetrazione ed emisi ad un tempo un suono che non lasciava presagire il raggiungimento di alcuna felicità oggettiva.
Ciò non venne apprezzato in giusta misura dal dentista, il cui cervello a sua volta non si dimostrò in grado di razionalizzare velocemente l’accaduto. Si ritrasse di scatto pure lui ed emise ad un tempo un suono che non lasciava presagire il raggiungimento di alcuna empatia oggettiva.

– Suvvia, mica fa così schifo! E’ al sapore di banana!

Già, se la cicuta di Socrate fosse stata alla fragola, probabilmente avrebbe evitato di rantolare spasmodicamente mentre schiattava.
Per evitare di ascoltare stronzate del genere di cui sopra, tentai di escludere il più possibile il canale uditivo dalla percezione del reale, anche perché tra l’altro i suoni che provenivano dal mio cavo orale non erano proprio assimilabili a quelli morbidi, caldi e avvolgenti di “Summertime” di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.
Missione fallita: mentre nel mio cervello transitava una perversione sessuale – chissà cosa si prova a fare sesso orale con mezza faccia paralizzata; da provare sicuramente nel fine settimana – l’odontoiatra cominciò a sussurrarmi la telecronaca della sua sua vita attuale.

Adesso sto aprendo lateralmente la gengiva; ora sto segando l’osso della mandibola per fare spazio in modo da inserire una trave di metallo che mi possa consentire di fare leva verso il basso ed estrarre il dente; adesso sto facendo leva verso il basso e sto estraendo il dente; ok, il dente è fuori, adesso ti inserisco un ago prensile per canale al fine di estirparti le radici. –

Non so come la vedete voi, ma per quanto mi riguarda non è il caso di pronunciare la parola osso o radice in circostanze così simili alla vivisezione.
Capisco, vuoi rassicurarmi. Vuoi farmi capire che sai quello che fai, ma non è necessario: mi fido. E dovrebbe essere chiaro, anche perché solitamente non mi viene in mente di dare la mia bocca in omaggio ad un passante assieme a qualche utensile da taglio o perforazione.
Se proprio ci tieni a raccontarmi qualcosa mentre mi stai dissanguando, meglio una fiaba candita; una storiella in cui i protagonisti Zucchero Filato e Pesciolino Rosa si cacciano nei guai, ma riescono a salvarsi grazie al potere dei Sonaglietti Magici e all’altruismo delle Stelline Colorate.
Ho un’età emotiva di cinque anni in questo momento, per cui ti prego, prendimi per il culo. Evita di sgozzarmi innanzi un ghepardo vivo, e dimmi che se nella vita ho un sogno, quel sogno un giorno si realizzerà.
Promesso: uscito da qui tornerò ad essere consapevole che si tratta di una stronzata e a riconoscere piuttosto la grande verità che se nella vita hai un incubo, quell’incubo si realizzerà.
Non si spiega altrimenti il 25 settembre 2013 del sottoscritto:

Me ne stavo accucciato in un angoletto della paura e sdraiato su un altro tavolo operatorio nei pressi di Westkreuz, in attesa che l’equipe medica incidesse il mio gomito sinistro per poi ricucire la lesione subìta dal mio nervo ulnare e tutto questo mentre in sottofondo scorreva un album intero di Eros Ramazzotti: ditemi voi se non ero autorizzato a pensare di essere finito dentro una fantasticheria notturna di Platinette.
Roba da non credere, professionisti multilaureati tedeschi che utilizzano il peggior cantante italiano come sottofondo musicale durante un delicato intervento chirurgico.
Lo trovo bizzarro, ma forse perché ho sempre pensato che la sua musica servisse più che altro ad evacuare rapidamente edifici ad alto rischio sismico.
E’ comunque una storia a lieto fine, non abbiate paura: ad un certo punto infatti, una delle infermiere mi sparò in vena una specie di Gesù allo stato liquido che mi consentì di trascendere le volgari leggi della materia.
Un anestetico davvero potente: nessun dolore, nonostante fossimo già giunti alla traccia numero quattro dell’album “Dove c’è musica”.

 

 *Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri punti di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

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