Accesso Negato: la selezione nei club di Berlino

30 July 2015

Share Button
babfb8ba544a43756f00c2ca1a0c01eeeb0b44e9

© Audrey Tautou

di Paola Moretti

Mi dispiace, dico davvero, non vorrei, ma è così: uno degli argomenti più discussi in città, che sia a voce o sui blog, è l’entrare nei club, in particolare, neanche a dirlo, al Berghain. Io mi sento di aver già perso troppo del mio limitato tempo su questo pianeta a discuterne, eppure ci ricasco sempre.

Le mie esperienze a riguardo sono tante, variegate e di solito comprendono una incazzatura. Come quella volta, in cui ero al Golden Gate con tre baldi italioti, che pensando di essere furbi mi spinsero avanti dicendo: “Dai, tu sei femmina, parli tedesco”. I buttafuori mi scansarono gentilmente per guardare in faccia gli altri: accesso negato. Oppure al M.I.K.Z. quando non volevano fare entrare la mia amica perché avrebbe compiuto ventun’anni solo il mese successivo. Addirittura ad una festa in casa, quando i proprietari preferirono che ce ne andassimo, perché “gli italiani fanno casino”. Storie vecchie, vecchissime, di posti che adesso non esistono neanche più, ma che sono sicura, se le ritirassi fuori, innervosirebbero ancora i protagonisti.

Io personalmente non ho grandi problemi ad entrare nei locali, a patto, naturalmente, che possa dimostrare di essere maggiorenne. Mi ricordo di una volta, una delle tante in cui ero in giro senza carta d’identità, quando l’uomo alla porta era stato però clemente. Mi aveva chiesto la data di nascita chiudendo un occhio sul fatto che non avessi documentazione scritta, soltanto che mentre dicevo l’anno sono andata in loop con i nove ed invece di 1990 risposi 1999: accesso negato. Comunque, ho una faccia da persona per bene, spesso passo. Non posso dire lo stesso per la gente di cui mi circondo. Infatti sono loro quelli che solitamente si incazzano quando non si riesce ad entrare. Qui sorgono i miei dubbi, anzi uno: quanto è giusto prendersela?

Innanzitutto vorrei riflettere sulle motivazioni che spingono un addetto alla sicurezza a scegliere chi entra e chi no. Nella mia permanenza berlinese ho capito che non è solo una questione da discoteche, anche il mio capo, quando lavoravo in libreria, mandava email il cui oggetto era: “clienti indesiderati” e il testo diceva: “Es ist unsere Party. Wir bestimmen” (ndr. la festa è nostra, decidiamo noi). Detto questo, credo che il compito principale di un buttafuori sia garantire che sia rispettato il diritto a fare festa di chi sta già dentro, per cui accesso negato a personaggi visibilmente troppo ubriachi e molesti, a quelli potenzialmente pericolosi, a quelli precedentemente segnalati perché molesti o pericolosi. E non crediate che chi sta alla porta abbia una memoria da pesce rosso, perché vi sbagliate. Fin qui, tutto regolare, anzi, bene. Un altro criterio che il selezionatore esperto devo osservare è quello di creare, all’interno delle sale da ballo, una miscela di persone variegata che sia anche in grado di interagire, e soprattutto che sia conforme allo spirito del club. Insomma si sincerano che chi sceglie una venue piuttosto che un’altra trovi dentro quello che si aspetta da fuori.

Se dovessi, per esempio, ipotizzare gli ingredienti di una tipica Klubnacht del Berghain direi che sono 250ml di popolazione queer, 200ml di disagiati – per un motivo o per l’altro – una manciata tra modelli e fashion victim, un pizzico di seapunk, alcuni tamarri e qualche personaggio all’apparenza innocuo, rosolare tutti nel dancefloor per un weekend intero et voilá, è ciò che incontro quando entro.

0c8e57373d05267e471fcf834f1a69be

© Chris Bethell

Direi che il bouncer è come una guardia forestale, la quale, tramite la selezione all’ingresso, si assicura che flora e fauna locali vengano preservate intatte.

Tralasciando il fatto che alcuni di essi interpretino la loro professione, come una vocazione divina, e lo si evince da alcune domande poste all’ingresso e riportate in quest’articolo come: “Where do you guys work?“. In fin dei conti hanno un ruolo rispettabile, fanno sì che gli avventori del club si possano divertire senza correre eccessivi rischi. Il problema sorge naturalmente quando ti vedi sottratta questa possibilità.

Recentemente mi sono trovata in una discussione con un’amica, la quale sostiene che le “sta sul cazzo” che un’altra persona abbia la facoltà di decidere della sua serata. Ok, posso capire. Poi continua che, se lei si è fomentata per andare a sentire quel determinato dj, ma alla porta le negano l’accesso, beh, allora la sua notte è finita. Succede quello che da dove vengo io si dice “andare in cascetta”, ovvero entrare in un particolare stato d’animo “connotato da un insieme di irritazione e rifiuto della realtà delle cose, generato dalla non accettazione di un torto subito o di una situazione negativa” (Fonte). C’è chi la vive come un’ingiustizia, altri addirittura come un affronto personale, come una valutazione superficiale (e dispregiativa) della propria persona. La stessa amica che se la prende tanto un’altra volta mi dice: “non puoi sentirti offesa nel profondo se un tipo ti rifiuta sulla base del tuo aspetto fisico, senza neanche avere intavolato una conversazione con te”, perché, detta proprio in due parole, quello che si vede non é quello che sei. Così un “rimbalzo” non dovrebbe bruciare troppo. E sul fatto di sentirsi giudicati in quanto individuo la chiuderei qui, perché non vorrei scrivere troppe banalità.

bouncer-anthem

© Bouncers Anthem screenshot

Per quanto riguarda invece la questione del sentirsi defraudati del proprio diritto a divertirsi, analizzerei la cosa sotto una prospettiva leggermente meno polemica e più fatalista. Qui so che potrei tirarmi dietro l’odio di molti, ma il ragionamento precedentemente riportato che fa la mia controparte nella discussione, presenta due vizi di forma che cozzano contro il mio atteggiamento verso una serata divertente: punto primo, non caricherei mai qualcosa di così tante aspettative, statisticamente parlando, non potrà che risultarne un fiasco. Le aspettative, quasi per definizione, sono destinate a non essere mai soddisfatte. Punto secondo, non esiste che uno sconosciuto abbia il potere di influenzare il mio stato d’animo e l’esito della mia nottata. Sì, chiaro, scoccia non riuscire a fare quello che si aveva in mente, ma c’é sempre il rovescio della medaglia, chiusa la porta di un club se ne aprono mille altre, siamo a Berlino non a Göttingen: ci sono milioni di alternative. Fa parte del gioco, è stimolante dovere reinventarsi la serata da capo, creare un’avventura diversa da quella che si era progettata, magari, chi sa, anche più entusiasmante, più economica, più salutare. Non starei tanto a rimuginare su quello che mi è stato sottratto lasciandomi fuori, quanto più su tutte le possibilità che mi si parano davanti, disposte a ventaglio come carte da poker, pronte perché io ne peschi una dal mazzo.  Dai, “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Share Button