25 aprile: l’ultimo superstite della Brigata Maiella ricorda la Resistenza

25 April 2016

Share Button

L’annuncio dell’armistizio e la fuga del re e dei vertici militari, dopo l’8 settembre del 1943, gettò l’Italia nella confusione più totale. La ritorsione da parte degli ex-alleati nazisti fu immediata e terribile. La popolazione civile reagì in vari modi: alcuni attesero la fine della guerra, altri supportarono i nazifascisti, altri ancora si unirono alla Resistenza.

Gilberto Malvestuto è un partigiano abruzzese più volte decorato. Sottotenente di complemento nel 31° Reggimento carristi di Siena, abbandona la divisa da ufficiale dopo l’8 settembre 1943. Segnalato dai collaborazionisti dei nazisti per non aver risposto ai bandi repubblichini si arruola, col grado di tenente, nella Brigata Maiella, l’unica ad essere decorata di medaglia d’oro al valore militare alla bandiera e tra le pochissime formazioni partigiane aggregate all’esercito alleato.
Combatte in Romagna, sul Senio e sulla linea Gotica ed entra a Bologna con le prima truppe liberatrici il 21 aprile 1945.
Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti c’è il diploma d’onore, conferitogli da Sandro Pertini nel 1983, “per aver combattuto per la libertà dell’Italia”.
Attualmente Gilberto Malvestuto è l’unico superstite della Brigata Maiella.

Tenente Malvestuto, come ha vissuto l’otto settembre e come ha maturato la sua scelta di non rispondere ai bandi repubblichini e optare invece per la lotta partigiana?

L’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre del ’43 mi sorprese quando ero un giovane sottotenente carrista, appena ventiduenne, in servizio a Montepulciano Scalo, preso il locale Battaglione Reclute. Fu un giorno indimenticabile perché si verificò la dissoluzione delle nostre Forze Armate, già sconfitte sul campo, mentre il Re, la sua famiglia e tutti i vertici militari ci abbandonarono per fuggire ignominiosamente a Brindisi, già raggiunta dalle Forze Armate dell’Ottava Armata Britannica, che stava risalendo la nostra Penisola.

Decisi di rientrare in famiglia, a Sulmona, che raggiunsi a piedi con abiti civili e logori. Conobbi allora la vergogna della fuga, per evitare la cattura e la deportazione nei lager nazisti da parte delle forze armate germaniche, che avevano subito occupato militarmente la parte centro-settentrionale del nostro paese, non ancora raggiunta dalle armate alleate.

A Sulmona era iniziata la mia esistenza amara di clandestino in un territorio metropolitano occupato dall’esercito germanico. Riuscivo a sopravvivere alle insidie dei delatori, alla fame e al freddo aiutato dai miei familiari, che durante i nove mesi dell’occupazione nazifascista protessero la mia latitanza fino all’arrivo delle truppe alleate, avvenuta il 12 giugno del 1944. E sopravvivevo anche perché spinto da un profondo senso di solidarietà per le vittime civili, sottoposte da parte germanica a ogni tipo di violenze. Ricordo le impiccagioni, le fucilazioni, le stragi, gli sfollamenti di larghe fasce territoriali, i roghi fumiganti di innocenti. Mi arruolai nella Brigata Maiella, al comando dei mitraglieri che condussi vittoriosi nelle battaglie di Brisighella, di Monte Mauro e per la liberazione di Bologna.

Come agiva la Brigata Maiella e che ricordo ha dei suoi compagni?

La Banda Patrioti della Maiella si costituì a Casoli il 5 dicembre del ’43 al comando dell’avvocato Ettore Troilo, il quale riuscì, con l’aiuto del maggiore inglese Wigram, che ne aveva sposata la causa, a porre la Maiella al servizio dell’Ottava Armata Britannica, che operava già nella zona dell’Alto Aventino e dell’Alto Sangro.

Le popolazioni pagarono a caro prezzo la loro attività antifascista e collaborativa con il movimento partigiano, nonostante i “bandi” repubblichini che minacciavano di morte i renitenti e i disertori e che tuttavia vennero sempre elusi. Durante tutta la Campagna di Liberazione sono stato accanto a molti patrioti, alcuni dei quali sono caduti al mio fianco e ne ricordo tuttora l’estremo sacrificio, come il Giudice Mario Tradardi, caduto a Monte Mauro, padre di cinque figli, con alcuni dei quali sono ancora in contatto. Ricordo anche, con tanto rimpianto, il patriota diciassettenne Oscar Fuà di Sulmona, mio valoroso porta ordini. Oggi provo un dolore immenso nel ricordare tutti i caduti che hanno immolato, anche al mio fianco, le loro giovani esistenze. Ho un affettuoso e caro ricordo anche di tutti i miei compagni di lotta che sono scomparsi per rispondere alle spietate leggi della natura.

Quali sono stati i momenti più duri che ha vissuto e quali le cose peggiori che ha visto in quegli anni?

Scrivendo queste note la mia mente corre veloce agli enormi sacrifici di vite umane che la “Maiella” ha offerto durante la lotta per la libertà contro le spietate forze nazifasciste. Ho trascorso molti momenti di solitudine con me stesso, pensando, durante le soste del combattimento, ai miei cari, compresa la mia adorata fidanzata Leda, poi compagna di una vita intera. Tra le cose peggiori ci sono i momenti in cui si arrendevano alle nostre Forze tanti giovani fascisti della Repubblica Sociale di Salò, incoscientemente lanciati contro di noi, che nei momenti tragici della lotta avevamo dei sentimenti di compassione e umana pietà.

Durante l’inverno, quando vivere sulle montagne era difficile, eravate costretti a riparare di nascosto in casa di amici. Che atteggiamento aveva la popolazione nei confronti dei partigiani?

La popolazione civile ci accoglieva sempre con simpatia e affetto, come quando ci invitarono in una casa per la notte di Natale.

Come si sono comportati, dopo la guerra, tutti quegli italiani che avevano supportato attivamente il nazifascismo?

Terminata la guerra è stato triste constatare che tanti fascisti che avevano supportato il Regime sono tornati a reinserirsi nei gangli vitali del Paese, Paese che non è riuscito, a quanto pare, a costringere i reduci di Salò a pagare per le loro malefatte.

Lei è stato decorato da Sandro Pertini. Che ricordo ha di quel partigiano che all’epoca era presidente della Repubblica?

Di Sandro Pertini ricordo l’amicizia con il comandante Ettore Troilo, tenendo presente che la nostra comune lotta contro il nazifascismo si è svolta parallelamente e nello stesso tempo, mentre Pertini operava con le formazioni partigiane del Nord.

Ama ancora l’Italia e se potesse tornare indietro farebbe di nuovo le stesse scelte? E chi sono oggi, i nuovi partigiani?

Penso solo a quanti lottano giorno per giorno per sconfiggere le forze della reazione e della conservazione, ma anche per ricordare le parole pronunciate da Piero Calamandrei, quando al Teatro Lirico di Milano, il 28 febbraio 1954, affermò, fra l’altro: “In questa atmosfera di putrefazione che accoglie i giovani appena si affacciano alla vita, apriamo le finestre e i giovani respirino l’aria pura delle montagne e risentano ancora i canti dell’epopea partigiana. Questo è il compito purificatore della vita politica italiana, che gli uomini della resistenza hanno ancora il dovere di assolvere”.

Amo ancora tanto l’Italia, per cui se tornassi indietro farei le stesse scelte, perché oggi come ieri c’è sempre bisogno di non dimenticare, specialmente di fronte al riemergere di sentimenti antidemocratici che vorrebbero riportare indietro nella storia il nostro Paese, che ha conosciuto lutti, rovine, morte, distruzione.

È arrivato il momento di salutarci. Vuole aggiungere un ultimo pensiero?

Posso dire di aver consegnato al futuro alcune pagine gloriose della storia immortale del secondo risorgimento italiano. A lei, gentile e cara signora, il mio più affettuoso saluto e la gratitudine per avermi voluto ascoltare sulla storia della resistenza che ha riabilitato il nostro Paese, che il nazifascismo aveva trascinato nel baratro della seconda guerra mondiale. Un sentito abbraccio da un vecchio che percorre l’ultimo tratto della sua sofferta esistenza.

Share Button